Category Archives: Economia

Italia: una rivoluzione apparente al servizio dell’egemonia neoliberale

di Stefano Palombarini

Il neoliberismo, espressione della sovranità nazionale

L’azione del governo italiano è al centro dell’attenzione in Europa, in primo luogo a causa della “disobbedienza” alle indicazioni della Commissione UE. Le ragioni del conflitto tra le istituzioni europee e la coalizione che si è formata dopo le elezioni di marzo meritano riflessione. Ma va immediatamente sottolineato come questo scontro abbia una forte valenza simbolica, in quanto convalida il racconto di una sovranità schiacciata dai trattati comunitari: indipendentemente dalla sua connotazione politica, l’alleanza M5S-Lega attira le simpatie di chi concepisce l’Unione europea come una camicia di forza anti-democratica che impedirebbe alla volontà popolare di determinare le politiche pubbliche.

Il precedente della Grecia, vittima di un vero ricatto fondato sulla necessità per quel paese di ottenere i prestiti di Fmi e Bce, è citato spesso, ma a torto. L’Italia si finanza sui mercati, dispone ancora di un forte risparmio interno e non corre il rischio di insolvenza. Cosa rischia disobbedendo alla Commissione? L’apertura di una procedura d’infrazione per deficit eccessivo, che nel peggiore dei casi potrebbe concludersi con una multa certo considerevole, ma che non potrà eccedere lo 0.5% del Pil.

Il governo gialloverde non abolisce la Fornero

di Giorgio Cremaschi

Come tanti sanno un provvedimento dettagliato del governo sulle pensioni non c’è, sul documento di Bilancio la voce pensioni è vuota, c’è solo lo stanziamento di circa 6,7 miliardi di euro. Il governo dovrebbe uscire con il dettaglio del suo intervento sul sistema pensionistico. Allora avremo sicuramente delle sorprese, come abbiamo visto sul decreto fiscale, che tuttora Di Maio disconosce per il persistere di forme di scudo penale agli evasori; e come abbiamo visto sul decreto Genova che sana le case abusive di Ischia e lo sversamento di fanghi petroliferi nei campi.

Tuttavia – annuncio dopo annuncio, indiscrezione dopo indiscrezione – il quadro fondamentale delle misure si delinea e chiarisce che il governo, al di là delle opposte propagande di chi esalta l’abolizione della legge Fornero e di chi si straccia le vesti per questo, non supera affatto la controriforma delle pensioni del governo Monti, ma solo la ammorbidisce e la rallenta per alcuni ben precisi gruppi di lavoratrici e lavoratori.

La legge Fornero ha due capisaldi: la pensione di vecchiaia a 67 anni di età per donne e uomini; quella di anzianità per chi, pur essendo più giovane, abbia accumulato 43 anni di contributi. Per capirci, un operaio che abbia cominciato a lavorare a 16 anni e abbia avuto sempre un rapporto di lavoro, oggi con le legge Fornero può andare in pensione cosiddetta di anzianità a 59 anni di età e per lui non cambierà nulla. Una lavoratrice che tra pause familiari e disoccupazione abbia maturato complessivamente 30 anni di contributi sarà costretta ad andare in pensione a 67 anni di età. Anche per lei non cambierà niente. Così come non cambia niente per chi, soprattutto donne e ora anche migranti, non abbia raccolto almeno 20 anni di contributi.

Cosa è (e cosa non è) il reddito minimo degli altri Paesi europei

di Giovanni Perazzoli, Stradeonline.it

Comprensibilmente il reddito minimo condizionato degli altri paesi europei suscita molta perplessità in Italia. È difficile orientarsi, anche perché il principio sembra cozzare con il senso comune. Come? Chi non lavora ha un reddito? Nonostante esistessero da lungo tempo, di questi strumenti non abbiamo saputo nulla, al massimo è sembrato che fossero cose da paesi scandinavi, paesi poco popolati, un po’ strani. Scoprire che la Francia è forse il paese con il welfare più generoso è troppo destabilizzante, si oppone al senso della realtà. Doveva succedere.

I populisti hanno approfittato, in direzione antieuropea, dell’ottusa difesa della politica italiana (a destra come a sinistra) del welfare corporativo e clientelare. Proverò qui a rispondere ad alcune domande, cercando di cogliere lo spirito di questo sistema. Partiamo dai nomi. I “redditi di cittadinanza” o i “redditi di inclusione” degli altri, Francia, Germania e Regno Unito, si chiamano: Revenu de solidarité active, Arbeitslosengeld II, Jobseekers allowance.

