Category Archives: Economia

Logistica, le nuove catene dello sfruttamento

di Simone Fana

La cronaca degli ultimi mesi è costellata da storie di ordinario sfruttamento del lavoro, che si diffondono in forme capillari lungo le nuove filiere della produzione materiale e immateriale. In questo scenario, il settore della logistica diviene il nodo fisico e simbolico di una trasformazione più ampia che attiene alle strutture regolative e ai rapporti che queste intrattengono con l’intero assetto sociale e produttivo.

In una formula particolarmente felice, la logistica è stata definita the physical internet, ossia una gigantesca rete che integra la dimensione della produzione globale con la sfera del consumo. Dai grandi mari internazionali sino alle infrastrutture via terra, la circolazione delle merci, il loro stoccaggio e la distribuzione delle stesse si articola sull’organizzazione di una catena logistica mondiale.

In questa centralità si riconoscono i temi di fondo che interrogano la forma e i processi di globalizzazione, dalla disarticolazione e ricomposizione dei luoghi della sovranità politico- statuale sino alla natura dei flussi migratori nella divisione internazionale del lavoro. Fare i conti con il settore della logistica significa, parafrasando Wallerstein, fare i conti con il sistema mondo, collocando lo sguardo oltre i confini ristretti in cui si dimena la discussione politica italiana.

“Solo sugli uomini affratellati dall’amore potrà risplendere il sole della giustizia”

di Sergio Sinigaglia

I nostri territori sono depositari di storie spesso dimenticate o rimosse. Vicende apparentemente marginali viceversa emblematiche dell’epoca durante la quale sono accadute. Questi luoghi si caratterizzano come “microcosmi”, per dirla con Claudio Magris, che vent’anni fa ci propose un viaggio in angoli depositari di eventi scivolati nell’oblio (“Microcosmi”, Ed. Garzanti).

La storia che vi stiamo per raccontare rientra a tutti gli effetti in questa tipologia. A farla emergere dalle nebbie della storia è stato un incontro fortuito che ha visto protagonista il senigalliese Francesco Fanesi. Da anni impegnato nel circuito dei centri sociali e dei movimenti di base, Fanesi è appassionato di storia ( e storie) anche perché a suo tempo ha conseguito la laurea in questo ambito accademico.

Nel gennaio del 2015 durante una visita al cimitero delle Grazie di Senigallia, nota una tomba che si contraddistingue dalle altre: non più alta di trenta centimetri dal suolo, ha quattro colonnine tortili sistemate alle quattro estremità che delimitano un piccolo recinto a protezione, all’interno una lapide senza simboli religiosi, ma contrassegnata da un sole, simile a quello socialista “dell’avvenir” e sotto si può leggere “Gervasi Pietro n.11 agosto 1856 m. 13 gennaio 1907 riunito all’adorato figlio Aldo nato a Senigallia il 27 dicembre 1886 strappato violentemente all’affetto dei suoi il 21 agosto 1910/ ammonisce che l’odio fra i lavoratori semina morte, che solo su gli uomini affratellati dall’amore potrà risplendere il sole della giustizia”.

Attacco bipartisan alle pensioni: quando la solidarietà tra generazioni diventa un dispositivo neoliberale

Pensioni e pensionati

di Alessandro Somma

La Commissione Affari costituzionali della Camera ha da poco iniziato l’esame di due proposte di modifica dell’articolo 38 della Costituzione, nella parte in cui menziona il diritto alla pensione e precisa che alla sua attuazione “provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato”. Con la prima proposta, sottoscritta da parlamentari di maggioranza e opposizione, dal Pd ai Fratelli d’Italia, si vuole puntualizzare che il diritto alla pensione si attua “secondo principi di equità, ragionevolezza e non discriminazione tra le generazioni” [1].

La seconda proposta è stata presentata da deputati del Pd e ha un contenuto simile: vuole precisare che “il sistema previdenziale è improntato ad assicurare l’adeguatezza dei trattamenti, la solidarietà e l’equità tra le generazioni nonché la sostenibilità finanziaria” [2].

Molti hanno accolto con entusiasmo il richiamo alla solidarietà tra generazioni, considerato una novità positiva per i pensionati di domani. Proprio su questo aspetto deve avere insistito una velina a cui evidentemente si deve un titolo molto gettonato dalle testate, che hanno sbrigativamente parlato di “norma salva-giovani”. Sono però mancate analisi più approfondite su una vicenda di notevole portata e impatto, tutto sommato passata sotto silenzio.

Processo Sabr, in Italia esiste la schiavitù

di Antonio Ciniero

In Italia ci sono uomini ridotti in schiavitù. Parte del lavoro agricolo stagionale del nostro paese, quello che fa crescere il nostro Pil, che permette l’esportazione e il consumo dei prodotti del made in Italy sulle tavole nostre e su quelle di mezza Europa, si basa anche su un lavoro “schiavile”. A sostenerlo non è uno dei tanti allarmi lanciati da qualche inchiesta giornalistica, non è la presa di posizione di una ONG o sigla sindacale.

