I tentativi di neutralizzare le idee radicali di Keynes

di Pier Giorgio Gawronski Il 16 aprile è arrivato in libreria la nuova traduzione italiana della Teoria Generale e di altri 28 brillanti saggi di John Maynard Keynes (molti inediti in Italia), curata da Giorgio La Malfa. L’edizione è corredata da 300 pagine di introduzione, biografia e approfondite note (redatte con Giovanni Farese). Filo conduttore […]

Accordi di cooperazione militare: armi italiane non solo in Yemen

di Maurizio Simoncelli Gli accordi di cooperazione militare bilaterale sono strumenti di politica internazionale che i governi adottano con altri Paesi nel campo della difesa per realizzare intese collaborative. Sono diversi dai patti stipulati nell’ambito di alleanze militari come quelli vigenti in ambito NATO o UE, che, tra l’altro, presuppongono clausole di reciproca difesa in […]

Il 21 marzo, Giornata della memoria delle vittime di mafia, nel Paese con il Pil sempre più “lordo”

di Piero Innocenti

Il 21 marzo è la “Giornata della memoria”, un momento per ricordare le vittime delle mafie e per sensibilizzare la gente sul valore storico, istituzionale e sociale delle battaglie antimafia che vanno avanti da anni. Una giornata simbolica, istituita con la legge 20/2017 che dovrebbe servire a ricordare i tragici avvenimenti della nostra storia recente, a cominciare dai delitti politico-mafiosi degli anni 1992/1994, alla cosiddetta trattativa Stato-mafia ma anche all’impegno e ai successi delle forze di polizia e della magistratura nell’azione di contrasto.

Resta, tuttavia, il paradosso delle mafie, italiane e straniere, ormai componenti della ricchezza nazionale in quanto i proventi (stimati) delle loro attività criminali (il narcotraffico, lo sfruttamento della prostituzione, il contrabbando di sigarette) rientrano nel calcolo del Pil nazionale.

E tutto ciò in virtù di una decisione assunta cinque anni fa dalle autorità europee di statistica. Una legalizzazione statistica dei proventi malavitosi sui nostri conti nazionali valutata in circa l’1% del Pil (più o meno uguale a quello della Spagna e superiore a quella del Regno Unito) che non fa che aumentare il senso di scoramento che vivono ampi settori delle nostre forze di polizia e della magistratura impegnate, con risorse sempre inadeguate, a cercare di contenere i citati fenomeni criminali, su tutti il traffico e spaccio di stupefacenti.
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Le aste dei discount che svendono il latte dei pastori sardi

di Stefano Liberti e Fabio Ciconte

Mentre i pastori sardi versavano il loro latte in strada per protestare contro i bassi prezzi d’acquisto, il gruppo Eurospin lanciava un’asta al buio per assicurarsi al minor prezzo possibile una partita da diecimila quintali di pecorino.

Proprio quando la protesta era appena cominciata, nei primi giorni di febbraio, il discount ha convocato i produttori di pecorino romano chiedendogli di fare un’offerta, al massimo ribasso, per una fornitura di formaggio grattugiato, porzionato e in forma intera. La gara d’asta – fatta online – è durata circa mezz’ora ed è stata vinta da due importanti imprese dell’isola a un prezzo di poco superiore a cinque euro al chilo.

“Così la grande distribuzione organizzata orienta tutto il mercato al ribasso”, dice Salvatore Palitta, presidente dimissionario del consorzio per la tutela del formaggio pecorino romano. “Attraverso le aste, le insegne dei supermercati strozzano una filiera che è già pesantemente in affanno”.

Finito al centro delle polemiche per le responsabilità attribuite ai trasformatori per la sovrapproduzione che ha fatto crollare il prezzo, il presidente del consorzio cerca di spostare l’attenzione su quello che definisce il “vero dominus del mercato”, ossia i gruppi della grande distribuzione organizzata (gdo), attraverso i quali passa oggi il 70 per cento degli acquisti alimentari in Italia.
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Democrazia indivisa: la storia del Movimento dei Finanzieri Democratici e del loro ’68

di Loris Campetti

Del biennio rosso si conoscono con ragionevole approssimazione le date d’inizio. L’anno degli studenti, il ’68, inizia il 27 novembre a Torino con una votazione di 500 ragazze e ragazzi assiepati nell’aula magna dell’Ateneo, palazzo Campana, che ne decide l’occupazione. L’autoritarismo baronale è sottoposto a un processo di massa destinato a modificare prima i rapporti di forza e poi le relazioni all’interno delle università e delle scuole.