Alt! Ma è corretto l’uso di “reddito di cittadinanza” del M5s?

A molti è parsa, con buone ragioni, una denominazione ingannevole, perché allude a un welfare incondizionato; potrebbe però essere difesa così: se il revenu de solidarité active francese fa perno sul valore della “solidarietà”, quello del M5s fa perno sulla “cittadinanza”. Allo stesso modo, il Rei (Renzi-Gentiloni) fa perno sull'”inclusione”. Non mi fermerei sui nomi. Bisogna cercare di cogliere invece lo spirito di questi sistemi di welfare, se non si vuole prendere per buone le patacche.

Da quali pulpiti viene la predica alle misure del Def

di Roberto Romano

Le misure delineate dal governo, invero discutibili e non proprio coerenti con la crescita, non possono variare la crescita potenziale e, quindi, peggiorerebbero i saldi pubblici. Citando Ligabue «la storia si riscrive in economia». Se l’economia registra dei tassi di crescita pessimi, quelli europei e nazionali sono veramente pessimi, perché non fare una manovra espansiva?

La finanza pubblica trattata come un bilancio aziendale e non come strumento di politica economica è insopportabile. Gli economisti dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) presentano qualche contraddizione nelle loro analisi, ancorché condivisibili: «Le previsioni sono troppo ottimistiche … e ci sono forti rischi al ribasso portati da una congiuntura troppo debole e dalle turbolenze finanziarie». Nella documentazione disponibile si legge anche che è in discussione «la dimensione – ma non il segno – dell’impatto della manovra sul quadro macroeconomico». Quindi anche l’Upb percepisce che qualcosa non funziona, pur operando nel quadro del Fiscal Compact.

Un’istituzione rispetta sempre le norme, ma non ha mancato di far notare che il segno – le intenzioni di crescita – non è propriamente sbagliata. Sebbene sia vero che «la storia non si ripete, ma fa rima con se stessa» (M. Twain), le condizioni per una grande crisi ci sono proprio tutte e non sarà scatenata dal modesto deficit strutturale dell’Italia (1,7% per il triennio). Tutte le istituzioni pronte a criticare il deficit italiano non hanno proprio compreso la connessione tra finanza ed economia reale.

Il welfare tedesco: come conservare e valorizzare le differenze tra classi sociali

di Nicola Carella

«Dobbiamo pretendere che ogni beneficiario dell’Hartz IV lavori in cambio del sostegno statale, non importa che sia anche lavoro di bassa qualità o nel pubblico, l’importante è che non resti a casa seduto sul divano»
(Roland Koch nel 2010, parlamentare CDU e consigliere di Angela Merkel per le questioni economiche)

Da alcuni anni, ciclicamente, ogni volta che in Italia si discute di “reddito di cittadinanza” si guarda quasi immediatamente al sistema Hartz IV tedesco. Ora però che si iniziano a intravedere, anche se vagamente, i contorni della misura anticipata dal Governo Conte, si può finalmente considerare quest’attenzione del tutto legittima. Con il sistema di sussidi vigente in Germania infatti la misura gialloverde ha delle profonde analogie.

Eppur tuttavia del reddito di cittadinanza italiano, ancora di là a venire come misura effettiva, i dettagli emergono in modo contraddittorio e progressivo, per questo risulta ancor difficile, a oggi, costruire un paragone diretto e puntuale con Hartz IV. Può essere però utile spiegare come funziona l’intero sistema dello stato sociale tedesco, da dove nasce e come involve in una torsione sempre più autoritaria, fotografare gli esiti e i risultati prodotti negli ultimi anni, cioè quelli del “boom economico” nella “locomotiva d’Europa”.

Può servire anche perché inserisce la proposta italiana in un quadro generale europeo, decostruendo le retoriche con cui o la si esalta come “misura rivoluzionaria” o la si critica come “assistenzialismo demagogico”; infine, dettaglio non secondario, può dare indicazioni su ciò che può produrre nella società italiana una volta entrato in vigore.

