Category Archives: Cultura

“La forza di gravità”: un libro per riflettere sui tempi che stiamo vivendo

di Sergio Sinigaglia

A volte i romanzi ci spiegano la realtà in cui viviamo, la società che ci circonda, meglio di qualcunque saggio. È il caso del libro La forza di gravità, ultima fatica di Claudio Piersanti, uscito in questi giorni nella collana “Narratori Feltrinelli”.

Serena è una diciottenne che abita in un mega-codominio periferico di una grande città italiana. Condivide la sua vita con l’anziana zia dopo una infanzia e una adolescenza complicate a causa della prematura scomparsa della madre e di una grave malattia di cui porta ancora i segni sul viso. Nello stabile risiede anche il padre, ma la sua presenza è insignificante, come quella della zia, per cui l’unico riferimento affettivo, oltre il fedele setter Fox che ogni sera Serena, insieme ad altri cani, del condominio, porta fuori in lunghe passeggiate, è “Il Professore”, Dario Posatore, un sessantacinquenne in lotta contro tutto e contro tutti.

Dario ha avuto una vita tribolata, un passato giovanile ribelle, una vita da insegnante complicata in rotta con il sistema scolastico che lo ha portato gradualmente ai margini della comunità. E della sua famiglia. È un radicale antagonista nei confronti del mondo che lo circonda, dal condominio dove viene guardato con rancore e diffidenza, al contesto urbano sempre più incivile, asociale, atomizzato. Tra Serena e il Professore si stabilisce un rapporto di amicizia profondo.

Disastri ferroviari, una storia proletaria narrata da proletari

di Alessandro Mantovani

Ecco un libro, I dannati della ferrovia di Alessandro Pellegatta, che rischia di – e non dovrebbe – passare inosservato e non solo perché si tratta di un’opera selezionata nel 2017 da “MasterBook”, Master di Specializzazione nei Mestieri dell’Editoria promosso da Iulm. Chiariamo: rischia di passare inosservato, o addirittura di essere snobbato, perché narra – di preferenza con le parole stesse dei ferrovieri protagonisti – storie e lotte di un’epoca, il Novecento, in cui non si parlava di “movimenti”, di “antagonismo” e di “rifiuto del lavoro” ma di “lotte” e di “operai” che del proprio lavoro erano per lo più ingenuamente orgogliosi.

Dalle voci dei protagonisti, dalle loro lettere, dagli articoli del foglio “In marcia!” (pubblicato a Pisa dal 1908 al 1926 e dopo la caduta del fascismo fino al 1979), da inchieste ed interviste personali condotte da Pellegatta con la passione del ricercatore “sul campo”, emerge in effetti un tipo proletario ben diverso da quello odierno: un proletario (quello di ieri) ancorato ad un forte spirito identitario, nel quale l’identità di mestiere, di categoria e di classe possono parere – anche se ovviamente la cosa è assai più complessa – legate tra loro senza soluzione di continuità. Il che della “coscienza di classe” d’allora costituiva insieme un punto di forza immediato quanto uno storico limite.

Libri e non solo, il Mi-To della lettura

di Vincenzo Vita

Si è chiuso domenica scorsa con ottimi risultati il Salone del Libro di Torino. L’appuntamento piemontese è una scadenza prestigiosa, malgrado le polemiche e i problemi di gestione che l’hanno attraversata. Ottimo il lavoro, e non era facile, del presidente Massimo Bray e del direttore Nicola Lagioia. Ma come è noto, a Milano si è tenuta nel marzo scorso la seconda edizione di «Tempo di libri» organizzata dall’Associazione italiana editori (Aie) insieme alla Fiera di Milano. Due iniziative vicine nel tempo e in concorrenza – almeno un anno fa – esplicita, persino esibita.

La domanda legittima, che meriterebbe una risposta non banale, è perché vi debba essere in Italia (caso pressoché unico) una così secca contesa, a fronte di un settore esiguo e surclassato purtroppo nella dieta mediale dal cannibalismo televisivo e, al momento, non aiutato – come potrebbe- dalla rete. Un fatturato di quasi tre miliardi di euro fa, però, da contrappunto a un paese che legge un libro all’anno per il 40% e che ha un analfabetismo di ritorno prepotente. E, comunque, le risorse che ruotano attorno al libro sono sì e no un terzo di quelle attratte dal video.