L’anno degli operai, il ’69, inizia anch’esso con qualche anticipo, il 19 aprile del ’68, quando durante una manifestazione contestuale a uno sciopero che coinvolge 6 mila lavoratori in lotta per il salario, la salute e l’occupazione, viene abbattuta la statua del padre-padrone, il conte Marzotto, nella piazza di Valdagno. L’unità operaia-popolare – così si è raccontato quel movimento – ha spezzato il sistema feudale di Marzotto e ha fondato un sistema di forze nuove”.

Decisamente più difficile sarebbe invece fissare le date conclusive del movimento antiautoritario. Per molte ragioni, la principale delle quali è che il contagio partito dalle scuole e dalle fabbriche non è stato archiviato dalle bombe di piazza Fontana, anzi si è esteso progressivamente all’intera società, dalla scienza alla religione, alla famiglia, ai rapporti di coppia, fino a ribaltare ritualità e regole persino nei luoghi più separati di un’Italia già messa a soqquadro dal boom economico.
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I problemi del reddito di cittadinanza

di Roberta Carlini

Il divano c’è sempre, ma la donna è in piedi e un fumetto con una lampadina le accende il pensiero.

Alle spalle, uno scaffale con qualche libro. Anche sul sito del governo lanciato il 4 febbraio per illustrare il reddito di cittadinanza – e su cui dal 6 marzo si potranno presentare le domande – il totem che ha dominato la discussione sulla misura simbolo del Movimento 5 stelle resta il divano. O meglio, la paura che il provvedimento, immaginato come “una misura di politica attiva del lavoro di contrasto alla povertà, alla diseguaglianza e all’esclusione sociale”, finisca per disincentivare il lavoro, inducendo le persone a restare sul divano di casa invece di “attivarsi” e cercare un impiego.

Tuttavia, com’è risultato evidente durante la presentazione del sito e della “card” fatta dal vicepremier Luigi Di Maio, il reddito di cittadinanza non è un reddito ma una carta acquisti delle Poste italiane che vale 18 mesi; e non è di cittadinanza perché per averla servono altre condizioni oltre a essere cittadini italiani. Ossia, bisogna essere poveri e disponibili a lavorare.
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L’Europa difende lo Stato di diritto per affossare il welfare

di Alessandro Somma

Alcuni mesi or sono la Commissione europea ha formulato una proposta di regolamento rivolto ai Paesi membri nei quali si adottano politiche che determinano una “carenza generalizzata riguardante lo Stato di diritto” [1]. Nel testo, appena approvato con emendamenti dal Parlamento europeo [2], si prevede che queste politiche siano sanzionate con la riduzione o la sospensione dei finanziamenti relativi a impegni esistenti, e con il divieto di assumere nuovi impegni.

La proposta definisce in apertura il concetto di Stato di diritto, che comprende in particolare il principio di legalità, il principio della certezza del diritto e il principio della separazione dei poteri, ovvero il divieto di arbitri del potere esecutivo ai danni dell’indipendenza delle corti e dell’uguaglianza davanti alla legge. Questo modo di intendere lo Stato di diritto compare in altri documenti della Commissione, dove si sottolinea il nesso con la promozione dei diritti fondamentali: “non può esistere rispetto dei diritti fondamentali senza rispetto dello Stato di diritto, e viceversa” [3].

È un’affermazione importate, da cui la Commissione non trae però tutte le conseguenze del caso, oltretutto con il sostanziale avallo del Parlamento: vediamo perché.
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Venti di crisi: le difficoltà di Coop Alleanza 3.0

di Roberto Vezzelli, aderente a Modena Volta Pagina, cooperatore per 45 anni, già presidente di Legacoop Modena e di cooperative di produzione e lavoro

La notizia apparsa in questi giorni inerente al processo di riorganizzazione-ristrutturazione avviato nella grande cooperativa di consumo Coop Alleanza 3.0 (dichiarati oltre 754 esuberi di impiegati) la rimette, dopo la comunicazione dei risultati del bilancio 2017, sotto i riflettori e sotto l’attenzione dei portatori di interesse dei territori ove essa opera. Coop Alleanza 3.0, nata dalla fusione delle tre cooperative di consumo emiliane di Modena-Ferrara, Reggio Emilia e Bologna sta faticando pesantemente nella gestione industriale.

