Category Archives: Recensioni

Migranti: storia di un fenomeno rimosso

di Luca Cangianti

Accanto ai grafici, alle percentuali, ai titoli di giornale, ai testi di legge e alle circolari ministeriali che affrontano il fenomeno dell’immigrazione straniera in Italia, se guardiamo bene, in trasparenza vediamo il volto di un uomo. Ha trent’anni, il capo appoggiato su una mano e il sorriso malinconico. Il suo nome è Jerry Masslo. Suo padre fu ucciso dal Sudafrica dell’apartheid e così sua figlia di sette anni.

Arrivato in Italia gli fu negato l’asilo politico confinandolo in un limbo giuridico di estrema vulnerabilità: al tempo questo diritto era riservato solo a chi fuggiva dai paesi realsocialisti. Il 24 agosto 1989 quattro rapinatori italiani fecero irruzione nella baracca dove alloggiava insieme ad altri lavoratori agricoli. Volevano i soldi che avevano guadagnato con la raccolta dei pomodori. Spararono e uccisero Jerry Masslo.

La Storia dell’immigrazione straniera in Italia di Michele Colucci è un libro che rispetta nell’estetica e nella sostanza gli ideali scientifici dando conto dettagliatamente di fonti e rimandi bibliografici. Tuttavia, a differenza di molti altri studi analoghi, può esser letto con piacere anche da chi non sia obbligato a navigare nel gorgo accademico del publish or perish. L’oggetto dello studio è indagato con empatia, senza nulla togliere alla rigorosità dell’analisi.

Il presente di Gramsci: dialettica, pedagogia e letteratura

di Luca Mozzachiodi

Il libro sarà presentato, con l’intervento di alcuni degli autori, il 30 novembre a Bologna nella sede del dipartimento di Filologia Classica e Italianistica in via Zamboni 32, aula Forti, alle 11

Nel recente volume di saggi Il presente di Gramsci: letteratura e ideologia oggi (Galaad Edizioni) sono raccolti dieci saggi di altrettanti studiosi, legati perlopiù all’ambiente universitario non solo italiano ma anzi anche americano, francese o ispanico con un comune intento: riattivare una lettura del pensiero di Gramsci nel suo complesso, e non solo di qualche singola categoria, ormai abusata o corrotta dalle varie forme di uso riduzionistico e indebito cui i concetti gramsciani sono stati nel tempo soggetti, poche parole tra tutte: egemonia, blocco storico, intellettuale organico, nazionalpopolare, questione meridionale, moderno Principe etc.

Come gli scritti di Gramsci siano ancora un continente “esplorato a tesi” e troppo frammentato nella sua ricezione, o ancor meglio nel suo riuso, e ci consegnino un Gramsci a pezzi, secondo l’appropriato titolo di un saggio di Miguel Mellino richiamato da diversi degli autori di questo libro, è cosa abbastanza nota anche ai non specialisti; meno nota o meno analizzata è invece la ragione di questo cambiamento di funzione ideologico culturale dell’opera del pensatore sardo che invece intelligentemente diversi dei saggi in questione richiamano e analizzano.

L’internamento di massa, strategia del capitale

di Patrizio Gonnella

C’è più di un modo per interpretare la crisi della democrazia e dello stato di diritto in cui siamo precipitati. Ci si può affidare a modelli economici, a tecnicalità giuridiche, ad approfondimenti geo-politici oppure leggere (o rileggere) uno straordinario classico della letteratura sociologia e penologica contemporanea quale è Carcere e fabbrica di Dario Melossi e Massimo Pavarini (Il Mulino, pp.336, euro 15).

A tre anni dalla scomparsa di Massimo Pavarini, e a più di quaranta dalla prima edizione del saggio risalente all’oramai lontano 1977, il volume arriva nelle librerie, nelle università e nelle biblioteche italiane in un momento nel quale abbiamo eccezionalmente bisogno di strumenti critici approfonditi di analisi. Nella postfazione, lo stesso Massimo Pavarini scrive che «Carcere e fabbrica appartiene a quel movimento revisionista che legge il carcere e la cultura correzionalistica come necessità della modernità».

