Category Archives: Cultura

Il 17 gennaio a Bologna “La via della seta” di Franco Cardini e Alessandro Vanoli

di Inchiesta Online

Mercoledì 17 gennaio alle 17,30 nella Sala dello Stabat Mater della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna avrà luogo la presentazione del volume di Franco Cardini e Alessandro Vanoli “La via della seta”: una storia millenaria fra Oriente e Occidente (Il Mulino 2017), primo incontro del 2018 della Società di Lettura. Ne discute con gli autori Giovanni Brizzi, professore dell’Università di Bologna, noto esperto di storia romana e di storia militare antica, fra i cui numerosi studi ricordiamo quelli sulle guerre puniche, su Annibale e Scipione, sulle guerre di Marco Aurelio, sulla nozione di limes. Coordina il dibattito Amina Crisma, sinologa, docente di Filosofie dell’Asia orientale all’Università di Bologna.

Della sterminata bibliografia di Franco Cardini, storico del Medioevo, professore emerito nell’Istituto Italiano di Scienze Umane e Sociali e Fellow dell’Università di Harvard, ci limitiamo a citare alcuni dei titoli più recenti: Gerusalemme (2012), Istambul (2014), Onore (2016), Samarcanda (2016). Fra i libri di Alessandro Vanoli, storico del Medioevo ed esperto di storia mediterranea, ricordiamo La reconquista (2009), Quando guidavano le stelle (2015), La Sicilia musulmana (2016), L’ignoto davanti a noi (2017).

Imbavagliati soprintendenti e direttori, denunciamo noi il caos nei Beni culturali

La situazione di caos e di paralisi creata dalla “riforma” Franceschini separando la valorizzazione (nel senso di monetizzazione) dalla tutela e privilegiando la prima a discapito della seconda passa praticamente sotto silenzio – con pochissime lodevoli eccezioni – nella stampa e nella televisione nazionale. Ciò è grave in sé. Ma è anche dovuto al fatto che i soprintendenti e gli altri tecnici della tutela non possono assolutamente fare dichiarazioni, denunciare lo stato di confusione fra Soprintendenze, Poli Museali e Fondazioni di diritto privato, di depotenziamento strutturale, di esasperata burocratizzazione in cui versano gli organismi e gli uffici che per oltre un secolo hanno operato per difendere dalle aggressioni speculative, dall’abbandono, dall’incuria il patrimonio storico-artistico-paesaggistico.

Tocca quindi a noi – in luogo dei tecnici imbavagliati e minacciati di sanzioni – denunciare pubblicamente la gravità di una situazione in cui ministro e Ministero continuano a magnificare conquiste straordinarie, mentre la spesa statale per la cultura rimane una delle più basse d’Europa, un terzo di quella francese, metà di quella spagnola, e i suoi recenti relativi incrementi, beninteso rispetto al minimo dello 0,19% del bilancio statale toccato nel 2011 (governo Berlusconi IV) rispetto al 39% del 2000 (governo Amato II), vengono indirizzati su obiettivi futili o sbagliati.

Regime estetico e tentazione dello spettacolo: osservazioni su un libro di Jacques Rancière

di Luca Mozzachiodi

«Che a ogni opera d’arte, a ogni epoca artistica siano intrinseche delle tendenze politiche, è – dal momento che esse sono configurazioni storiche della coscienza – una verità lapalissiana. Però, allo stesso modo in cui gli strati di roccia più profondi vengono alla luce solo nei punti di frattura, così anche la “tendenza” in quanto formazione profonda si mostra alla vista nelle fratture della storia dell’arte (e delle opere). Le rivoluzioni tecniche: ecco le fratture dello sviluppo artistico nelle quali volta a volta, allo stato libero, per così dire, si manifestano le tendenze. In ogni nuova rivoluzione tecnica, la tendenza, da elemento recondito dell’arte, diviene per sé elemento palese». [1]

