Category Archives: Tecnologia

Crisi dimenticate e razzismo mediatico

di Vincenzo Vita

La sociologia dei media, a cominciare dal frequentatissimo manuale «Teorie della comunicazione di massa» di Mauro Wolf (1985), cita la vecchia «legge di McLurg», dal nome di colui che inventò lo schema delle classificazioni dominanti: un europeo equivale a 28 cinesi, 2 minatori gallesi a 100 pakistani.

Può darsi che l’annotazione sia stata scritta con English humour, ma purtroppo ci racconta la verità, e in difetto. Ad esempio, senza ovviamente volere sottovalutare l’uragano del Texas e le sue vittime, il tempo dedicato dai media occidentali a Houston è di gran lunga superiore a quello concesso alle 2000 persone morte per il colera in Yemen o ai 1000 deceduti per frane e inondazioni in Sierra Leone, o al valore assegnato ai disastri del conflitto rimosso dell’Afghanistan, o all’aggiornamento sulla Siria.

Per saperne qualcosa è indispensabile guardare la rete televisiva araba «all-news» Al Jazeera, che – non per caso – corre il rischio di essere chiusa. Gli esempi potrebbero essere numerosi. Si tratta, infatti, di una sorta di regola generale che ha oggi, dopo la fine dell’alibi del «muro» e dell’equilibrio del terrore, un sapore di vero e proprio «razzismo mediatico».

Il lato “maledetto” della Rete contro le donne

di Vincenzo Vita

Sulla scelta, condivisibile, della presidente della camera dei deputati Laura Boldrini di denunciare coloro che insultano on line si è già scritto molto. E qui non sono in gioco giudizi politici. Il manifesto ha affrontato il tema generale, con gli articoli di Bia Sarasini e di Guido Viale (18 e 22 agosto). Si pone a questo punto, però, il lato «maledetto» del problema, da tempo in incubazione, oggetto di infiniti dibattiti, e tuttavia poco affrontato in termini davvero operativi.

Vale a dire il nodo dei limiti della libertà nella e della Rete. Ovviamente, guai solo a pensare che Internet possa essere imbavagliato, magari con nobili intenzioni.

Hanno ragione coloro che sottolineano come la nuova «realtà allargata» valichi i vecchi confini analogici ed esprima zone di conflitto che qualche grida non rimuove. Come le solite proposte di istituire specifiche «autorità» o di estendere i compiti delle attuali istituzioni di garanzia. Ciò non toglie che l’incitamento all’odio («hate speech»), attraverso le diverse forme con cui si esprime, configuri una degenerazione inquietante, tale da chiudere anche simbolicamente l’era dell’innocenza del web.

Telecomunicazioni, il privato è in declino

di Vincenzo Vita

Il dato nuovo, interessante – a prescindere – della discussione sulla rete di telecomunicazioni e sulla sua ipotetica “ripubblicizzazione” è l’evidente declino dell’era del Privato. È stato un periodo foriero di danni seri. Si potrebbe dire, anzi, che l’eccesso non ha fatto bene neppure al capitalismo italiano, gracile e subalterno come non mai. Il tema è tornato all’ordine del giorno in aree diverse tra di loro, a conferma di una tendenza.

Pensiamo alla riacquisizione da parte dell’Istituto Luce degli Studios di Cinecittà; all’emergenza acqua; alla complessa storia dell’accennato network della fibra. Quest’ultima fiammata è davvero sintomatica, vista l’enfasi con cui a suo tempo (correva l’anno 1997) fu accompagnata la “madre” di tutte le privatizzazioni. Ora, a fronte della resistenza francese all’iniziativa di Fincantieri, è cresciuta la voglia di dare un metaforico calcio a Vivendi e di riprendersi Tim-Telecom.

Al di là della sfida tra tricolori – accidenti, che disinvoltura dopo gli inni alla gioia di Macron e a valle delle religione globalista – di che si parla, davvero? Passi per il “Mov5Stelle”, che allora proprio non c’era neanche nella mente di Grillo. Ma dove stavano all’epoca coloro che oggi discettano sull’argomento come se fossimo all’anno zero?

“Sei di… se”: identità e memoria nei gruppi Facebook

Facebook

Facebook

di Noemi Pulvirenti

Nonostante io abbia quasi trentanni e sia cresciuta con la tecnologia, spesso le variazioni continue dei social network mi mettono in crisi. Infatti non ho ancora capito perché devo visualizzare ogni singolo commento dei miei contatti verso persone, gruppi che non conosco. Ma non siamo qui per parlare della mia incapacità di stare a pari passo con Facebook.