Il libro si presenta come esplicitamente revisionista nei confronti di quella letteratura filosofico-giuridica che ha tradizionalmente invece letto la pena carceraria come evoluzione positiva di meno evoluti e democratici modelli punitivi. Il carcere, per gli autori, è prima di tutto strumento di disciplina e controllo sociale. Tutto ciò è particolarmente evidente oggi, in un mondo in preda a una deriva nazionale e identitaria.

“Un affare di famiglia”: ma che cosa si intende per famiglia?

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Durante la proiezione la memoria corre ad un precedente film di Kore-eda, “Father and son”, del 2013. Qui due famiglie tra loro diversissime, una molto ricca e una povera, crescono per sei anni un figlio, quando scoprono che, per uno scambio avvenuto nella culla poco dopo la loro nascita, non si tratta del loro vero figlio. La scelta più scontata sembra quella di rimediare all’errore, attraverso un nuovo scambio. Ma è davvero la soluzione migliore? Che natura hanno i legami che tengono unita una famiglia? Conta il sangue, la biologia, o non piuttosto il tempo passato assieme e ciò che questo è capace di costruire?

Gli stessi interrogativi, posti con ancora maggiore radicalità, sono al centro anche di “Un affare di famiglia. Quella evocata nel titolo è la famiglia Shibata. Ci viene presentata con le tonalità lievi della commedia. Il padre, Osamu, con la complicità del giovane figlio, taccheggia un supermercato. In fin dei conti, osserva divertito, finché i prodotti sono sugli scaffali non hanno ancora un proprietario.

Sulla via di casa intravedono, tra le inferriate di un balcone, gli occhi tristi di una bambina. Sembra piuttosto malconcia e abbandonata a sé stessa. Decidono di portarla con loro per rifocillarla. Arrivati a casa scoprono che ha il corpo pieno di ferite. Forse è meglio tenerla con loro, pensano, piuttosto che restituirla ai genitori. In fin dei conti, di nuovo osserva Osamu, se non chiediamo un riscatto non può trattarsi di un rapimento.

Nell’acquario di Angiporto Galleria (e Mistero napoletano): due libri per una storia grande

di Sergio Caserta

Leggere Nell’acquario di Angiporto Galleria, il libro autobiografico di Francesca Spada, curato dalla figlia Viola Lapiccirella, per l’editore Zamorani, è stato ripercorrere un pezzo importante del mio vissuto politico, dopo il primo romanzo che lo precede, “Mistero napoletano” di Ermanno Rea che tratta lo stesso argomento, la vicenda della giornalista de l’Unità, morta suicida, nel contesto della Napoli del secondo dopoguerra e dei primi anni sessanta.

È una storia personale e politica che ha appassionato schiere di lettori, per l’intreccio intrigante tra le vicende umane dei personaggi e il loro agire pubblico, come esponenti di un grande partito, nella tormentata storia di Napoli comunista, le cui propaggini giungono fino ai nostri giorni. Napoli protagonista di questa e di mille altre storie umane, Napoli grandiosa e miserabile, colta e plebea, Napoli piena zeppa di intellettualità aristocratica, Napoli lazzara e violenta, prevaricatrice, mendicante, Napoli guappa e illuminista, Napoli tutto e il suo contrario.

L’essenza di questa storia è nel rapporto di una generazione di intellettuali comunisti, giornalisti e dirigenti del PCI, alle prese con i tormenti delle proprie convinzioni e l’adesione al partito, la sottomissione alla sua ferrea disciplina, alle logiche degli apparati burocratici che macinavano vite e coscienze, in nome del bene supremo dell’unità del Partito.

Il dirigente del Pci che tallonava Togliatti

di Manfredi Alberti

Come ha affermato Plechanov in un noto scritto di fine Ottocento, le grandi personalità della storia sono tali nella misura in cui riescono a interpretare al meglio e con determinazione le forze e le tendenze in atto nella società, indirizzandole in modo coerente. L’inestricabilità del rapporto fra le biografie individuali e le forze collettive è particolarmente evidente nel caso del comunismo novecentesco, i cui grandi dirigenti hanno sempre avuto alle spalle un grande partito, una forza organizzata in grado di creare, nel contesto dato, virtuose sinergie fra i singoli e il gruppo di riferimento.