Ci si chiederà perché iniziare con questa citazione da un altro testo, di Benjamin, una riflessione sul libro di Rancière recentemente uscito per Orthotes, Aisthesis. Scene del regime estetico dell’arte, la risposta è che non tanto sono analoghe le conclusioni, che potremmo sommariamente spiegare con una politicità a priori dell’avanguardia artistica in quanto essa sorge con e contro uno stato dell’arte costituito, (modelli, tradizioni, istituti, interpretazioni ma anche usi diffusi, condizioni materiali, rappresentazioni generalizzate del sistema valoriale dell’arte e della sua funzione nella vita sociale), politicità beninteso che può essere di qualsiasi segno e appartenenza e si manifesta piuttosto come una carica distruttrice e riordinatrice presente all’interno dell’opera stessa ma tesa a far agire il suo potenziale all’esterno, in quel punto in cui rapporti estetici e rapporti sociali sono in relazione, quanto l’immagine dialettica e la rappresentazione dello sviluppo della storia dell’arte.

Internet secondo il censo: è solo l’inizio

di Vincenzo Vita

La potente e trumpianissima Federal Communications Commission (Fcc), vale a dire l’autorità mediale degli Stati uniti, ha deciso a maggioranza di eliminare il vincolo della Net neutralità, deciso nel 2015. Attenzione, non è affare per pochi specialisti. La “neutralità della rete”, infatti, è l’architrave dell’assetto democratico e non classista dell’infosfera. Si tratta, per dirla in breve, del principio giuridico in base al quale non possono essere determinate restrizioni ad accesso e connessione alle reti.

Ciò riguarda i dispositivi tecnici come la stessa libera fruizione degli utenti. È un punto cruciale, fortemente voluto dall’amministrazione di Obama e oggetto di discussione anche in Europa. Pure in Italia, ma con scarso successo, essendo da due legislature che si trascina senza esito il tema, pur con buone proposte (nell’attuale quinquennio a prima firma Quintarelli).

Lo stop incandescente (con la riunione persino sospesa ed aggiornata, per le evidenti tensioni) voluto dall’organismo americano suona, così, da fischio d’inizio della lotta finale tra vecchi e nuovi media. Il potere antico delle aziende delle reti fisiche di telecomunicazione (le telco, che fecero affari colossali con il telefono), oggi assediato dalla capillarità veloce dei vari Google Facebook Twitter e – in generale – degli aggregatori dei dati, reagisce. Meglio tornare alla comoda divisione di censo.

Suburbicon: un film sul passato per i dilemmi del presente

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Suburbicon, di George Clooney, Usa 2017

Siamo negli anni Cinquanta del secolo scorso, nel pieno del periodo di crescita economica e di diffusione del benessere successivo al secondo conflitto mondiale. Suburbicon è uno di quei quartieri dorati, sorti ai margini delle città americane, nei quali si trasferiscono i membri della borghesia più facoltosa, rigorosamente bianca. Li abbiamo visti in tanti film, tanto che ci appaiono quasi familiari: ordinate e linde casette a schiera (tutte uguali), circondate da giardini perfettamente curati e vialetti percorsi da fiammanti Cadillac o Buick. Qui tutto sembra scorrere nel migliore dei modi possibili.

Fino a quando la quiete del quartiere è turbata dall’arrivo di una famiglia di colore, sulla quale si concentra la diffidenza dei vicini. Il pregiudizio offusca la lucidità dello sguardo, e così sfugge quanto sta accadendo dentro una delle belle casette di Suburbicon, quella abitata dalla famiglia Gardner: un padre, stimato dirigente d’impresa (Matt Damon), una moglie (seduta su una sedia a rotelle dopo un rovinoso incidente), una cognata (entrambe interpretate da Julianne Moore) e un figlioletto.

