Category Archives: Economia

Una ricetta per dare lavoro ai giovani

di Piergiovanni Alleva

È assolutamente importante in questa fase politica, che la sinistra assuma su di sé il compito di porre rimedio ai guasti della fallimentare legislazione del lavoro del governo Renzi, che ha ulteriormente precarizzato, e di molto, il mercato del lavoro senza raggiungere alcun stabile miglioramento occupazionale. Il compito non è solo quello della rivisitazione e ripristino delle tutele fondamentali, devastate dal Jobs Act, ma anzitutto di incidere sulla disoccupazione, in primo luogo giovanile, con una proposta pratica, efficace e finanziariamente sostenibile.

Questo è lo scopo di un Progetto di L. R. dell’Emilia-Romagna, presentata dal Gruppo assembleare L’Altra Emilia Romagna, e cofirmato dai gruppi Sinistra Italiana e Art.1 MDP, in tema di diffusione dei cosiddetti contratti di solidarietà espansiva, che contiene una formula per una rilevante riduzione della disoccupazione giovanile.

Cercheremo quindi di illustrarlo al meglio. È opportuno ricordare anzitutto che i contratti di solidarietà espansiva, ora ridefiniti dall’art.41 del Dlgs. 148/2015, sono contratti collettivi aziendali con i quali viene ridotto l’orario di lavoro settimanale, senza futura perdita pensionistica, al fine di «creare spazio» per l’assunzione di nuovi lavoratori. Per esempio, riducendo su base volontaria la settimana lavorativa da 5 a 4 giornate, si apre lo spazio per l’assunzione di un nuovo lavoratore per ogni 4 lavoratori richiedenti tale riduzione.

Un bonus al giorno toglie il welfare di torno

di Alfonso Gianni

I due pilastri portanti della Renzinomics, gli incentivi alle imprese e i bonus al popolo, continuano a reggere l’impianto della politica economica del governo Gentiloni. Si potevano nutrire pochi dubbi al riguardo, trattandosi di un governo fotocopia che per di più condivide con il precedente il ministro dell’Economia e delle Finanze. Questi consentono da un lato di sorreggere un mondo delle imprese che non si accontenta della liberalizzazione del mercato del lavoro e deve essere continuamente stimolato dagli sgravi fiscali e dagli iperammortamenti.

Cui si aggiunge per i singoli una sorta di nuovo condono attraverso la riapertura dei termini per la “rottamazione delle cartelle”, ovvero della chiusura dei contenziosi con l’Agenzia delle entrate, contenuta nel collegato fiscale. Dall’altro lato permettono di cercare consensi tra strati popolari vessati da una crisi che ha visto ridurre i loro redditi dal 2008 ad oggi. Gli istituti statistici ci ricordano che il dipendente medio può comprare con i proventi del suo lavoro una quantità di beni e servizi inferiore di 320 euro rispetto a quella che poteva tranquillamente permettersi nel 2007.

Black Friday: quando l’uomo-lavoratore si allea con l’uomo-consumatore. Cioè con sé stesso

di Antonello Mangano

Il grande capolavoro del capitalismo contemporaneo non è la contrapposizione tra i lavoratori, né quella tra migranti e autoctoni (storia vecchia ma sempre funzionante) ma quella – nuova – tra l’essere umano e sé stesso. Così l’uomo consumatore è in competizione e si scontra con l’uomo lavoratore. Anche se si tratta della stessa persona.

Ci arrabbiamo a morte se non ci fanno il contratto a tempo indeterminato ma ci consoliamo con un volo a 9,99 euro. Vogliamo un’assunzione come dipendenti ma compriamo pelati di pomodoro da 60 centesimi.

Il low cost, dal punto di vista del capitalismo, è la quadratura del cerchio. Come vendere ogni genere di prodotti e servizi a una massa di sottopagati, precari e sfruttati? Facendo in modo che tutto costi il meno possibile. Un sistema che attraverso la logistica e gli algoritmi, la produzione globale e la delocalizzazione permette a merci che hanno fatto il giro del mondo di costare pochissimo.