Sotto questo profilo non fa eccezione la vicenda del comunismo italiano, come si può evincere dal rigoroso e documentato lavoro di ricerca di Massimo Asta, dedicato all’avventurosa vita di Girolamo Li Causi, uno dei dirigenti più popolari del Pci nella prima metà del Novecento, negli anni ’50 il candidato comunista più votato dopo Togliatti; un uomo capace di infiammare le masse non solo grazie alle parole, ma anche con il linguaggio del corpo (Girolamo Li Causi, un rivoluzionario del Novecento. 1896-1977, Carocci, pp. 328, euro 33).

Nato a Termini Imerese nel 1896, Li Causi si forma durante l’età giolittiana, osservando dal Sud l’incapacità dello Stato liberale di realizzare una reale inclusione dei lavoratori nella vita politica nazionale. Dopo aver ottenuto il diploma di ragioneria, si sposta a Venezia dove si iscrive alla Scuola superiore di commercio di Ca’ Foscari.

Leggeri e pungenti: storie, luoghi e volti di periferia

di Alexik

Siamo abituati a leggere la firma di Enrico Campofreda in calce alle cronache di guerra dal Medio Oriente o dall’Afghanistan, nei suoi brani di denuncia a fianco dei popoli aggrediti. Più inusuale ritrovarla sulla copertina di un libro di racconti, brevi frammenti di vita nelle periferie romane fra dopoguerra e boom economico.

Leggeri e pungenti raccoglie schegge di memoria di una generazione venuta al mondo sulla linea di confine fra la campagna e la città. È un mondo osservato con gli occhi dei bambini, separato e distinto da quello degli adulti, troppo impegnati a guadagnarsi il pane per trovare il tempo di esercitare un controllo ferreo sulla prole.

Tanto da lì a poco, ci avrebbe pensato il lavoro minorile a disciplinarla, dietro il bancone di un bar, nella penombra dell’officina di un fabbro o sotto il sole di un cantiere. C’è poco tempo, nelle periferie degli anni ’60, per l’età dell’innocenza, e bisogna viverlo intensamente prima che finisca. Bisogna imparare in fretta, ma non nella scuola dello Stato, quella dei tripli turni e delle bacchettate sulle mani.

“Molti non ci andavano neppure. Quando accadeva erano i primi a esserne cacciati o sbattuti all’interno delle classi differenziali. Vere e proprie discariche sociali, tenute in piedi a marcare, anche nel sistema dell’istruzione, la divisione in classi della società”. (p. 123)

Fake news: le bugie che aiutano a vivere

di Arianna Di Genova

Credere alle bugie è forse una necessità umana. A volte sono salvifiche e una panacea per tutti i mali. Vuol dire fidarsi e affidarsi a qualcuno, al suo corpo (nel caso degli sciamani), alla sua sapienza e voce (nel caso di chi «spaccia» notizie). Bisogna però saper fare lo slalom perché alcune bufale sono pericolose e finiscono per mettere a rischio intere comunità.

Insomma, meglio selezionare con cura e scegliere di essere creduloni quando le storie sono belle. Altrimenti, è preferibile scavare come talpe nelle fonti, cercare qua e là fino a convincersi del contrario, incamerando anticorpi che offrano una immunità permanente al travisamento dei fatti. Daniele Aristarco, autore di Fake, non è vero ma ci credo (Einaudi ragazzi, pp. 192, euro 13,50, illustrazioni di Pia Valentinis e Giancarlo Ascari) non vuole comunque ridurre all’osso la realtà e – pur attivandosi per smontarli con la sua serrata narrazione – lascia in piedi alcuni racconti mitici, fondati sul fascino indiscreto della menzogna.

