Category Archives: Poesia

Contro la poesia civile: progressismo senza progresso

di Luca Mozzachiodi

Una delle più radicate e diffuse idee sulla poesia, o se non altro una di quelle che più affliggono chi non condivida posizioni da cultore della bellezza ma almeno si interroghi sui rapporti tra arte e società è quella della cosiddetta poesia civile che vediamo sempre più istituzionalizzarsi in monografie, festival, premi, studi accademici ma che nasconde notevoli rischi di impoverimento tanto per la poesia quanto per una riflessione autentica sulla società. Più volte mi sono trovato ad esprimere la mia opposizione a questo modo di pensare il lavoro dei poeti, ma visto che inevitabilmente, come tutti i discorsi fintamente progressisti, pare ammorbare l’aria qualsiasi cosa si faccia e posizione si prenda ritengo non privo di utilità, non solo per difesa del mio lavoro ma anche come possibile orizzonte per quello di altri involti negli stessi problemi, riportare una parte consistente di un mio scritto ad un critico che, con sincera partecipazione, si proponeva di recensire un mio libro. Non me ne voglia l’amico se traggo spunto da una comunicazione personale per offrire in sintesi una critica della poesia civile che a quanto pare continua a dimostrarsi una presa di distanza essenziale.

L’idea che esista una poesia civile e che meriti e debba essere analizzata secondo principi propri ha un’ideologia sottesa ed espressa in maniera inconsapevole: presuppone l’esistenza di una civitas da intendere come comunità organica per cultura e consenso democratico intorno a valori da difendere appunto “civicamente” come ad esempio la memoria di taluni eventi storici e la generica asserzione di petizioni su diritti umani, diritti civili e buongoverno (potrà apparire sciocco o demodé farlo notare ma questo include naturalmente una lode della concezione liberale della democrazia, come valore intrinseco e non relativo).

“Cuba. un viaggio tra immagini e parole”, intervista a Carmen Lorenzetti

"Cuba. Un viaggio tra immagini e parole" a cura di Carmen Lorenzetti

"Cuba. Un viaggio tra immagini e parole" a cura di Carmen Lorenzetti

di Luca Mozzachiodi

Carmen Lorenzetti, docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna, curatore e critico d’arte, ha recentemente promosso la seconda edizione di una preziosa antologia di poesia cubana da lei curata, Cuba. Un viaggio tra immagini e parole (Agenzia Nfc, ecco alcune sue risposte che illuminano la storia di questo libro.

Mi racconteresti la storia di come è nata questa antologia?
È un progetto che nasce da lontano. Sin dal 2004 quando sono andata come giornalista al Festival del Nuovo Cinema Latinoamericano all’Avana. Da allora ho cominciato a collezionare libri di poesia cubana soprattutto contemporanea. Mi affascinavano il ritmo e la musicalità che regnano per ogni dove: locali, autobus, strade, case, infine l’amore per la poesia diffuso nell’abito della gente anche comune. Sentivo che dovevo fare qualcosa al riguardo, poi il progetto si è concretizzato con gli aiuti finanziari che sono arrivati nel 2013. Quell’estate ho fatto il viaggio attraverso l’isola in compagni di due fotografi cubani che mi ha portato a incontrare i protagonisti dell’antologia.

Quali sono secondo te i tratti dominanti oggi nella poesia cubana?
Direi che bisogna distinguere per generazioni. Semplificando molto, la generazione dei nati attorno agli anni 60 è caratterizzata da una ricerca stilistica intessuta di preziosismi e di ermetismi, di una sperimentazione formale spiccata, che riflette forse una rilettura del Lezama Lima poeta, ma anche narratore sopraffino. La generazione dei nati attorno agli anni 70 invece scioglie il linguaggio e avvicina i suoi versi alla prosa. Le loro tematiche da intime diventano anche sociali e si soffermano su motivi che osservano attorno a sé. C’è il confronto con l’altro e con gli altri, c’è l’impegno civile, a volte addirittura le poesie diventano delle microstorie e dipingono un affresco corale.

Miguel Hernández: uno di quei morti che diventano grandi

Miguel Hernandez

Miguel Hernandez

di Luca Mozzachiodi

Miguel Hernández è sicuramente tra i meno conosciuti dei pur famosi poeti spagnoli della prima metà del Novecento, la sua stella è un po’ oscurata da molti altri nomi di suoi grandissimi contemporanei, e solo recentemente è stato ritradotto, dopo la storica antologia di Dario Puccini, in Italia e viene guardato con un certo interesse; quello che però è unico in questo poeta è la singolare forza con la quale poesia e vita coincidono in un senso tutto terreno, certamente estraneo alla tradizione italiana, e come il suo triste destino e la sua forza morale lo rendano oggi sempre più necessario.

Nato da famiglia povera Miguel fa il pastore da bambino, gli studi sono occasionali e dettati dalle esigenze familiari più che da un progetto coerente; anche nei suoi versi prevarrà sempre un certo stile sanguigno e popolare che non ha nulla di artefatto né di letterario, le immagini di una Spagna povera e arretrata, i ricordi dei campi e della vita rurale gli resteranno sempre scolpiti dentro e da topos diventeranno via via motivo di una presa di coscienza politica e sociale che ne decise la vita e la morte.