Prendete gli abiti: cotone turco (raccolto da rifugiati siriani), manifattura bangladese (in scantinati maleodoranti a rischio incendio), trasporto ad Amburgo, logistica e smistamento nei pressi di Pavia e vendita in ogni angolo d’Europa. Nonostante il giro di due continenti gli abiti costano pochi euro. Nel frattempo sono stati schiacciati i diritti di centinaia di lavoratori. E la loro legittima aspirazione alla felicità.

Legge di bilancio, la manovra del “vorrei ma non posso”

di Andrea Baranes

La manovra del “vorrei ma non posso”. È questa l’impressione che si ha leggendo la Legge di Bilancio 2018 trasmessa lo scorso 31 ottobre al Parlamento, in notevole ritardo rispetto alla scadenza del 20 ottobre prevista dalla normativa. Un ritardo che evidenzia la difficoltà nel chiudere i conti, ma anche l’ulteriore riduzione di spazio di dibattito per un Parlamento che ha sempre meno voce in capitolo sui conti dello Stato.

La sostanza della Legge di Bilancio viene discussa e decisa altrove e in primo luogo viene pesantemente ingabbiata nei limiti e vincoli degli accordi europei siglati dal nostro Paese. In questo senso, se l’approvazione finale della manovra in Parlamento è ormai un atto poco più che formale, entro fine anno lo stesso Parlamento dovrà decidere se ratificare il Fiscal Compact, trattato che ci obbligherebbe a riportare entro venti anni il rapporto debito/Pil al 60%.

Come dire che, indipendentemente dai governi in carica, ci vincoliamo a venti anni di alta imposizione fiscale, tagli alla spesa e rinuncia a qualsiasi seria politica pubblica di investimento nel nome di un parametro economico deciso oltre due decenni fa. Quella del 2018 è l’ennesima manovra figlia di questa visione e dell’austerità, di politiche economiche sbagliate che non hanno fatto altro che aggravare e allungare la crisi e aumentare ulteriormente le diseguaglianze.

Lavorare meno, lavorare tutti: un “sì” dai dipendenti in Emilia Romagna

Un sondaggio sulla proposta di legge regionale di Piergiovanni Alleva: più del 50% di lavoratrici e lavoratori sarebbe favorevole – La Cgil di Bologna per allargare e approfondire il confronto – Tra gli imprenditori si valutano sperimentazioni – Il disegno di legge appoggiato in Consiglio regionale anche da Art.1 e Sinistra Italiana, e “adottato” dal Trentino.

di Sergio Caserta

Dall’Emilia Romagna arriva un segnale importante: a certe condizioni una maggioranza di lavoratori dipendenti sarebbe pronta ad accettare una riduzione di orario, e anche una contenuta riduzione di salario, per favorire l’occupazione giovanile e migliorare la propria qualità della vita. Il progetto di legge regionale “misure per il riassorbimento della disoccupazione tramite la promozione di contratti di solidarietà espansiva”, presentato dal consigliere di Altra Emilia Romagna, professor Piergiovanni Alleva [1] ( Vedi l’articolo di Alleva “Lavorare meno lavorare tutti, l’aggiornamento possibile”, sul n. 1, 2017 di Critica Marxista), è stato al centro di un sondaggio realizzato dallo studio “MV ricerche di mercato” di Modena.

Sono stati intervistati (con metodo CATI telefonico e CAWI via mail) 654 lavoratori e lavoratrici della regione, 365 maschi e 289 femmine, di tutte le fasce d’età della popolazione attiva tra i 15 ai 65 anni e oltre, di ogni ordine di studi dalla licenza elementare alla laurea, con qualifiche e inquadramenti dai dirigenti agli apprendisti. Inoltre il campione comprendeva 558 lavoratori dei settori privati – agricoltura (14), industria (206), costruzioni (24), commercio (105), servizi (305) – e 96 del settore pubblico.

La distribuzione degli intervistati corrispondeva alle diverse dimensioni aziendali o di ente, riflettendo l’orientamento prevalente della proposta verso dimensioni aziendali mediamente più consistenti. Gli intervistati erano rappresentativi anche di tutte le province, di nuclei familiari composti da 1 a oltre 5 persone e con redditi familiari percepiti da una sola persona (31,3%) o da più di una (68,7%).

