Category Archives: Economia

Solidarietà (sinistra e disoccupazione)

di Alberto Leiss

Le previsioni più pessimistiche si sono avverate, la destra con la Lega ha vinto a Genova – vicina alla mia storia – e in molti altri comuni con un passato più o meno «rosso». Fa male, ma il Pd e le varie sinistre presenti, per quanto ho potuto capire, se lo sono meritato. Più che cedere allo sconforto bisognerebbe concentrarsi sul modo di ripartire.

Discorso complesso, che dovrebbe abbracciare uno spazio arduo: dai conti mai fatti fino in fondo col secolo alle spalle, sino a un esame rigoroso del ruolo svolto dalle varie sinistre e dall’ex Pci negli anni della cosiddetta seconda repubblica, e in quelli che dopo la (relativa) caduta di Berlusconi hanno visto la continuità discontinua dei governi Monti, Letta e Renzi, nel contesto della crisi internazionale, e al centro di un’Europa sull’orlo della dissoluzione.

Qui evoco una delle tante possibili parole-chiave di una simile riflessione-elaborazione: solidarietà. Termine che deriva un po’ dal francese e un po’ dal latino. Nel linguaggio giuridico richiama le obbligazioni «in solido», in quello politico si arricchisce dei valori delle scelte personali e collettive, e dei sentimenti di vicinanza al prossimo in difficoltà, di amore per la giustizia. Non solo in teoria, ma nella pratica di azioni concrete, magari sostenute da adeguate norme pubbliche.

Operai, trent’anni dopo

Cooperazione

di Sergio Sinigaglia

Nel febbraio del 1988 Gad Lerner, allora giovane, ma già affermato giornalista trentatreenne dell’Espresso, pubblicò con Feltrinelli “Operai”. Si trattava di un ricco reportage che, partendo dalla Fiat, ci accompagnava in un viaggio “dentro la classe che non c’è più”, come si poteva leggere nel sottotitolo. Un’indagine che andava “oltre l’universo metallico delle grandi fabbriche automobilistiche per raccontare la vita nei casermoni di periferia, le metamorfosi avvenute nei paesini meridionali degli emigranti (i nostri…ndr), gli operai divisi tra robot e lavoro contadino”, cioè i cosiddetti metalmezzadri, ben conosciuti per esempio nel fabrianese, dove esisteva un altro impero, molto più piccolo di quello di sua Maestà Gianni Agnelli, ma comunque significativo. Ovviamente ci riferiamo alla famiglia Merloni.

Eravamo nel pieno della restaurazione conservatrice. Tre anni prima un referendum aveva sancito la sconfitta di chi voleva abrogare il decreto di San Valentino, voluto dal governo Craxi, provvedimento che cancellava quattro punti della scala mobile. Una prima picconata ad uno strumento fondamentale di difesa delle retribuzioni. La consultazione vide una clamorosa e significativa sconfitta del PCI e delle altre forze della sinistra che volevano abrogare la norma. Una debacle emblematica dei tempi che si stavano vivendo e annunciando. Nel 1992 ci penserà il governo Amato ad abolire definitivamente la scala mobile, con il beneplacito delle organizzazioni sindacali.

Più di trent’anni dopo quei fatti e 29 anni di distanza dalla pubblicazione del libro, Gad ci ha proposto un altro viaggio nel mondo del lavoro, andato in onda in sei puntate su Rai tre. Il titolo sempre uguale “Operai”, ma il contesto proposto è alquanto modificato. In peggio.

Da Pomigliano ai voucher: riempiamo le piazze di Roma il 17 giugno

di Umberto Romagnoli

Non è stato finora osservato che la lesione subita dalla Cgil coi suoi milioni di rappresentati (oltreché dalla democrazia tout court) è qualitativamente identica a quella subita nel 2010, a Pomigliano D’Arco, dalla Fiom con le sue migliaia di iscritti (oltreché dalla garanzia costituzionale della libertà sindacale). La differenza è solo di quantità: riguarda l’entità della sbrego che è stato prodotto.

Allora, la Fiom venne estromessa dalla Fiat per non aver sottoscritto un contratto sostanzialmente imposto e l’espulsione era apparentemente legittimata dalla formulazione letterale dell’art. 19 st. lav. nella versione modificata dall’esito di un (improvvido) referendum del 1995. Nella riformulazione uscita dalla urne, infatti, la norma-pivot della nostra legislazione di sostegno sindacale subordinava la titolarità dei diritti di attività sindacale nei luoghi di lavoro alla sottoscrizione del contratto collettivo applicato nell’unità produttiva. Per ristabilire la legalità la Fiom ha dovuto rivolgersi alla Corte costituzionale, la quale ne ha ordinato la riammissione nei luoghi di lavoro emanando una sentenza appartenente alla tipologia delle sentenze c.d. additive, che sono assai infrequenti nella sua giurisprudenza. Nel 2013, ha riscritto la norma; e ciò per evitare che il dissenso di un sindacato sia punito sacrificando la libertà dei lavoratori di scegliersi la rappresentanza sindacale che vogliono.