Al paese natale è vicino ad alcuni intellettuali di area cattolica che ricercano in un cristianesimo ispanico travagliato dal dubbio e nella parola dei grandi mistici un rinnovamento della vita morale della nazione, ma dopo le prime prove letterarie la vita nella capitale gli aprirà il mondo intellettuale e politico vivace della seconda Repubblica Spagnola: da lì le amicizie con Lorca e con Aleixandre e con Neruda, che sempre lo ritenne uno dei più grandi poeti del secolo e più volte cercò di salvargli la vita facendolo espatriare in Cile, da lì anche la prima raccolta Il fulmine incessante, fatta di raffinati sonetti d’amore memori della poesia del Siglo de Oro e tutta dedicata all’amore per la moglie, una ragazza di sartoria del suo paese dalla quale non si dividerà mai e che amerà di un amore disperato ai limiti dell’incredulità per chi ne legge i frutti.

Una generazione dimenticata: i poeti sovietici

Una generazione dimenticata: i poeti sovietici

Una generazione dimenticata: i poeti sovietici

di Luca Mozzachiodi

Dopo aver dato spazio a molte novità è tempo di spazzare un po’ di polvere dagli scaffali della cultura, recuperare qualche opera dimenticata. Questa volta si tratta di una vecchia ma importante antologia degli anni Sessanta dedicata dallo slavista e poeta Angelo Maria Ripellino ai Nuovi Poeti Sovietici; sovietici sì, non russi e già questa denominazione ci pone davanti ad un primo problema non solo letterario.

Poco sopravvive oggi nella coscienza dei lettori, dico ovviamente dei lettori colti di poesia e questo è significativo sulle condizioni degli altri, della grande messe di poesia composta nell’ex Impero Russo e nell’Unione Sovietica nel secolo scorso, appena i nomi di Majakovskij, Esenin, Blok e Mandel’stam, assieme, se proprio vogliamo essere ottimisti, alla Achmatova e alla Cvetaeva galleggiano tra i flutti del mercato editoriale, spesso resistendo grazie ad antologie in collane economiche di classici e a vaghe formule critiche: l’acmeismo, la partecipazione al futurismo di Majakovskij, l’epica contadina che innamora e il paesaggismo per Esenin, insomma bene o male sopravvivono dietro una piccola canonizzazione come i poeti dell’epoca di una rivoluzione tradita e dunque tanto più poetica quanto più tradita.

Salvo ovviamente non conoscere ormai pressoché nulla di quella rivoluzione e di chi l’ha fatta, non ricordiamo quasi per nulla i poeti che l’hanno vissuta nelle sue conseguenze e che nella società che ne è derivata hanno svolto la loro opera; solo Evtušenko dei quindici presenti in questa antologia pare ancora essere minimamente noto e principalmente come poeta d’amore o di metapoesia, ma perché questa strage culturale?

Su poesia e memoria: alcune riflessioni su una nuova età arcaica

La memoria

La memoria

di Luca Mozzachiodi

Capita a volte, e da sempre è capitato, che ai poeti si chieda di intervenire a qualche commemorazione o in qualche altra occasione pubblica o di qualche gruppo e si chieda loro di leggere qualcosa in memoria di un avvenimento o di una persona, rientra tra i compiti, possiamo chiamarli così, del poeta in senso più tradizionale, farsi veicolo di una memoria collettiva; non diversamente Omero, o gli aedi di corte, avrebbero preservato e suscitato la memoria delle guerra Troia e delle gesta degli eroi.

Certo la faccenda si complica con la scoperta della scrittura, poi con le cronache, che ci piaccia o no, per fare un bell’esempio, Dante sapeva benissimo che ricordare e raccontare la storia di Firenze spettava a Compagni e che il suo compito, in quanto poeta era piuttosto ricordare le vicende particolari, le singole vite dei dannati o dei salvati, e i destini universali nella misura in cui in sé incarnava la vicenda cristiana della salvazione. Più avanti narrare la storia diventerà sempre meno un’operazione retorico letteraria e sempre più una faccenda fatta di archivi, documenti, testimonianze, prove, insomma si avvicinerà ad una scienza e suppliranno a quel che manca la sociologia, la filosofia, l’antropologia e discipline affini.

Fino a ieri avevamo imparato a considerare queste importanti innovazioni di metodo come una conquista radicale della modernità, almeno i più accorti del resto si rendevano conto che tutto ciò irrobustiva il dibattito e rendeva più chiare le conoscenze senza dover sfociare nella ricerca dell’oggettività assoluta o nella sanzione di leggi deterministiche.

Un libro lungo la mia vita: dialogo con “Autoritratto” di Giancarlo Sissa

Autoritratto di Giancarlo Sissa

Autoritratto di Giancarlo Sissa

di Luca Mozzachiodi

Per parlare di questa autoantologia recentemente uscita, che raccoglie da tutti i volumi di poesia pubblicati da Sissa e aggiunge qualche inedito, si possono scegliere molte angolazioni, certamente anche più accademiche o letterarie in senso stretto, anche se ben dissimulata da una finta attitudine in minore è infatti presente una fitta rete di rimandi e reminiscenze da Montale a San Giovanni Della Croce, dall’amatissimo Giudici a Verlaine, che voleva «la musica prima di tutto» assunto che certamente questo poeta condivide come principio strutturante.