“Devono imparare a obbedire”: lo stage, lavoro coatto gratuito en travesti

di Alessandro Mantovani

La risposta di Renzi allo sciopero con cui gli studenti, venerdì 13 ottobre, sono scesi in piazza in tutta Italia per protestare contro le forche caudine della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” introdotta obbligatoriamente dalle regole della sedicente “buona-scuola”, non si è fatta attendere: ha proposto che il servizio civile, attualmente volontario, divenga obbligatorio, per un mese, per tutti i giovani. Una contromossa, come si vede, che suona come provocatoria verso le richieste del movimento studentesco.

A questo punto, quello curato dalla Cillo è un libro necessario. Le analisi che i diversi autori presentano, e che costituiscono il primo approccio scientifico ad un mondo ancora in larga misura sconosciuto, diventano infatti in questo contesto un’arma contro l’ignobile retorica sulla “formazione” di competenze atte a risolvere il problema della disoccupazione giovanile con cui questo cinico abuso della forza lavoro viene paludato.

Malgrado tutte le difficoltà nel reperire i dati, che nessuno ha interesse a raccogliere e soprattutto divulgare, difficoltà che gli autori non sottacciono, il volume riesce nell’impresa di fornirci un quadro sufficientemente ampio e chiaro della dimensione del fenomeno e delle modalità con cui irreggimenta masse crescenti di giovani dietro il miraggio di un accesso al mondo del lavoro. Promessa destinata per i più ad essere totalmente disattesa, visto che, nel nostro paese, nel settore privato, solo l’11,9% degli stagisti otterrà un contratto di lavoro nell’impresa che ha ospitato lo stage, mentre nessuno (per le stesse norme che regolano l’accesso al pubblico impiego e per il blocco del turn-over) lo troverà nel settore pubblico.

Braccianti e prostitute: l’Emilia arruola sempre più schiavi nelle mani di caporali

di Marcello Radighieri

Sono manovali, braccianti, badanti, muratori e, soprattutto, prostitute. Vengono da Nigeria e Romania, Moldavia e Marocco, ma anche dal Bangladesh o dal Pakistan. Per arrivare in Italia si sono indebitati per migliaia di euro (qualcuno, pure per decine di migliaia). E una volta giunti qui sono finiti inesorabilmente nelle mani della criminalità organizzata, a rinforzare le fila dell’esercito dei nuovi schiavi, costretti a raccogliere frutta e verdura per pochi spicci nelle campagne oppure a battere lungo i viali delle città d’Emilia.

Stando ai dati forniti dalla Regione, il fenomeno è esploso con il massiccio incremento dei flussi migratori non programmati. Negli ultimi anni, infatti, sono praticamente raddoppiate le persone aiutate dal progetto “Oltre la strada”, un insieme di interventi dedicati alla lotta alla tratta che punta ad allontanare le vittime dalle reti di sfruttamento, accogliendole in case protette e concedendo loro il permesso di soggiorno.

Erano 110 ingressi nel 2013, sono stati oltre 200 nel 2016. E il dato sembra trovare conferma anche per l’anno in corso, visto che a fine giugno il numero delle vittime assistite toccava già quota 89. Tanto che, a partire dall’anno prossimo, l’Emilia Romagna prevede di potenziare ulteriormente i progetti di protezione e accoglienza, aggiungendo una trentina di nuovi posti letto alla rete regionale.

Lettera aperta a Cgil, Cisl, Uil dopo l’attacco di Di Maio al sindacato

di Pierre Carniti

Cari amici e compagni, la recente sortita di Di Maio, con la inconcepibile minaccia rivolta soprattutto al sindacalismo confederale, minaccia che comprende il proposito di riformarlo autoritariamente se mai lui dovesse arrivare a Palazzo Chigi, è sicuramente indicativa dei limiti del dirigente “pentastellato”. Sia della sua cultura costituzionale, come della sua consapevolezza circa il ruolo essenziale dell’autonomia dei gruppi intermedi nell’assicurare l’indispensabile vitalità democratica, nelle società complesse e fortemente strutturate.