In tale condizione di difficoltà, costellata di continue chiusure di librerie e di biblioteche, un «duopolio» conflittuale non è molto comprensibile. Se è ingenuo immaginare di unificare i due eventi, è credibile uno sforzo per rendere complementari e integrate le manifestazioni. Del resto, il raccordo tra Milano e Torino è un desiderio antico: «MiTo».

Gloria al popolo coraggioso che si liberò dal giogo

di Valerio Evangelisti

Fine 2017. Il presidente del Venezuela Nicolás Maduro annuncia che, nel pacchetto alimentare destinato alle famiglie a prezzi calmierati, sarà compresa la coscia di maiale: tradizionale cibo natalizio per i venezuelani. In effetti, il suo governo ha ordinato in Portogallo tonnellate di quel taglio di carne suina. Solo che il Venezuela soffre le sanzioni dell’Unione Europea. Le banche portoghesi incaricate del pagamento rifiutano di fare da tramite. I carichi, già confezionati, non partono.

Allora il governo di Caracas si rivolge alla vicina Colombia, dove acquista una quantità equivalente di cosce. La carne arriva alla frontiera. Qui viene bloccata da pretesti burocratici, e trattenuta il tempo necessario perché vada a male. Maduro non riesce a mantenere la sua promessa. La gente del Venezuela non avrà il suo piatto di Natale. Colpa di chi? Di Maduro, è ovvio.

Questo episodio non è narrato, per limiti temporali, nell’ultimo, formidabile libro di Geraldina Colotti: Dopo Chávez. Lo aggiungo io perché è significativo della morsa micidiale in cui i “democratici” paesi occidentali usano stringere le realtà che ardiscono richiamarsi al “progressismo” o addirittura al “socialismo”. Quando non è possibile un intervento militare diretto, le si soffoca, le si affama. Per poi addebitare le sofferenze di quei popoli all’ordinamento politico che hanno scelto. Nella speranza di trovare un cagasotto alla Tsipras, pronto a rinnegare ogni promessa e ogni principio, con guaiti da botolo, al primo strattone del guinzaglio.

La rivoluzione del reddito di base e il lato oscuro della new economy

di Giacomo Russo Spena

Un merito ce l’ha il Movimento Cinque Stelle: quello di aver affermato nel dibattito pubblico il tema del reddito di cittadinanza. Nello stesso momento, è fondamentale sottolineare come abbia distorto il senso originario della proposta trasformando la richiesta iniziale di un reddito minimo ed incondizionato in un mero sussidio di disoccupazione. Ma perché il reddito ad oggi è così importante? Lo spiega Roberto Ciccarelli, giornalista e filosofo, che ha appena scritto per DeriveApprodi il libro Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (219 pp., 18 euro).

Un libro importante, frutto di un’elaborazione cui l’autore ha dedicato più di tre anni, nel quale sono sistematizzate le riflessioni sulle nozioni di lavoro e di valore a partire dalle forme concrete che assumono nei contesti produttivi della contemporaneità (sharing economy – gig economy, free lance – robot). Ne esce fuori un testo complesso, stratificato, con un forte taglio politico-filosofico (spinoziano), utile per capire perché il reddito – inteso come reddito di base, universale e senza condizioni – oggi vada sganciato dal lavoro perché è una delle possibili forme di remunerazione delle attività che già svolgiamo nella società e nell’economia, anche in quella digitale, non una forma di riparazione o di assistenza contro la povertà.

Lo spettro di Marx torna ad aleggiare

di Sergio Caserta

Metti due ottimi film in programmazione ravvicinata e un week end post elettorale senza riunioni. Capita di vedere “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck, film storico di grande impatto emotivo, sugli anni giovanili del grande filosofo economista e dell’incontro con Friedrich Engels, la nascita di un sodalizio destinato a cambiare il mondo. Un film che lascia senza parole per quanto riesce a proiettarci con realismo e passione nel turbine del periodo che prelude alle grandi trasformazioni della prima rivoluzione capitalistico industriale, agli albori della nascita del movimento operaio e dell’anelito alla giustizia sociale.