Essa ha realizzato pesanti perdite nel 2017. Coop Alleanza 3.0 non è riuscita a controbilanciare e neutralizzare le difficoltà gestionali attraverso la leva finanziaria creata dalla forbice tra incassi e pagamenti e dai risultati derivanti dall’uso del grande prestito da soci, situato sui libretti individuali, utilizzando il differenziale tra quanto riconosciuto come interesse ai soci prestatori e quanto ricavato dal suo investimento in attività finanziarie.

Tale leva finanziaria ha avuto ed ha un ruolo decisivo nel supportare i risultati economici complessivi dei bilanci annuali della cooperativa ed è un suo elemento positivamente distintivo. La integrazione tra le tre cooperative precedenti, a suo tempo avvenuta e sostenuta con grande enfasi comunicativa, non evidenziava elementi importanti di innovazione del modello imprenditoriale e di gestione industriale ma è apparsa una “sommatoria” in continuità di gestione, senza indicare come affrontare i nodi e le criticità che integrazioni tra imprese di quel genere e di quella dimensione inevitabilmente propongono.
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Italia: una rivoluzione apparente al servizio dell’egemonia neoliberale

di Stefano Palombarini

Il neoliberismo, espressione della sovranità nazionale

L’azione del governo italiano è al centro dell’attenzione in Europa, in primo luogo a causa della “disobbedienza” alle indicazioni della Commissione UE. Le ragioni del conflitto tra le istituzioni europee e la coalizione che si è formata dopo le elezioni di marzo meritano riflessione. Ma va immediatamente sottolineato come questo scontro abbia una forte valenza simbolica, in quanto convalida il racconto di una sovranità schiacciata dai trattati comunitari: indipendentemente dalla sua connotazione politica, l’alleanza M5S-Lega attira le simpatie di chi concepisce l’Unione europea come una camicia di forza anti-democratica che impedirebbe alla volontà popolare di determinare le politiche pubbliche.

Il precedente della Grecia, vittima di un vero ricatto fondato sulla necessità per quel paese di ottenere i prestiti di Fmi e Bce, è citato spesso, ma a torto. L’Italia si finanza sui mercati, dispone ancora di un forte risparmio interno e non corre il rischio di insolvenza. Cosa rischia disobbedendo alla Commissione? L’apertura di una procedura d’infrazione per deficit eccessivo, che nel peggiore dei casi potrebbe concludersi con una multa certo considerevole, ma che non potrà eccedere lo 0.5% del Pil.
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Il governo gialloverde non abolisce la Fornero

di Giorgio Cremaschi

Come tanti sanno un provvedimento dettagliato del governo sulle pensioni non c’è, sul documento di Bilancio la voce pensioni è vuota, c’è solo lo stanziamento di circa 6,7 miliardi di euro. Il governo dovrebbe uscire con il dettaglio del suo intervento sul sistema pensionistico. Allora avremo sicuramente delle sorprese, come abbiamo visto sul decreto fiscale, che tuttora Di Maio disconosce per il persistere di forme di scudo penale agli evasori; e come abbiamo visto sul decreto Genova che sana le case abusive di Ischia e lo sversamento di fanghi petroliferi nei campi.

Tuttavia – annuncio dopo annuncio, indiscrezione dopo indiscrezione – il quadro fondamentale delle misure si delinea e chiarisce che il governo, al di là delle opposte propagande di chi esalta l’abolizione della legge Fornero e di chi si straccia le vesti per questo, non supera affatto la controriforma delle pensioni del governo Monti, ma solo la ammorbidisce e la rallenta per alcuni ben precisi gruppi di lavoratrici e lavoratori.

La legge Fornero ha due capisaldi: la pensione di vecchiaia a 67 anni di età per donne e uomini; quella di anzianità per chi, pur essendo più giovane, abbia accumulato 43 anni di contributi. Per capirci, un operaio che abbia cominciato a lavorare a 16 anni e abbia avuto sempre un rapporto di lavoro, oggi con le legge Fornero può andare in pensione cosiddetta di anzianità a 59 anni di età e per lui non cambierà nulla. Una lavoratrice che tra pause familiari e disoccupazione abbia maturato complessivamente 30 anni di contributi sarà costretta ad andare in pensione a 67 anni di età. Anche per lei non cambierà niente. Così come non cambia niente per chi, soprattutto donne e ora anche migranti, non abbia raccolto almeno 20 anni di contributi.
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