Nelle ultime settimane si sono diffusi a mo’ di boomerang questi gruppi chiamati “Sei di città X se” dove le persone, con poche righe ma concise (simili più a dei tweet), raccontano aneddoti sui luoghi in cui sono nati o cresciuti, sui cosiddetti “scemi del villaggio” oppure semplicemente riportano esperienze lontane nella memoria.

Per curiosità mi sono addentrata nel gruppo del paese dove sono cresciuta, e in effetti spesso mi ha fatto sorridere ripensare a certi personaggi che erano scomparsi dai miei ricordi, o il nome dei giardini dove ci riunivamo, i nomi delle strade, quello del bidello delle elementari o l’insegnante delle medie che odiavo tanto.

Ma a un certo punto, più leggevo più riflettevo su quella memoria indotta, una madeleines proustiana telematica. Sul ricordare tutto non per una volontà personale, ma attraverso le parole di persone sconosciute, alcune conosciute e perse con il tempo. Se il tempo comporta anche la perdita di persone e ricordi, è giusto riportare la memoria in un gruppo Facebook? E a patto che sia utile per ogni singolo individuo, voler affermare attraverso gli altri la propria identità di appartenenza a un luogo ci fa sentire davvero uniti o è l’ennesima trappola di egocentrismo personale?

Deep web: viaggio nel lato oscuro di Internet / 2

Deep web iceberg

di Onofrio Bellifemine e Paolo Zerbinato

Sul deep web non solo l’attività degli utenti è incontrollata, ma trova anche supporti e aiuti tecnici. Si può chiedere qualunque cosa: in moltissimi risponderanno cercando spesso di fornirti aiuti pratici. WeedIndeed ad esempio cerca dei cadaveri. Soprattutto vecchi di colore, neonati e bambini bianchi. Risponde Digithb. Dice di essere un killer nigeriano, di avere tre bambini subito sottomano “pronti” per l’uso e di essere disposto a “sbrigare” l’intera faccenda per 30.000 dollari. Di discussioni come queste il Deep Web è pieno.

L’italiano Khmerboy propone di creare una grande rete di spacciatori e consumatori di stupefacenti che possano organizzarsi sul web per poi realizzare i propri affari nella vita di tutti i giorni, fissando persino luoghi e modalità di vendita. Ma nel deep web non ci sono limiti. Spuntano come funghi siti che offrono omicidi a pagamento. Veri e propri killer, con tanto di indicazioni su modalità di pagamento, contatti e tariffario. 20.000 euro per un omicidio, ma il prezzo può crescere a seconda della vittima. 50.000 per un poliziotto o un paparazzo, il doppio per un boss di un’organizzazione criminale.

Per un politico bisogna salire di prezzo a seconda della sua importanza. Tra i siti più famosi ci sono Slate e Uctum, e alcuni hanno anche delle regole umanitarie: non uccidono donne incinte e minorenni. I pagamenti, come quasi tutte le transizioni del deep web avvengono in bitcoin, una moneta digitale, criptata e non rintracciabile che potrebbe diventare la nuova frontiera del riciclaggio di denaro sporco. Nelle nostre scorribande virtuali ci siamo imbattuti anche in un killer italiano, tale ShadowTwo, un professionista con un passato in un organizzazione criminale non meglio definita.

Deep web: viaggio nel lato oscuro di Internet / 1

Deep web iceberg

di Onofrio Bellifemine e Paolo Zerbinato

Drugstore Cowboy è un film del 1989, per la regia di Gus Van Sant con Matt Dillon protagonista. Racconta di quattro tossicodipendenti che per procurarsi droghe e farmaci, assaltano le farmacie degli ospedali. In uno dei tanti forum visitati, ci siamo imbattuti in un topic strano. Si intitola proprio così: Drugstore Cowboy. L’utente che ha aperto la discussione si fa chiamare Cophnia e va subito al sodo: ha bisogno di droga, tanta, buona e gratis e ha pensato di assaltare l’ospedale della sua città.

Entrare nel deep web è come entrare in un mondo nuovo, un mistero che può nascondere un’infinità di labirinti, di recessi, di enigmi e di incognite. Il web è una galassia da 550 miliardi di documenti dei quali i motori di ricerca raschiano solo la superficie, indicizzandone 2 miliardi appena, meno dell’1%. Il resto galleggia in una sorta di iperspazio, al quale si può accedere solo con speciali programmi di anonimizzazione. Quando entri, ti imbatti in siti, dove puoi trovare qualsiasi cosa illegale e potenzialmente pericolosa. Armory ad esempio è un grande mercato ombra online dove si possono comprare e vendere armi in totale segretezza, sicuri di poter difendere il proprio anonimato.