Non è un caso se in copertina torna l’intramontabile Pinocchio, come affabulatore di mondi d’invenzione. Tra luci e ombre, disvelamenti e divertiti occultamenti, si parte alla ricerca di alcuni «archetipi» dell’immedesimazione nella bugia. Per esempio, se si amano alla follia cantanti come Elvis Presley o Michael Jackson, è facile che nascano leggende per rinnegare la loro prematura morte.

Marxismo: la strada per la libertà attraversa l’individuo sociale

di Benedetto Vecchi

Un recente numero dell’«Internazionale» riproduce un testo originariamente pubblicato dalla rivista «New Statesman» che il giornalista inglese Paul Mason ha dedicato al bicentenario di Marx. Con la chiarezza e semplicità che lo contraddistingue, Mason parte da una foto che ritrae Lev Trockij, sua moglie Natalia Sedova, la sua segretaria Raja Dunaevskaja e Frida Khalo per ripercorrere le vicende di un gruppo di intellettuali marxisti che hanno dovuto fare i conti con la deriva staliniana della Rivoluzione russa.

Trockij, è noto, fu assassinato da un sicario mandato da Stalin; sua moglie passò la vita a maledire l’Unione sovietica, la segretaria si fece carico di raccogliere e preservare gli scritti di Trockij; Frida Khalo, infine, rinnegò la sua vicinanza al dirigente comunista inviso al «piccolo padre» arrivando a tessere un osanna per Stalin. Nessun di loro era una «mammoletta», sostiene Mason. Per la rivoluzione avrebbero rinnegato, se necessario, come era accaduto nella loro esperienza militante, l’«umanesimo radicale» presente nei testi marxiani, a partire da quei manoscritti economici filosofici del 1844 che ancora non era stati pubblicati. Se c’è una qualche eredità di Marx da riprendere in mano, conclude Paul Mason, quella coincide proprio con l’umanesimo radicale del filosofo di Treviri.

Non è dato sapere se il filosofo italiano Alfonso Maurizio Iacono sia d’accordo con il giornalista inglese, ma è indubbio che il suo ultimo libro – Studi su Karl Marx, Edizioni Ets, pp. 122, euro 15 – attinge pienamente al nucleo tematico di Marx troppo spesso liquidato, con una punta di disprezzo, come umanista. Va detto che l’autore non si pone questo problema, considerando dirimenti altri argomenti, come le tesi sull’essere sociale, l’alienazione, il feticismo delle merci, il concetto ambivalente di cooperazione. È infatti in questo solco che si collocano i saggi che compongono il libro, variamente scritti, ripresi, rielaborati tra gli anni Ottanta e i primi dieci anni del Duemila.

“La forza di gravità”: un libro per riflettere sui tempi che stiamo vivendo

di Sergio Sinigaglia

A volte i romanzi ci spiegano la realtà in cui viviamo, la società che ci circonda, meglio di qualcunque saggio. È il caso del libro La forza di gravità, ultima fatica di Claudio Piersanti, uscito in questi giorni nella collana “Narratori Feltrinelli”.

Serena è una diciottenne che abita in un mega-codominio periferico di una grande città italiana. Condivide la sua vita con l’anziana zia dopo una infanzia e una adolescenza complicate a causa della prematura scomparsa della madre e di una grave malattia di cui porta ancora i segni sul viso. Nello stabile risiede anche il padre, ma la sua presenza è insignificante, come quella della zia, per cui l’unico riferimento affettivo, oltre il fedele setter Fox che ogni sera Serena, insieme ad altri cani, del condominio, porta fuori in lunghe passeggiate, è “Il Professore”, Dario Posatore, un sessantacinquenne in lotta contro tutto e contro tutti.

Dario ha avuto una vita tribolata, un passato giovanile ribelle, una vita da insegnante complicata in rotta con il sistema scolastico che lo ha portato gradualmente ai margini della comunità. E della sua famiglia. È un radicale antagonista nei confronti del mondo che lo circonda, dal condominio dove viene guardato con rancore e diffidenza, al contesto urbano sempre più incivile, asociale, atomizzato. Tra Serena e il Professore si stabilisce un rapporto di amicizia profondo.