La riduzione in schiavitù è stata contestata come reato a 11 imputati dalla sentenza pronunciata il 13 luglio scorso dai giudici della Corte di Assise del Tribunale di Lecce nel processo nato dall’inchiesta Sabr, dal nome di uno dei caporali che organizzava buona parte del lavoro agricolo stagionale nel territorio di Nardò, in provincia di Lecce.

Lo sfruttamento lavorativo nel territorio di Nardò non è certo una novità: si registra ininterrottamente da oltre vent’anni, con un’intensità che nel tempo ha continuato a crescere, a seguito della modificazione di diversi fattori che hanno a che vedere tanto con la struttura produttiva, con le modificazioni delle colture agricole[1], quanto con elementi socio-economici più generali, vale a dire con le filiere produttive e distributive del settore, la crisi economica, che ha spinto verso l’agricoltura soggetti prima impiegati nel settore industriale e in quello dei servizi nelle città del centro-nord Italia, e le ricadute sociali delle politiche migratorie, con la conseguente riconfigurazione delle presenze migranti del territorio.

Pensionati italiani all’estero: è davvero una vita da nababbi?

di Franco Di Giangirolamo

Negli ultimi anni ci si imbatte sempre più spesso in interviste televisive e radiofoniche, articoli sui giornali, video sui social attraverso i quali si propaganda, di fatto, una moderna corsa all’oro con immagini esotiche di pensionati goderecci, stravaccati su spiagge da sogno, finalmente felici in località dove la vita non costa niente e la si può sostenere con i soldi che il fisco in Italia ti avrebbe sottratto. Sono fiorite decine di agenzie specializzate nella organizzazione di queste fughe senili, centinaia di siti web dove ci si aiuta, organizzazioni più o meno solidali di “italiani in…..”. L’Eldorado pare sia stato trovato, altro che lotte sindacali

Premesso che ritengo assolutamente rispettabile la scelta dei pensionati, di andare dove vogliono e quando vogliono, vorrei ridimensionare il primo effetto di questo fenomeno tutt’altro che nuovo: l’eccesso di illusioni. Naturalmente mi rivolgo a coloro che non hanno compreso bene l’insegnamento di Collodi sul Paese dei Balocchi.

Partiamo dalle cifre. Il numero delle pensioni pagate all’estero non corrisponde al numero dei pensionati italiani che hanno migrato all’estero. La confusione è grave perché le prime ammontano negli ultimi dieci anni a circa 500.000, mentre i secondi ammontano a 36.578 nel periodo dal 2003 al 2014. Nello stesso periodo sono rientrati dall’estero 24.857 emigrati, per cui la catastrofe fiscale che questi scellerati migranti starebbero determinando, secondo alcuni patriottici commentatori è una stupidaggine allo stato puro, se si pensa che il totale dei pensionati italiani erano nel 2014 la bellezza di oltre 16 milioni.

Caporalato, fuggiti da Rosarno ora producono yogurt african style a Roma

Da Rosarno alle campagne che circondano il lago di Martignano, a due passi dalla capitale. Dalla schiavitù nei campi sotto i caporali alla libertà e, addirittura, al riscatto sociale. È la storia di Suleman, Cheikh, Ismael e altri quattro braccianti africani che ce l’hanno fatta. Si sono messi insieme per produrre un ottimo yogurt, African style e per coltivare ortaggi. È nata così la cooperativa Barikamà, che significa “Resistente” in lingua Bambara, un’impresa autogestita da loro, che ha trovato ospitalità in un’azienda agrituristica sulle sponde del lago di Martignano, dove la produzione di yogurt avviene in un caseificio con tutti i permessi e le norme sanitarie in regola.

“Dopo la rivolta di Rosarno siamo arrivati a Roma e dopo aver passato qualche tempo alla stazione Termini siamo stati ospitati in un centro sociale sulla via Prenestina ed è lì che ci siamo conosciuti” racconta all’Adnkronos Ismael, originario del Benin. “L’idea di produrre yogurt alla maniera nostra, africana, è nata lì”.

“Sono libero e indipendente nel mio lavoro, non sono più schiavo di qualcuno nelle campagne italiane – prosegue Ismael che nel Benin ha lasciato la famiglia e una figlia di 7 anni – dovunque sono andato a raccogliere la frutta a Rosarno, a Foggia, a Torino, sono sempre stato sfruttato. Mi pagavano 25 euro al giorno per dieci ore di lavoro. Uno sfruttamento assoluto. E ora, anche se non guadagno moltissimo, non importa, sono soddisfatto”.

Il Pd toglie ai lavoratori per dare alle banche

di Alessandro Somma

E così, alla fine, il governo è riuscito a salvare Banca Popolare di Vicenza e Veneto banca, e con loro i correntisti con somme depositate oltre i centomila Euro e i possessori di obbligazioni senior: non subiranno le conseguenze previste dalla recente disciplina europea, quella sul mitico bail in, non dovranno cioè contribuire in prima persona al salvataggio. La parte sana delle due banche verrà regalata a Banca Intesa, che erediterà così una rete di sportelli in una tra le aree più ricche del Paese.