Un film romantico e nello stesso tempo asciutto che inquadra in modo puntuale, attraverso la descrizione delle vite dei protagonisti e dei diversi personaggi storici in campo, la furiosa dialettica, all’interno del pensiero socialista che si andava diversificando e l’affermazione impetuosa “sturm und drang” delle idee comuniste che in modo stringente indicavano nella lotta di classe, per l’uguaglianza economica, la liberazione del mondo del lavoro e quindi dell’intera umanità dalla servitù.

Winnie 4 ever: la resilienza al femminile

di Silvia Napoli

Se dovessimo declinare il concetto di resilienza al femminile e farlo in maniera iconica, credo non si potrebbe prescindere dalla figura di Winnie, un personaggio teatrale che è tuttora una sorta di potentissima signora delle scene, equipaggiata com’è con tutte le sfumature di ambivalenza possibili derivanti dal suo status antinaturalistico e antipsicologico da un lato e dall’altro dalla sua essenza umana, troppo umana. Se Winnie può diventare un emblema, un simbolo, una portabandiera, un feticcio tra oggetti feticcio è proprio in virtù del suo essere Donna e dunque storicamente destinata ad essere vista come idea, allusione e illusione di qualcos’altro, allorquando il confrontarsi con l’irriducibilità e la carnalità del femminile diventa insopportabilmente angoscioso o deflagrante.

Naturalmente negli “happy days” beckettiani, che non sono la memoria di un periodo di vita circoscritto e sereno, come presto scopriamo, ma una giaculatoria, una collana di giorni che si giustappongono implacabili e sono dunque, tutti i giorni a disposizione di una vita, di una umanità, forse della Storia e del mondo, dall’inizio del Tempo mortale, abbiamo anche una plastica esercitazione sui meccanismi dell’arte scenica, sul valore della rappresentazione, sulla coazione a ripetere insita in ogni attività performativa, sul desiderio anche questo ambivalente di costruire e smontare, di vedere cosa c’è dentro, fino alla distruzione del giocattolo, proprio di ogni drammaturgo-regista, sul principio di alterità e di dialettica necessaria che a questo punto incarna l’attore.

Attore che gioca, come coerentemente suggerisce la lingua inglese su due piani:l’ammiccare al pubblico e alla sua condizione cosi fragile e inerme dinnanzi a ciò che si dispiega ai suoi sensi e il duellare incessante con la volontà vessatoria del metteur en scene.

Guido Viale, tra rivoluzione e restaurazione: è successo un sessantotto

di Sandro Moiso

Dal poco che si vede sui banchi delle librerie, tutto sembra esser pronto per celebrare nel 2018 un ’68 farlocco i cui i protagonisti non sembrano più essere gli operai e i giovani, studenti o meno, che lo agitarono ma soltanto gli intellettuali, gli autori, i rappresentanti della Legge e della Kultura, gli uomini e le donne buoni per tutte le stagioni, tutti rappresentanti attuali dell’establishment politico, culturale e mediatico, con le cui noiose e perniciose testimonianze alcune riviste hanno già imbottito le pagine dedicate all’attuale cinquantenario di un movimento che in realtà iniziò ben prima e da ben altri lidi. Così come ha già ben sottolineato Valerio Evangelisti nei giorni scorsi su Carmilla.

Per questo motivo l’attuale quarta edizione del testo di Guido Viale “Il sessantotto tra rivoluzione e restaurazione”, uscito per la prima volta nel 1978 per le edizioni Mazzotta, potrebbe rivelarsi utile e necessaria, considerato anche il fatto che alla stessa sono state aggiunte una nuova introduzione dell’autore, 64 pagine a colori che riproducono volantini, manifesti, opuscoli e libri dell’epoca oltre al fondamentale manifesto della rivolta studentesca “Contro l’università”, scritto da Viale e pubblicato nel febbraio di quello steso anno sulle pagine del n° 33 dei Quaderni Piacentini. Mentre per gli amanti della grafica e della memoria compare anche la ristampa (estraibile) del manifesto diffuso dal Soccorso Rosso, negli anni successivi, a difesa di Pietro Valpreda e di denuncia delle trame terroristiche di Stato, disegnato da Guido Crepax.