Trattandosi però di poesia dell’esperienza, come quella che scrivono oggi alcuni poeti spagnoli molto cari a Sissa, credo sia più giusto, una volta affermato che siamo di fronte ad un poeta europeo, per scelte stilistiche e formazione, e insieme con un forte senso di italianità, per naturalezza espressiva e sapienza metrica, domandarsi invece in quale senso questa esperienza possa dirci qualche cosa sulla nostra condizione e lasciare alla dotta postfazione del volume il compito di dissertazioni tecniche.

La prima cosa che mi colpisce è la data sulla copertina: 1990-2012, il tempo in cui questo libro è stato assemblato nelle sue varie parti è lungo esattamente quanto la mia vita, è chiaro che in questa situazione una lettura non può che essere l’interrogarsi reciproco di due generazioni, quella di chi è cresciuto nella provincia italiana degli anni del boom economico e quella di chi sulla propria infanzia e adolescenza ne ha sentiti gli effetti e il declino; dopo una prima parte infatti, in cui il movente esperienziale della poesia appare legato a casi individuali e alla definizione di un io colto in diverse attitudini, innamorato, vagabondo, educatore o più spesso tutti e tre insieme, il respiro si allarga, i toni diventano quelli di una poesia generazionale, dall’io e dal tu del dialogo amoroso si passa al noi, significativamente anche il titolo del poemetto che occupa la parte centrale del libro e che è a mio giudizio tra i testi più importanti della raccolta.

Succede a Bologna: la poesia e la libera partecipazione alla crescita culturale

Poesia - Foto di Trerotolidi Nunzia Catena

Poesia d’impegno civile, o di sentimenti, ma sempre attenta all’oggi, alla vita di ciascuno, forse un bene rifugio per la sopravvivenza dell’anima, o “l’ultima difesa” (come titolava questo sito), la poesia a Bologna (e dintorni) ha aperto spazi, ha sedotto una straordinaria schiera di seguaci: artisti e pubblico. In quest’ultimi anni a Bologna ci sono state delle vere e proprie esplosioni di iniziative dedicate alla poesia, tanto che mi chiedo se questa città non abbia perso la sua riconosciuta vocazione alla partecipazione politica sostituendola con una più grande attenzione per le arti, la letteratura, e specialmente, appunto, per la poesia.

Dalle informazioni raccolte, risultano essere tanti i gruppi spontanei che si ritrovano per discutere, studiare, leggere o scambiarsi testi poetici, anche di nuovi scrittori, magari abbinando questo piacere ad altri come quello di ritrovarsi in posti belli e poco battuti, di campagna o di montagna.

Sono nate anche vere gare di poesia, con libera partecipazione dei poeti e della gente, che possono, sempre liberamente, recitare poesie e votarle, un po’ come nelle gare medievali. Al riguardo la più importante competizione odierna è sicuramente quella del Poetry Slam, (è un movimento internazionale nato negli Usa) che a Bologna è stata inaugurata dall’Associazione Culturale di via Dei Poeti, manco a dirlo.

L’ultima difesa la poesia: il racconto della realtà in versi

Poesia - Foto di TrerotoliL’ultima difesa la poesia. Iniziamo oggi una nuova rubrica e inviamo voi lettori a inviarci i vostri testi all’indirizzo redazione[at]ilmanifestobologna.it con un breve profilo biografico. Le selezioneremo e le pubblicheremo volentieri.

di Carmelo Giummo

Guardare la storia dall’angolo privato, la storia che è fatta di tempo e nel tempo, finisce sempre per coinvolgere osservazione e visione, realtà e verità. Davanti a un telegiornale che da una parte rievoca un anniversario (magari sbandierando un ‘mai più’ o un ‘finalmente’) e dall’altra presenta nuove cronache che dicono che tutto va a ripetersi, in quel momento idee, intuizioni, riflessioni ed emozioni, le cose fatte e rinviate, i luoghi visitati e da visitare, le persone incontrate (quelle belle, quelle inutili, quelle dannose) si rapprendono in una sorta di déjà vu in cui il passato è ancora vivo, visibile e, se sei fortunato, scrivibile.

HOLIDAY SONG (Kan ma kan)

Aerei gallerie sale d’attesa
un forestìo di braccia e gambe
criniere luccicanti ed occhi accesi
tutti disposti a muoversi
dentro i negozi impiumati
nell’intrigo di notti e discoteche
sulle spiagge ondulate in tutti i versi.
E da quelle vacanze tra un’isola e una torre
dalle marmitte stregate fiorirono fumanti
cibo caldo serpi sguscianti rasoi
carte d’imbarco anemoni e pellicole
e costumi da bagno e fiocchi di natale
e graffi sugli anelli, asciugamani inzuppati e calze nuove.