Orbene, quel che accade oggi ripropone in misura esponenziale, fino ad ingigantirlo, il problema di come si possa reagire all’alterazione delle regole del gioco democratico quando la slealtà dell’interprete lo spinge a sfruttarne cinicamente veri o presunti difetti. Frode costituzionale. Schiaffo alla democrazia. Scippo di referendum. Strategia dell’inganno.

I dati Istat e Inps disegnano una società sempre più povera, divisa e bloccata

Pad (Progetto assistenza ai disoccupati)

di Alfonso Gianni

I dati che ci fornisce l’Istat, relativi al mese di aprile di quest’anno, non fanno nella sostanza che precisare il quadro che emergeva da quelli che già conoscevamo tramite l’Inps. Apparentemente la disoccupazione diminuisce: ad aprile il dato dei senza lavoro scende all’11,1%, toccando il minimo dal settembre del 2012. Ma l’aumento degli occupati, sia per le donne che soprattutto per gli uomini riguarda le persone ultracinquantenni e in misura molto minore quelle comprese nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, mentre si registra un calo in tutte le altre fasce d’età.

La cosa è ancora più evidente su base annua: rispetto all’aprile 2016 gli occupati dipendenti sono saliti di 277mila, ma di questi ben 225mila erano a termine. Inoltre la crescita è avvenuta tra gli ultracinquantenni (+362mila), mentre calano quelli compresi fra 35 e 49 anni (- 122mila). Se ricordiamo quello che ci aveva detto l’Inps pochi giorni fa a proposito del flop del Jobs Act, che riguarda un calo dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato del 7,4% sul primo trimestre del 2016, mentre le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (comprese quelle per gli apprendisti) si contraggono per un meno 6,8% rispetto al 2016, possiamo trarre alcune semplici conclusioni.

L’aumento della occupazione riguarda essenzialmente gli ultracinquantenni, coloro che sono costretti a restare a lavorare a causa del prolungamento dell’età pensionabile, rappresentando tra l’altro un tappo per l’ingresso nel mondo del lavoro delle giovani generazioni. Finiti gli sgravi del Jobs Act i padroni ritornano sui loro vecchi binari, attraverso l’uso del contratto a termine liberato da ogni causale come da decreto Poletti.

Piergiovanni Alleva: “I voucher, una frode all’ordinamento costituzionale”

di Giacomo Russo Spena

“Sono riusciti a peggiorare la situazione creando una specie di contratto precario in bianco, se possibile, peggiore dei voucher”. Già in passato il giuslavorista Piergiovanni Alleva – docente universitario e consigliere regionale in Emilia Romagna – aveva espresso dubbi sui voucher sostenendo la raccolta firme per promuovere il referendum abrogativo: “Il voucher non fa emergere ma incentiva il lavoro nero, in quanto costituisce in concreto un alibi per utilizzare lavoro irregolare”, erano le sue parole. Adesso il quadro si è, secondo lui, addirittura aggravato fino a fargli cambiare anche giudizio sull’ex premier Matteo Renzi: “Prima lo giudicavo un piccolo ignorante avventurista ma ora mi sembra un pericolo per la democrazia neanche tanto occulto”. Intanto il 17 giugno il giuslavorista annuncia la sua presenza alla manifestazione nazionale della Cgil contro la reintroduzione dei voucher e per la difesa del lavoro.

La nuova manovra economica, appena passata alla Camera, prevede la reintroduzione dei voucher: si chiameranno PrestO, con la o maiuscola, acronimo di “Prestazione Occasionale”. Professor Alleva, che ne pensa?

I voucher sono usciti dalla porta e rientrati dalla finestra, anche se con una strumentazione giuridica diversa: per i rapporti che interessano le “piccole imprese” viene utilizzato un nuovo sottotipo di contratto di lavoro, detto “di prestazione occasionale”, che è in realtà una sorta di mini contratto di lavoro intermittente o a chiamata, ossia una delle peggiori forme di precariato mai concepite. Infatti, accoppia all’incertezza della prestazione futura una sorta di carica ricattatoria, perché, eseguita la prima prestazione, se per qualche motivo non vai bene, non sarai più chiamato. Probabilmente la nuova soluzione è peggiore della vecchia.