Guido Viale (classe 1943) vive attualmente a Milano e, dopo gli anni di militanza di cui parla nella sua nuova introduzione al testo, ha lavorato come insegnante, traduttore, giornalista, ricercatore e consulente sui temi della gestione dei rifiuti, dell’ambiente, della mobilità urbana e dei migranti. Come afferma egli stesso nell’introduzione, quello ora ripubblicato dalle Edizioni Interno 4:

Il boss: Luciano Liggio e la mafia al nord, l’infiltrazione viene da lontano

di Sergio Caserta

Il libro “Il Boss. Luciano Liggio: da Corleone a Milano, una storia di mafia e complicità” (Castelvecchi Editore) di Antonella Beccaria e Giuliano Turone – prefazione di Carlo Lucarelli e introduzione di Giovanni Caizzi – racconta con l’intensità di un film la vicenda delle indagini dell’allora magistrato Turone sui sequestri di persona in Nord Italia portati a segno negli anni Settanta dalla mafia di Luciano Liggio, cui seguì la sua rocambolesca cattura dopo lunghi anni di latitanza.

È inquietante apprendere le tecniche criminali, le capacità organizzative e la ramificazione dell’organizzazione mafiosa nel Nord già in anni in cui poco o niente si sapeva di questa infiltrazione e, infatti, si parlava di “anonima sequestri” ma mai apertamente e approfonditamente di mafia. Eppure l’organizzazione era presente con uomini, aziende, acquistando terreni e immobili già dagli anni Sessanta, riciclando proprio il denaro delle decine di sequestri, miliardi di lire di allora.

Il libro – attraverso i documentati ricordi del giudice – ricostruisce la storia di alcuni sequestri, di come si giunse a scoprire i colpevoli e soprattutto si dimostrarono i collegamenti con le cupole mafiose in Sicilia, la capacità di corruzione di amministratori pubblici e perfino di poliziotti e carabinieri, il trasferimento delle enormi somme nei paradisi fiscali la complicità delle banche e le collusioni con il terrorismo nero che si apprestava a insanguinare il Paese con le sue orribili stragi.

Italia.zip: test di comprensione e di compressione del Belpaese

di Sergio Caserta

Scorrendo le pagine di Italia.zip, il libro di Mario Conte e Pierluigi Senatore, sono tornato con la mente ai viaggi settimanali da pendolare che facevo da Bologna a Napoli e ritorno, quando trasferito per lavoro nella capitale felsinea, all’inizio degli anni novanta, prima di restarci a vivere definitivamente con famiglia, attraversavo il Paese, nella condizione di sospensione e di spaesamento di coloro che non sono ancora emigrati e comunque si confrontano con due realtà alquanto diverse del Sud e del Centro Nord.

Il treno è la più significativa metafora del cambiamento, molto più dell’auto, ti porta in viaggio in lunghe distanze consentendoti di guardare il panorama, l’alternarsi di città e campagne, le fabbriche, i fiumi, le strade, le valli, ti permette di osservare i compagni di viaggio, di comprendere abitudini, da pendolare di stringere conoscenze, confrontare esperienze, apprendere e trasmettere conoscenze.

Per il pendolare che si sposta per lavoro ad una certa distanza, il treno è un modo di viaggio che serve ad attutire la lacerazione dolorosa del cambiamento di abitudini e i necessari adattamenti: sai di far parte di un popolo che si sposta per le tue stesse ragioni. Il libro è una ricerca stimolante, condotta dal confronto dei due autori, di differenze e similitudini tra Nord e Sud in questo nostro particolare paese, da tempo in crisi e cosi pieno di contraddittorie virtù e sovrapposti eterni vizi.