Manovra: evitare che il deficit si trasformi nel pagamento di maggiori interessi

di Alfiero Grandi

L’attenzione si è concentrata sul deficit pubblico al 2,4 %. Certo, è un segnale politico controcorrente rispetto agli impegni per il contenimento allo 0,8% nel 2019, ma che non è poi così nuovo visto che Renzi aveva proposto di portarlo al 2,9 % per 5 anni in un’intervista a Il Sole24ore l’8 luglio 2017. Un no pregiudiziale ad un deficit più rispondente ai bisogni del paese è incomprensibile, tanto per chi da anni sostiene che andrebbe tolto il vincolo del pareggio di bilancio inserito, all’epoca del governo Monti, nell’articolo 81 della Costituzione per subalternità all’austerità europea.

L’impegno a scendere allo 0,8 % è stato preso dai governi precedenti sapendo che era una promessa irrealizzabile, per di più scaricata su altri. Cancellare l’aumento dell’Iva vale da solo lo 0,8 %. Purtroppo da tempo i governi prendono impegni non realizzabili di abbassamento del deficit pubblico, salvo constatare a fine anno che l’obiettivo non è stato raggiunto. Questo trucchetto è stato usato da governi diversi.

Ora c’è un aggravante, bisogna fare i conti con una ripresa economica italiana che era già asfittica, la peggiore d’Europa, e ora è in rallentamento. Un taglio dell’intervento pubblico nell’economia provocherebbe un ulteriore peggioramento della situazione, con conseguenze sull’occupazione. Quindi il deficit pubblico allo 0,8% non è realizzabile, pena conseguenze gravi sul paese.

Rinaldini: “Marchionne? Ha sacrificato la Fiat per salvarne i padroni”

di Gabriele Polo

“Marchionne non ha salvato la Fiat, l’ha sacrificata per salvarne i proprietari. Del resto era stato assunto per questo, quindi ha fatto un ottimo lavoro, dal punto di vista degli eredi Agnelli”. Gianni Rinaldini fa uno sforzo di laicità: dopo il lutto per l’uomo, l’ex segretario generale della Fiom prova a superare la generalizzata santificazione del manager, fornendo il proprio punto di vista su chi è stato sua controparte e trarre un bilancio sugli esiti industriali, sindacali e sociali della fu maggiore impresa privata italiana targata Torino; ora gruppo americano con la testa a Detroit, quotata a Wall Street, sede legale ad Amsterdam e fiscale a Londra: “Assunto per gestire l’uscita della Fiat dall’auto, evitare il fallimento del gruppo che avrebbe travolto gli Agnelli – più di cento eredi, divisi in numerose famiglie e importanti cognomi – e arrivare al pareggio di bilancio, Sergio Marchionne ha svolto fino in fondo il compito che gli era stato assegnato. Salvando Exor, i suoi azionisti. E la Chrysler, grazie a Obama. Per poterlo fare ha sacrificato la Fiat, penalizzato gli stabilimenti italiani e soprattutto i suoi operai”.

Marchionne arriva in Fiat nel 2003 e diventa amministratore delegato nel giugno 2004, dopo la morte di Umberto Agnelli e lo scontro della famiglia con Morchio che voleva diventare presidente oltre che a.d. del gruppo. Da allora è stato anche la tua controparte. Che impressione ne hai tratto?

Che cos’è la flat tax: maxi taglio fiscale per i ricchi, rischio beffa per i poveri

di Roberto Petrini

Nel gergo anglofilo della politica economica e delle tasse viene chiamata flat tax, significa tassa piatta, ma anche con la traduzione in mano non si capisce. “Piatta”, ma perché? L’aggettivo viene dal linguaggio degli economisti che parlano riferendosi ad un grafico con una curva dove sono rappresentati il reddito (ascisse) e il peso delle tasse (ordinate). Se la curva cresce al crescere del reddito, si parla di tasse progressive, se invece resta ferma al crescese del reddito appare piatta e dunque le tasse sono meramente proporzionali.

Detto questo dobbiamo spiegare che cosa sono le tasse progressive e quelle proporzionali. Il principio di progressività non è così intuitivo, perché prevede che chi guadagna di più paghi più che proporzionalmente, mentre nel sentire comune il termine “proporzionale” già sembra sinonimo di equità. Invece quando si parla di soldi non è così perché, come diceva Einaudi (un grande economista che è stato anche presidente della Repubblica) le stesse dieci lire non hanno lo stesso valore per il povero che ci compra la minestra e per il ricco che ci compra la poltrona al teatro, dunque il ricco può pagare di più. Quello che diceva Einaudi è talmente vero che la nostra Costituzione all’articolo 53 impone che che le tasse siano ispirate al principio di progressività.