Grecia, la battaglia sul debito

La crisi in Grecia

di Dimitri Deliolanes

L’accordo tecnico raggiunto tra il governo greco e i creditori il 2 maggio porta a compimento il processo di accordo politico intrapreso dal premier Alexis Tsipras fin dal vertice di Malta: usando la consueta strategia di rifiutare sempre ogni concezione “tecnica” e “puramente economica” delle strategia imposta al paese, Tsipras aveva sollecitato la cancelliera Merkel e i massimi responsabili dell’UE a mettere freno al pericoloso gioco che portava avanti il Fmi con la complicità del ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schauble. Il risultato è stato un compromesso, doloroso per Atene, ma necessario per portare avanti lo scottante problema del debito.

Si può dare per scontata la conclusione favorevole della seconda valutazione, che era in sospeso fin dalla fine di novembre, alla prossima riunione dell’Eurogruppo. Obiettivo importante per Atene, non tanto per la tranche di quasi 8 miliardi che saranno versati per il pagamento di varie scadenze del debito. L’importanza consiste nel fatto che la Grecia può ragionevolmente sperare di potere oramai entrare nel programma Quantitative Easing della Bce.

Tsipras ha correttamente compreso che la parte più importante dell’adesione a questo programma non consiste nei miliardi che saranno incassati, quanto invece nel messaggio che Draghi manderà ai mercati e a chi studia possibili investimenti: un messaggio di svolta rispetto al passato: il paese si accinge a entrare in una fase di sviluppo.

1 maggio 1947: la strage di Portella della Ginestra settant’anni dopo

di Claudio Cossu

1 maggio 2017: sono trascorsi settant’anni da quella tremenda e crudele strage, a Portella della Ginestra (Sicilia), ricorrenza che Macaluso giustamente ha ricordato lo scorso 28 aprile 2017, su “La Repubblica” definendola la “prima strage di Stato” del dopoguerra. Strage che segnò l’inizio, purtroppo, di quella serie di eccidi che vide il connubio tra Cosa nostra, servizi deviati dello Stato e forze oscure della reazione (monarchici e neo-fascisti nella fattispecie, in quei tempi lontani). Scopo: reprimere le giuste rivendicazioni dei contadini dell’epoca e delle forze progressiste tout court, del mondo del lavoro in genere, negli anni seguenti, contro il latifondo e i privilegi di pochi ricchi e potenti del nostro Paese.

Nel 1947 il bandito Salvatore Giuliano e la mafia, in sintesi, servirono a reprimere nel sangue quelle rivendicazioni alle terre e in seguito l’intreccio gelatinoso e viscido tra le forze sopra menzionate servì a soffocare le aspirazioni operaie, studentesche e progressiste emergenti. Aspirazioni all’eguaglianza sociale e alla libertà, contro il potere di pochi e le pretese corporative e reazionarie di poteri oligarchici e retrivi giù giù, fino ai nostri giorni.

Ricordiamo, dunque, quelle vittime, questo 1 maggio 2017, giorno dei lavoratori e dedicato alla sacralità del lavoro, che dovrebbe realmente essere tutelato, come previsto – del resto – dalla nostra Costituzione, ma sempre minacciato da licenziamenti e revisioni inique, con la scusante dello sviluppo economico e di nuove, peraltro incerte, modalità di contratti di lavoro a tempo determinato, di natura incerta e vaga nonché insicure.

Def 2017: molta retorica, poche certezze

di Sbilanciamoci.info

Pasticciato, vago e incoerente: questo in sintesi il giudizio di Sbilanciamoci! sul Def 2017 che ha partecipato alle audizioni aperte martedì 18 aprile in Senato sul Documento di Economia e Finanza 2017. “Ottimismo infondato sull’andamento della situazione economica del nostro paese, assenza di una politica economica capace di rilanciare crescita e occupazione, incertezze sulla copertura della spesa, mancanza di dettagli sull’ennesima fase di spending review annunciata dal Governo, introduzione parzialissima, inadeguata e strumentale del Bes nel Def 2017, continuità sostanziale dell’approccio di bilancio fondato sulle politiche di austerità e sul pareggio e le risorse che dovrebbero reintegrare i fondi sociali tagliati dopo l’accordo Stato regioni non ci sono”.