L’improvvida uscita del giovane parlamentare, della nebulosa grillina, potrebbe indurre i più sprovveduti a credere che la dialettica sociale possa essere neutralizzata “statalizzando” la società. Tuttavia, non c’è dubbio che la sconsiderata sortita di Di Maio può, al tempo stesso, essere interpretata come una spia anche del declino della popolarità del sindacato. Condizione che induce alcuni politici e politicanti ad uniformarsi a quello che viene considerato il “senso comune”.

Anche se, come spiegava bene Manzoni, è generalmente diverso, e non di rado opposto, al “buon senso”. Insomma, Di Maio è stato l’ultimo in ordine di tempo a dire sciocchezze sul sindacato. Ma non è nemmeno l’unico. Basterà ricordare che non moltissimo tempo fa un noto politico, investito da preminente responsabilità istituzionale, non aveva esitato ad affermare che il tempo dedicato al confronto con il sindacato era da considerare, nei fatti, “tempo sprecato”.

Vino doc e olio d’oliva: il sangue dei migranti nei campi di Trapani

di Antonello Mangano

Uno taglia a cubetti l’agnello, l’altro prepara la padella, il terzo accende il fornello da campo. Il tè alla menta bolle in un angolo. Piazza Renda, pieno centro di Alcamo. Un gruppo di tunisini si attrezza per la cena. Quel quadrato di asfalto è la loro casa: cucina e camera da letto. L’armadio è una specie di gabbia metallica dove i vestiti sono stesi ad asciugare.

I migranti che dormono sull’asfalto sono la parte meno presentabile della catena di produzione dei vini bianchi Doc. I prodotti che hanno reso famosa quest’area e creato lavoratori usa e getta per la vendemmia. Più in là ci sono gruppi di subsahariani. E coperte, sacchi a pelo e materassi appesi agli alberi. Li stanno recuperando in vista della notte. Al centro della piazza, intorno a un tavolino, un gruppo di vecchietti del paese gioca a carte come se nulla fosse.

Alcamo

“La doccia”, chiedono tutti. “È vero che si può fare la doccia senza pagare? “A qualche chilometro di distanza c’è effettivamente un centro di accoglienza che ha stabilito regole rigide. Si entra documenti alla mano, che vengono fotocopiati e spediti alle autorità. Molti hanno il permesso di soggiorno e potrebbero almeno lavarsi. Ma l’ostacolo sono i due euro per cena, doccia e letto. Tutti sono qui per lo stesso motivo: mettere soldi da parte. Meglio dormire all’aperto che cedere due monete preziose.

Non è lavoro, è sfruttamento

di Davide Villani

La fine della storia è finita. Ultimamente, il numero di coloro che se ne sono accorti è in forte crescita. A livello globale sono molteplici i casi che dimostrano come siano in atto cambiamenti significativi nel dibattito pubblico. Abbiamo i Corbyn e i Sanders, che parlano esplicitamente di socialismo. Ci sono giornali e riviste come il New York Times e l’Economist che discutono l’attualità del pensiero marxista. L’Italia, invece, sembra latitare su questo fronte. Qui i mutamenti nei processi di produzione e consumo spesso sono stati importati senza un dibattito all’altezza di questi cambiamenti. Eppur qualcosa si muove. In questo contesto si inserisce Non è lavoro, è sfruttamento, il primo libro della ricercatrice Marta Fana.

L’autrice si immerge nel mondo lavoro per raccontare le esperienze di vecchie e nuove figure professionali. Troviamo i turni massacranti nel settore della logistica e la storia Abd Elsalam, ucciso durante un picchetto in una grande azienda vicino Piacenza. C’è lo sfruttamento nel settore pubblico e l’esperienza di Federica e i suoi colleghi che per anni hanno lavorato alla Biblioteca Nazionale di Roma ricevendo come compenso un rimborso spese di 400 euro per un part-time di 24 ore settimanali.

C’è il cottimo dei fattorini: una consegna, tre euro, “un pezzo, un culo”. Con la differenza che per gli operai Massa contemporanei le ferie e i permessi per malattia sono solo un miraggio. Più che new economy sembra di essere tornari albori della società industriale. Come se non bastasse, il viaggio nel tempo ci porta ancora più in là, ad epoce precapitaliste.