La flat tax è stata mai applicata?

Il 19 novembre del 2004 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di ritorno da una visita ufficiale nella giovane democrazia della Repubblica slovacca, dove aveva esaltato le ricette dell’economista, consigliere di Reagan, Arthur Laffer, rilanciò l’idea della flat tax che del rasto, fin dal programma del 2001 era stato uno dei suoi cavalli di battaglia.

Italia e la crisi: la democrazia dell’algoritmo

di Andrea Baranes

Lo spread è la differenza tra il rendimento dei Btp a 10 anni e quello degli analoghi titoli tedeschi. In pratica misura quanto l’Italia sia considerata a rischio. La Germania è presa a riferimento perché ultra-sicura. Se i mercati pensano che l’Italia sia solida e possa ripagare il proprio debito senza problemi, il governo potrà offrire un basso tasso di interesse. Se al contrario siamo percepiti come rischiosi e inaffidabili, il rendimento sui titoli, ovvero lo spread, salirà.

A differenza di quanto potrebbe sembrare leggendo i titoli allarmistici sui media, un aumento dello spread non implica un rischio immediato per lo Stato o un brusco peggioramento dei conti pubblici. Bot o Btp hanno una durata (mesi o anni rispettivamente). Quando stanno per scadere, se il debito pubblico non cala il governo deve emettere titoli nuovi per sostituire quelli in scadenza. Se lo spread è alto, questi nuovi titoli avranno un rendimento maggiore, ovvero solo su quelli lo Stato dovrà pagare interessi più alti. Progressivamente più soldi pubblici vanno quindi a pagare gli interessi sul debito e peggiorano i nostri conti, ma l’impatto di uno spread alto o basso si manifesta su periodi medio-lunghi.

Impatti su banche e imprese

Gli impatti a breve si hanno per le banche. Se sale lo spread e lo Stato deve emettere titoli con un alto rendimento, quelli analoghi e già in circolo perdono di valore. Per semplificare, se domani arrivano BTP che rendono il 5%, quelli che ho acquistato l’anno scorso e che rendevano solo il 2% valgono meno. Ancora prima il valore cala, e bruscamente, se con l’aumento dello spread circolano voci di un possibile default. Può essere un problema per i risparmiatori, ma lo è prima di tutto per le nostre banche. Queste, anche se negli ultimi tempi hanno progressivamente ridotto l’esposizione, hanno comunque a bilancio centinaia di miliardi in titoli di Stato.

La sovranità monetaria è una battaglia di sinistra

di Tonino Perna

Ha ragione Luigi Pandolfi a denunciare il fatto che l’opposizione alle politiche di austerity le abbiamo lasciate in mano alla destra fascistoide. Non basta che esponenti della sinistra radicale ogni tanto alzino la voce contro queste politiche. Bisognerebbe anche trovare delle alternative credibili e praticabili.

Certamente, come viene suggerito nell’articolo citato, si potrebbe sterilizzare una parte del debito pubblico trasformato i titoli di Stato in possesso della Banca d’Italia in titoli “irredimibili”, ma questa operazione non è una passeggiata come dimostra la storia europea e italiana, perché colpisce la credibilità di uno Stato e la fiducia dei risparmiatori e investitori. Insomma, è una questione da approfondire, ma non è l’unica soluzione per uscire da questa situazione insostenibile e da rapporti di forza asimmetrici.

E questo è il punto: quando si parla di rivedere i Trattati europei o di sfondare il rapporto Deficit/Pil non si tengono in conto i rapporti di forza realmente esistenti. Avendo perso i singoli stati europei la possibilità di battere moneta ed essendo costretti ad acquistarla dalle banche private pagando un interesse del 4 per cento (mentre le banche la ricevono dalla Bce a tassi vicino allo zero) uno Stato come il nostro con un debito pubblico che va oltre il 130 per cento del Pil e paga interessi annui legati alla speculazione finanziaria c’è ben poco da fare restando entro questi rapporti di forza asimmetrici.