L’emergenza dell’astensionismo culturale

di Vincenzo Vita

È stato presentato al Palazzo delle Esposizioni di Roma il 13mo rapporto annuale (2017) di Federculture, l’associazione che raggruppa 140 imprese e istituzioni culturali sotto la presidenza di Andrea Cancellato (Triennale di Milano) e la direzione operativa di Claudio Bocci. Ha chiuso i lavori il ministro Dario Franceschini, in apparenza neppure troppo turbato dai magri risultati del voto siciliano. E già, perché – con qualche eccesso di zelo di taluni intervenuti – si è alzato un coro laudatorio nei riguardi del Mibact e del suo alfiere.

Senza nulla togliere a un dicastero che, dopo i recenti predecessori, non poteva che andare meglio, è proprio l’accurato testo di Federculture (presentato dall’introduzione di Bocci) a raccontarci una verità diversa, più mossa. È vero che la spesa in cultura delle famiglie è aumentata del 7% nell’ultimo triennio, con un surplus rispetto al resto della filiera dei consumi, è reale l’incremento di numerosi voci del mosaico come il +22% nella fruizione del patrimonio culturale, è indubbio l’impulso dato ad interessanti novità come l’Art bonus, e tuttavia il quadro è assai contraddittorio.

Intanto, si legge poco: solo il 40,5% degli italiani dà un’occhiata ad almeno un libro all’anno, in decrescita persino rispetto al 46,8% del 2010. Non solo. Il 37,4% delle persone non svolge alcuna attività di tipo culturale, misura che va oltre il 50% negli strati a basso reddito. Anzi. Ben il 70% ha una debole o debolissima partecipazione. Mentre l’area «alta» è del 28,8%.

Teresa Noce: ha fatto la cosa giusta e pazienza se non è quella che paga di più

di Silvia Napoli

Ci sono figure storiche che nonostante l’eterno, fluido e smemorato presente in cui abitiamo, trovano la strada per venire ricorrentemente a bussare alle nostre porte per proporci di uscire fuori dal luogo comune e fare entrare aria fresca nelle stanze.Una di queste è la certamente sottovalutata, ma non per questo meno mitica “compagna Estella”, una pasionaria tutta italiana con biografia decisamente di profilo “internazionale”, spesa tutta in prima linea e in primo piano, sui molteplici fronti di lotta da un conflitto mondiale all’altro.

Stiamo naturalmente parlando di Teresa Noce,classe 1900, donna tra i padri fondatori del Partito comunista italiano prima, madre costituente in seguito, agitatrice e formidabile organizzatrice sindacale sempre, ma anche tante altre cose ancora, compreso essere nel ruolo, quanto mai scomodo nel suo caso, di moglie ripudiata a sua insaputa, di Luigi Longo, a lungo comandante Gallo e figura iconica nella Guerra di Spagna e nella vicenda comunista del dopoguerra, nonché madre premurosa e responsabilizzante assolutamente sui generis, di due figli maschi tuttora viventi.

Il merito di una proficua riscoperta,della vita e delle opere di una donna rigorosa e disciplinata eppure costantemente fuori da ogni schema come lei, è della battagliera casa editrice indipendente Red star press di Roma, che da qualche anno sotto la guida editoriale di Cristiano Armati, si è messa in mente di ripescare saggistica e memorialistica che riguardino tempi di pensiero forte, nell’intento non già di rivisitare un nostalgico come eravamo, ma di verificare quanto intuizioni e aspetti pratico-teorici rimasti in sottotraccia o letti in maniera mistificata oppure ancora frettolosamente mainstream, possano offrire ancoraggi intellettuali in epoca liquida e soprattutto di decostruzione sociale.

Un letterato, dunque un niente: Franco Fortini nel centenario

di Luca Mozzachiodi

Con queste parole prendeva congedo nel suo ultimo scritto pubblico Franco Fortini, ma a dare una rapido colpo d’occhio alla sua biografia, in realtà una delle tante di intellettuali militanti, oggi categoria estinta o, anche peggio, totalmente a buon mercato e soprattutto a mercato troviamo ben altro che un dotto poeta professore.