Questi i principali passaggi dell’intervento della portavoce della campagna che ha ricordato il lungo impegno di Sbilanciamoci! nell’elaborazione di indicatori di qualità dello sviluppo alternativi al Pil e ha espresso sconcerto per le modalità con le quali il Bes è stato introdotto in via sperimentale nel Def 2017: 4 indicatori su 130, simulazioni discutibili che secondo il Governo attesterebbero una diminuzione della diseguaglianza.

Il governo dedica un intero paragrafo all’Europa dichiarando di impegnarsi per una riforma delle politiche e delle istituzioni europee ma tace sul fiscal compact, si sofferma solo sulle migrazioni rivendicando l’approccio sicuritario che attraversa i due decreti su immigrazione e sicurezza recentemente convertiti in legge e firma una dichiarazione come quella del 25 marzo che affida il futuro dell’Europa alle armi.

Una notte al supermercato per capire dove va il mondo del lavoro

di Christian Raimo

Il rumore bianco dei frigoriferi che si amplifica, la luce dei neon che si allarga sui corridoi tra le merci che paiono assopite sugli scaffali in attesa di clienti, una musichetta in sordina trasmessa da una filodiffusione che sembra una radio lasciata accesa sovrastata dal clangore ottuso dei transpallet manuali che caricano i colli appena arrivati, un ticchettio che non si capisce se provenga da un rubinetto che perde da qualche parte sul retro o da un orologio industriale: fare la spesa in un supermercato di notte è un’esperienza lunare.

Che siano le due o le cinque, non è tanto il tempo a essere sospeso, ma l’ordine sociale; dopo mezzanotte chi entra qui ha quasi sempre l’andare di un turista galattico o la faccia di uno scampato.

Uomini che indossano la tuta e i mocassini; gruppi di sedicenni in fame chimica che fanno incetta di kinder cereali; impiegati hipster che allentano la cravatta e si rilassano nell’atmosfera placida dei nonluoghi riscaldati dalle confezioni pastello dei prodotti; tifosi post-partita ubriachi che cercano di assumere un tono convincente con il cassiere per farsi dare una birra e finiscono per ripiegare sul chinotto; vecchi amici con i capelli lunghi grigi da ex metallari e zainetti e marsupi che vagano tra le corsie discutendo di animalismo, tisane e marche di biscotti; coppie d’innamorati che in una parodia dello shopping famigliare alle tre di notte si lanciano cartoni del latte al volo e si fanno i selfie con gli omogeneizzati per mostrarli a quegli amici che non ci credono che si può fare la spesa a quest’ora. E poi gli habitué delle ore più piccole: le prostitute, i trans, i tassisti, e i vecchi, i vecchi pensierosi, semisonnambulici, magari con un completo stazzonato sopra il pigiama e le scarpe da trekking ai piedi.

Lavorare meno, lavorare tutti: parole che è possibile trasformare in realtà oggi

di Piergiovanni Alleva

§1) Il Progetto di Legge regionale Emilia Romagna: scopi e strumenti

La convinzione, o quanto meno la fiducia, che anche grandi problemi possano avere, in realtà, una soluzione semplice e, per così dire, a portata di mano, purché sorretta da chiarezza di obiettivi politici e conoscenza adeguata dei dati socioeconomici e normativi, ha ispirato la presentazione da parte del Gruppo assembleare L’Altra Emilia Romagna di una proposta di legge regionale all’apparenza modesta ma, nei suoi scopi, certamente ambiziosa. Si tratta, infatti, di una proposta di legge in tema di riduzione dell’orario di lavoro tramite incentivazione dei contratti collettivi aziendali di solidarietà “espansiva” che mira a realizzare un triplice obiettivo.

Da un lato quello di migliorare decisamente la condizione esistenziale dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici, riducendo la settimana lavorativa da cinque a quattro giornate con una modestissima incidenza, peraltro sul livello salariale, da un altro lato – ed è lo scopo più importante ed urgente – riassorbire in parallelo in modo massiccio e tendenzialmente totalitario la disoccupazione giovanile, e dall’altro lato ancora, preparare una futura riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, resa indispensabile, in prospettiva dall’automazione crescente delle attività produttive.

Conviene spiegare subito, in breve, di cosa si tratta e la sostanza tecnico-normativa della proposta, posponendo la illustrazione dei vantaggi e possibilità ma anche delle obiezioni e delle resistenze. Si rammenta, dunque, che nel nostro ordinamento giuridico del lavoro esiste da molto tempo, ed esattamente dalla legge n° 863/1984, uno specifico istituto, detto “Contratto di Solidarietà”, che consiste in un contratto collettivo aziendale con il quale si riduce l’orario lavorativo dei dipendenti, distribuendo tra loro la riduzione del monte-ore complessivo.