Category Archives: Cultura

Teresa Noce: ha fatto la cosa giusta e pazienza se non è quella che paga di più

di Grazia Naletto

Ci sono figure storiche che nonostante l’eterno, fluido e smemorato presente in cui abitiamo, trovano la strada per venire ricorrentemente a bussare alle nostre porte per proporci di uscire fuori dal luogo comune e fare entrare aria fresca nelle stanze.Una di queste è la certamente sottovalutata, ma non per questo meno mitica “compagna Estella”, una pasionaria tutta italiana con biografia decisamente di profilo “internazionale”, spesa tutta in prima linea e in primo piano, sui molteplici fronti di lotta da un conflitto mondiale all’altro.

Stiamo naturalmente parlando di Teresa Noce,classe 1900, donna tra i padri fondatori del Partito comunista italiano prima, madre costituente in seguito, agitatrice e formidabile organizzatrice sindacale sempre, ma anche tante altre cose ancora, compreso essere nel ruolo, quanto mai scomodo nel suo caso, di moglie ripudiata a sua insaputa, di Luigi Longo, a lungo comandante Gallo e figura iconica nella Guerra di Spagna e nella vicenda comunista del dopoguerra, nonché madre premurosa e responsabilizzante assolutamente sui generis, di due figli maschi tuttora viventi.

Il merito di una proficua riscoperta,della vita e delle opere di una donna rigorosa e disciplinata eppure costantemente fuori da ogni schema come lei, è della battagliera casa editrice indipendente Red star press di Roma, che da qualche anno sotto la guida editoriale di Cristiano Armati, si è messa in mente di ripescare saggistica e memorialistica che riguardino tempi di pensiero forte, nell’intento non già di rivisitare un nostalgico come eravamo, ma di verificare quanto intuizioni e aspetti pratico-teorici rimasti in sottotraccia o letti in maniera mistificata oppure ancora frettolosamente mainstream, possano offrire ancoraggi intellettuali in epoca liquida e soprattutto di decostruzione sociale.

Un letterato, dunque un niente: Franco Fortini nel centenario

di Luca Mozzachiodi

Con queste parole prendeva congedo nel suo ultimo scritto pubblico Franco Fortini, ma a dare una rapido colpo d’occhio alla sua biografia, in realtà una delle tante di intellettuali militanti, oggi categoria estinta o, anche peggio, totalmente a buon mercato e soprattutto a mercato troviamo ben altro che un dotto poeta professore.

Perseguitato da giovane per le sue origini ebraiche si convertì al cristianesimo evangelico e più tardi durante la guerra l’armistizio lo colse in servizio militare e dovette rifugiarsi in Svizzera da dove rientrò in Italia per combattere con le formazioni partigiane della Repubblica dell’Ossola. Nei campi profughi dove si raccoglievano gli esuli di tutta Europa scoprì l’internazionalismo proletario, lesse Marx, si iscrisse al Partito Socialista.

Tornato in Italia collaborò a quasi tutte le principali riviste di cultura e di riflessione politica legate alla classe operaia dal Politecnico di Vittorini, di cui fu redattore principale, a Discussioni e Ragionamenti; negli anni Sessanta fu tra coloro che per primi e più lucidamente si avvidero dei cambiamenti in seno alla classe operaia, alla politica dei partiti e all’industria culturale e fu vicino ai gruppi di sociologi e scrittori militanti di Quaderni Rossi e Quaderni Piacentini; in queste riviste che animò sempre con grande fervore, convinto com’era che la costruzione dei propri strumenti e delle comunità di lavoro fosse nei fatti anche la costruzione del socialismo, pubblicò alcuni saggi e scritti fondamentali per tutto il ripensamento delle nuove categorie di pensiero, di cultura e di lotta politica degli anni Sessanta.

Crisi dimenticate e razzismo mediatico

di Vincenzo Vita

La sociologia dei media, a cominciare dal frequentatissimo manuale «Teorie della comunicazione di massa» di Mauro Wolf (1985), cita la vecchia «legge di McLurg», dal nome di colui che inventò lo schema delle classificazioni dominanti: un europeo equivale a 28 cinesi, 2 minatori gallesi a 100 pakistani.

Può darsi che l’annotazione sia stata scritta con English humour, ma purtroppo ci racconta la verità, e in difetto. Ad esempio, senza ovviamente volere sottovalutare l’uragano del Texas e le sue vittime, il tempo dedicato dai media occidentali a Houston è di gran lunga superiore a quello concesso alle 2000 persone morte per il colera in Yemen o ai 1000 deceduti per frane e inondazioni in Sierra Leone, o al valore assegnato ai disastri del conflitto rimosso dell’Afghanistan, o all’aggiornamento sulla Siria.