Perseguitato da giovane per le sue origini ebraiche si convertì al cristianesimo evangelico e più tardi durante la guerra l’armistizio lo colse in servizio militare e dovette rifugiarsi in Svizzera da dove rientrò in Italia per combattere con le formazioni partigiane della Repubblica dell’Ossola. Nei campi profughi dove si raccoglievano gli esuli di tutta Europa scoprì l’internazionalismo proletario, lesse Marx, si iscrisse al Partito Socialista.

Tornato in Italia collaborò a quasi tutte le principali riviste di cultura e di riflessione politica legate alla classe operaia dal Politecnico di Vittorini, di cui fu redattore principale, a Discussioni e Ragionamenti; negli anni Sessanta fu tra coloro che per primi e più lucidamente si avvidero dei cambiamenti in seno alla classe operaia, alla politica dei partiti e all’industria culturale e fu vicino ai gruppi di sociologi e scrittori militanti di Quaderni Rossi e Quaderni Piacentini; in queste riviste che animò sempre con grande fervore, convinto com’era che la costruzione dei propri strumenti e delle comunità di lavoro fosse nei fatti anche la costruzione del socialismo, pubblicò alcuni saggi e scritti fondamentali per tutto il ripensamento delle nuove categorie di pensiero, di cultura e di lotta politica degli anni Sessanta.

Crisi dimenticate e razzismo mediatico

di Vincenzo Vita

La sociologia dei media, a cominciare dal frequentatissimo manuale «Teorie della comunicazione di massa» di Mauro Wolf (1985), cita la vecchia «legge di McLurg», dal nome di colui che inventò lo schema delle classificazioni dominanti: un europeo equivale a 28 cinesi, 2 minatori gallesi a 100 pakistani.

Può darsi che l’annotazione sia stata scritta con English humour, ma purtroppo ci racconta la verità, e in difetto. Ad esempio, senza ovviamente volere sottovalutare l’uragano del Texas e le sue vittime, il tempo dedicato dai media occidentali a Houston è di gran lunga superiore a quello concesso alle 2000 persone morte per il colera in Yemen o ai 1000 deceduti per frane e inondazioni in Sierra Leone, o al valore assegnato ai disastri del conflitto rimosso dell’Afghanistan, o all’aggiornamento sulla Siria.

Per saperne qualcosa è indispensabile guardare la rete televisiva araba «all-news» Al Jazeera, che – non per caso – corre il rischio di essere chiusa. Gli esempi potrebbero essere numerosi. Si tratta, infatti, di una sorta di regola generale che ha oggi, dopo la fine dell’alibi del «muro» e dell’equilibrio del terrore, un sapore di vero e proprio «razzismo mediatico».

I racconti di Victor: “Il soldato”

di Victor

Il soldato camminava lentamente, fucile in spalla, lungo il crinale; la radura si allungava nello spazio davanti e non se ne vedeva la fine, il sole arrostiva le scarpe e la testa, la barba lunga, il sudore dalla fronte, lo sguardo basso, la schiena curva, le mani ossute come le guance e la sua stessa ombra procedeva stanca; all’improvviso, nel silenzio, la fitta, bruciore intenso, paralisi delle braccia, piegate le ginocchia era a terra, la bocca sbattuta al suolo, i denti contro la lingua, gli occhi ruotati, bruciore insopportabile, la spalla spezzata dal proiettile, lingua di fuoco nella carne, sangue e odore di piscio, le gambe tremavano, il collo tirato dal dolore, la testa si spacca nel pensiero di ogni millesimo di secondo che separa dalla morte annunciata.

Mamma mia, dove sei, mamma, mamma, oddio sono solo, che ho fatto, che mi avete fatto? il vomito cade nel sangue, non sento la spalla, non sento le braccia, sono ancora un bambino, di quarant’anni, un bambino mal cresciuto, ecco che corro come allora in quel cortile col triciclo, sono ancora un bimbo, mamma è lì che stende i panni, c’è il sole anche allora, avevo i calzoncini corti e correvo sul piccolo mezzo rosso, ecco che cado e perdo l’equilibrio, che paura ma c’è la mamma che mi prende da terra, e mi lava la ferita.