Riceverà inoltre cinque miliardi di Euro per fronteggiare i costi dell’operazione, inclusa la gestione dei quasi quattromila lavoratori che perderanno il posto. La parte malata delle due banche verrà invece assorbita dallo Stato, che metterà a disposizione altri dodici miliardi di Euro come garanzia per i crediti deteriorati: quelli che hanno condotto i due istituti veneti alla rovina.

Il tutto con la benedizione della Commissione europea e della Banca centrale europea, a dimostrazione che, se e quando vuole, il governo sa battere i pugni sul tavolo e farsi concedere ciò che vuole dai tecnocrati di Bruxelles. Così come è bravo a trovare in fretta i soldi, sempre se e quando vuole, cioè quando si tratta di banche.

Il papa: abbassare l’età pensionabile, il sindacato torni a rappresentare gli esclusi

di Gabriele Polo

L’età della pensione va abbassata, il capitalismo non ha più un senso sociale, il sindacato è diventato troppo simile ai partiti e ha dimenticato i più poveri. Non è Maurizio Landini ma papa Francesco. Che ha dato una lezione di sindacalismo di fronte a una platea di dirigenti e delegati Cisl, alla vigilia del loro congresso, menando parecchi fendenti.

Per Bergoglio una società che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo “è miope e stolta” anche perché “obbliga un’intera generazione di giovani a non lavorare”. E così il papa, dopo aver condannato le recenti controriforme della previdenza, chiede “un nuovo patto sociale, che riduca le ore di lavoro di chi è nell’ultima stagione lavorativa, per permettere ai giovani, che ne hanno il diritto-dovere, di lavorare” ricordando che “le pensioni d`oro sono un`offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perchè fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni”.

Ma dopo la politica Francesco ha strigliato anche imprese e sindacato: “Il capitalismo del nostro tempo – ha detto – non comprende il valore del sindacato, perché ha dimenticato la natura sociale dell’economia, dell’impresa. Ma forse la nostra società non capisce il sindacato perché non lo vede abbastanza lottare nelle periferie esistenziali. Non lo vede lottare tra gli immigrati, i poveri”.

Francesca Re David: prima donna al vertice Fiom

di Massimo Franchi

La notizia della giornata sindacale è arrivata dalla Cgil. Con la conferma dell’anticipazione data da Il Manifesto nel giorno della manifestazione di piazza San Giovanni. A sostituire Maurizio Landini alla guida della Fiom sarà Francesca Re David (nella foto), a lungo segretaria nazionale e molto vicina al leader dei metalmeccanici. Una continuità sindacale che però diventa storia: per la prima volta una donna guiderà una federazione dei metalmeccanici, rompendo i 16 anni di dominio reggiano (sia Landini che il predecessore Rinaldini vengono dalla terra di Prodi) portando una romana alla carica che fu di Bruno Trentin e Claudio Sabattini.

Se il passaggio di Landini a segretario confederale verrà ratificato dall’Assemblea generale della Cgil del 10 e 11 luglio, due giorni sarà l’assemblea della Fiom a eleggere Re David sempre su proposta di Susanna Camusso. Se si tratterà di un traghettamento fino al congresso del 2018 o di una leadership più lunga dipenderà molto anche dal contesto esterno in Cgil. Quello che anche Susanna Camusso chiama «percorso unitario» che va a superare le divisioni del congresso 2014 dovrà reggere alla prova delle tante anime della Cgil, dai riformisti ai pensionati.

Solidarietà (sinistra e disoccupazione)

di Alberto Leiss

Le previsioni più pessimistiche si sono avverate, la destra con la Lega ha vinto a Genova – vicina alla mia storia – e in molti altri comuni con un passato più o meno «rosso». Fa male, ma il Pd e le varie sinistre presenti, per quanto ho potuto capire, se lo sono meritato. Più che cedere allo sconforto bisognerebbe concentrarsi sul modo di ripartire.

Discorso complesso, che dovrebbe abbracciare uno spazio arduo: dai conti mai fatti fino in fondo col secolo alle spalle, sino a un esame rigoroso del ruolo svolto dalle varie sinistre e dall’ex Pci negli anni della cosiddetta seconda repubblica, e in quelli che dopo la (relativa) caduta di Berlusconi hanno visto la continuità discontinua dei governi Monti, Letta e Renzi, nel contesto della crisi internazionale, e al centro di un’Europa sull’orlo della dissoluzione.

Qui evoco una delle tante possibili parole-chiave di una simile riflessione-elaborazione: solidarietà. Termine che deriva un po’ dal francese e un po’ dal latino. Nel linguaggio giuridico richiama le obbligazioni «in solido», in quello politico si arricchisce dei valori delle scelte personali e collettive, e dei sentimenti di vicinanza al prossimo in difficoltà, di amore per la giustizia. Non solo in teoria, ma nella pratica di azioni concrete, magari sostenute da adeguate norme pubbliche.