Per saperne qualcosa è indispensabile guardare la rete televisiva araba «all-news» Al Jazeera, che – non per caso – corre il rischio di essere chiusa. Gli esempi potrebbero essere numerosi. Si tratta, infatti, di una sorta di regola generale che ha oggi, dopo la fine dell’alibi del «muro» e dell’equilibrio del terrore, un sapore di vero e proprio «razzismo mediatico».

I racconti di Victor: “Il soldato”

di Victor

Il soldato camminava lentamente, fucile in spalla, lungo il crinale; la radura si allungava nello spazio davanti e non se ne vedeva la fine, il sole arrostiva le scarpe e la testa, la barba lunga, il sudore dalla fronte, lo sguardo basso, la schiena curva, le mani ossute come le guance e la sua stessa ombra procedeva stanca; all’improvviso, nel silenzio, la fitta, bruciore intenso, paralisi delle braccia, piegate le ginocchia era a terra, la bocca sbattuta al suolo, i denti contro la lingua, gli occhi ruotati, bruciore insopportabile, la spalla spezzata dal proiettile, lingua di fuoco nella carne, sangue e odore di piscio, le gambe tremavano, il collo tirato dal dolore, la testa si spacca nel pensiero di ogni millesimo di secondo che separa dalla morte annunciata.

Mamma mia, dove sei, mamma, mamma, oddio sono solo, che ho fatto, che mi avete fatto? il vomito cade nel sangue, non sento la spalla, non sento le braccia, sono ancora un bambino, di quarant’anni, un bambino mal cresciuto, ecco che corro come allora in quel cortile col triciclo, sono ancora un bimbo, mamma è lì che stende i panni, c’è il sole anche allora, avevo i calzoncini corti e correvo sul piccolo mezzo rosso, ecco che cado e perdo l’equilibrio, che paura ma c’è la mamma che mi prende da terra, e mi lava la ferita.

Il lato “maledetto” della Rete contro le donne

di Vincenzo Vita

Sulla scelta, condivisibile, della presidente della camera dei deputati Laura Boldrini di denunciare coloro che insultano on line si è già scritto molto. E qui non sono in gioco giudizi politici. Il manifesto ha affrontato il tema generale, con gli articoli di Bia Sarasini e di Guido Viale (18 e 22 agosto). Si pone a questo punto, però, il lato «maledetto» del problema, da tempo in incubazione, oggetto di infiniti dibattiti, e tuttavia poco affrontato in termini davvero operativi.

Vale a dire il nodo dei limiti della libertà nella e della Rete. Ovviamente, guai solo a pensare che Internet possa essere imbavagliato, magari con nobili intenzioni.

Hanno ragione coloro che sottolineano come la nuova «realtà allargata» valichi i vecchi confini analogici ed esprima zone di conflitto che qualche grida non rimuove. Come le solite proposte di istituire specifiche «autorità» o di estendere i compiti delle attuali istituzioni di garanzia. Ciò non toglie che l’incitamento all’odio («hate speech»), attraverso le diverse forme con cui si esprime, configuri una degenerazione inquietante, tale da chiudere anche simbolicamente l’era dell’innocenza del web.

I racconti di Victor: “Leo e la tentazione dell’ignoto”

di Victor

Leo, fin da ragazzo, poco più che adolescente, provava una torpida attrazione per i vicoli stretti della sua città di mare. Le domeniche mattina andava in villa comunale col giovane padre, dal naso adunco e ancora magro per la fame patita nella guerra finita da poco. Scorazzando sui pattini, osservava le donne passare con gonne scampanate e posava sguardi fugaci su quelle caviglie sottili.

Poi risaliva, la mano in quella del padre, per le scale assolate dei vicoli dai muri scrostati, le signore sedute davanti alla porta del “basso” svogliate dal caldo, lo sguardo indolente e attraente, chissà cosa celavano quelle stanze in penombra, appena coperte da tende accostate. La notte Leo sognava di trovarsi da solo nei vicoli, e girando vedeva le donne chiamarlo con sorrisi beffardi: “Entra, Leo, vieni a vedere”, erano signorine, donne di tutte le età grasse e magre, vestite appena, le gambe dischiuse.

I racconti di Victor: “II ghiacciolo, ovvero la mia estate più calda”

Pubblichiamo il primo di tre racconti che Victor ha voluto donare a questo sito

di Victor

Era lì con le gambe a ciondoloni, l’aria assonnata e svogliata di chi non sa come far passare il tempo, il 7 luglio, giornata particolarmente calda, non finiva più. Si alzò, aprì il vano finestra e con un gesto lungo, muovendo le dita da destra a sinistra e viceversa, mi trovò scegliendomi tra gli altri. Mi ritrovai così, nudo e gocciolante, in quell’atmosfera surreale e afosa del cortile di un maledetto pomeriggio d’estate.

A un tratto sentii la sua lingua umida scorrermi lungo tutto il corpo, con guizzi afferrava le mie gocce bagnate e le ingurgitava una dietro l’altra; dopo mi capovolse pensando a altro e rimasi a testa in giù, terrorizzato, penzolante, temetti che da un momento all’altro mi lasciasse cadere. Non so quanti interminabili istanti (od ore) passarono così: mi ero ridotto alla metà, dopo mi risollevò e con volgarità lussuriosa mi strofinò sulle sue gambe ossute, ancora dopo mi rotolò sul suo collo sudato e infine mi leccò ancora con avidità.

Telecomunicazioni, il privato è in declino

di Vincenzo Vita

Il dato nuovo, interessante – a prescindere – della discussione sulla rete di telecomunicazioni e sulla sua ipotetica “ripubblicizzazione” è l’evidente declino dell’era del Privato. È stato un periodo foriero di danni seri. Si potrebbe dire, anzi, che l’eccesso non ha fatto bene neppure al capitalismo italiano, gracile e subalterno come non mai. Il tema è tornato all’ordine del giorno in aree diverse tra di loro, a conferma di una tendenza.

Pensiamo alla riacquisizione da parte dell’Istituto Luce degli Studios di Cinecittà; all’emergenza acqua; alla complessa storia dell’accennato network della fibra. Quest’ultima fiammata è davvero sintomatica, vista l’enfasi con cui a suo tempo (correva l’anno 1997) fu accompagnata la “madre” di tutte le privatizzazioni. Ora, a fronte della resistenza francese all’iniziativa di Fincantieri, è cresciuta la voglia di dare un metaforico calcio a Vivendi e di riprendersi Tim-Telecom.

Al di là della sfida tra tricolori – accidenti, che disinvoltura dopo gli inni alla gioia di Macron e a valle delle religione globalista – di che si parla, davvero? Passi per il “Mov5Stelle”, che allora proprio non c’era neanche nella mente di Grillo. Ma dove stavano all’epoca coloro che oggi discettano sull’argomento come se fossimo all’anno zero?

Due poesie per ricordare Liu Xiaobo

di Nicoletta Pesaro

Liu Xiaobo scompare attorniato dalla luce e dalla notorietà del premio Nobel per la pace, che ha nobilitato una lunga battaglia persa in partenza, e dalle ombre di un grande Paese sordo e rabbioso ai suoi richiami. Gli anni di detenzione e il potere simbolico della sua figura, l’innegabile importanza politica del suo pensiero e delle sue azioni non devono tuttavia oscurare la complessità anche controversa dell’intellettuale, dello scrittore, dell’uomo.

Liu Xiaobo è stato innanzitutto un professore universitario appassionato, un critico letterario a volte feroce, un poeta di grande sensibilità. Oltre che alla memoria delle vittime del regime, la sua produzione poetica è dedicata alla vita e agli affetti spesso sacrificati alla sua identità politica.

Basta una lettera

Basta una lettera
Perché io possa superare tutto
Parlare con te

Quando soffia il vento
La notte col proprio sangue
Scrive una parola misteriosa
Mi fa ricordare che
Ogni parola è l’ultima parola

Leggere e tradurre l’Italia a Teheran

di Marina Forti

Un grande rito collettivo dedicato ai libri: un giovane scrittore iraniano definisce così la fiera del libro appena conclusa nella capitale iraniana. Un rito di massa, bisogna aggiungere: sarà anche vero che il pubblico dei libri cala, come lamentano gli editori, ma non è questa l’impressione avuta visitando Shahr-e Aftab (la città del sole), un nuovissimo complesso per esposizioni a sud di Teheran.

Dal 3 al 13 maggio, pochi giorni prima che gli iraniani riconfermassero Hassan Rohani alla presidenza nelle elezioni del 19 maggio, qui si è riversato un fiume incessante di persone – donne, uomini, anziani e soprattutto giovani, famiglie e bambini, in jeans o con gli abiti della festa, ragazze con foulard e altre in chador. Difficile quantificare: gli organizzatori sostengono che l’anno scorso i visitatori erano stati tre milioni e quest’anno il 10 per cento di più, ma lo dicevano già alla vigilia dell’apertura.

Di sicuro c’è che una folla immensa ha riempito gli stand di quasi tremila case editrici, ha guardato, sfogliato, acquistato libri e chiesto autografi. Arrivata alla sua trentesima edizione, la fiera del libro in Iran è una tradizione sempre più apprezzata. La novità quest’anno è che l’Italia era ospite d’onore. E visto dal Padiglione Italia, il festival ha riservato alcune sorprese. La prima è proprio la folla. Per lo scrittore Mohammad Tolouei “la fiera è una rara occasione per incontrare i miei lettori”.