Category Archives: Cultura

Kepler452: il sistema solare tra ambiente, arte e vita

di Silvia Napoli

Una volta conoscevamo a stento l’esistenza di questo piccolo lontano pianeta speculare al globo terrestre che risponde a un nome fantaevocativo quale Kepler452. Poi abbiamo cominciato nel corso di questi ultimi anni a familiarizzare con i suoi immaginifici, giovani abitanti, tanto radicali da imbarcarsi nell’impresa di fare teatro e cercare di coinvolgere i loro coetanei in questa grande passione cognitiva. Intanto loro diventavano un agente aggregante anche per la riflessione critico-organizzativa che i lavori performativi calati per definizione prepotentemente tra ambiente, arte e vita, richiamano naturalmente.

Ecco formarsi una sorta di galassia di pensieri ed energie comprendente uno staff organico e parallelo al gruppo originario autorinnovatosi con la Rivoluzione permanente delle avanguardie. Avanguardie, a loro volta, portatrici di un festival aperto alla penisola intera ma benissimo radicato in città, fin dentro ogni habitat possibile, persino casalingo, con una vocazione ormai biologica al mix di linguaggi.

Si fa teatro con i dj set e con le suggestioni da installazione, tratteggiando infine una rappresentazione generazionale abbastanza distante dal racconto mainstream di giovani sdraiati o in fuga perenne dalla storia, dalla politica, da sé stessi. Un collettivo dunque molto aperto, senza la retorica del collettivo d’antan e consapevole del fatto che un buon lavoro di squadra si fa partendo dalla scoperta e valorizzazione delle singole personalità.

Artedonna: forme di democrazia culturale

di Silvia Napoli

Bisognerebbe veramente entrare dentro un sistema di relazioni molto complesso, che investe vari e numerosi ambiti, per poter parlare con serenità e cognizione di causa di una delle poche kermesse fieristiche veramente glam rimaste in dote alla città di Bologna. Una tre giorni ufficialmente, questa tanto sofisticata e popolare Artefiera, almeno rispetto al discorso mercantile e invece come panoramica a 360 gradi, piacevolmente invasiva di spazi pubblici, privati, istituzionali e alternativi evento che si allunga per almeno una decina di giorni come festival e che lascia in eredità alla cittadinanza per qualche tempo, esposizioni importanti, corpose e destinate a far discutere.

Quest’anno è nuova, la direzione organizzativa di Artefiera e più bolognese come appartenenza. Sostanzialmente, però, il thinktank della situazione festival è in mano in primis alla Presidenza e Direzione dell’istituzione Musei e ai dipartimenti universitari deputati al settore artistico. Naturalmente poi vengono coinvolte moltissime altre situazioni che fanno capo all’Assessorato alla Cultura, in modo che contenuti e tendenze nuove, nuovissime o già storicizzate, non solo nei manuali di settore, ma rappresentative della storia cittadina di comunità, trovino sedi appropriate di discussione e sedi viceversa talvolta spiazzanti di incontro-confronto.

Splendori e miserie del sindacalismo: i crimini degli intellettuali di Édouard Berth

di Luca Mozzachiodi

Certo, ripubblicare oggi, e traducendolo per la prima volta, un libro manifesto del sindacalismo rivoluzionario francese del primo Novecento è a suo modo una scelta coraggiosa, tanto più se si pensa che si tratta non dell’in qualche modo canonizzato Sorel, ma del molto meno noto Édouard Berth (1875-1939) che di Sorel fu discepolo, interprete e in parte continuatore in quel miscuglio di suggestioni tra marxismo, socialismo, nietzscheanesimo e rivalutazione della tradizione che costituisce il terreno di coltura tipico di queste riflessioni.

Berth stesso ha un itinerario complesso e a tratti contraddittorio nelle posizioni, passando da un’inziale vicinanza ai socialisti all’adesione all’Action Française di Maurras, alla fondazione dei Quaderni del circolo Proudhon nel 1911, alla rottura con i nazionalisti e all’entrata nel Partito comunista, fino alle dure critiche all’URSS degli scritti degli anni Trenta. Questo libro però risale al 1914 e costituisce il suo tentativo più articolato di fondare socialismo e tradizionalismo in una prospettiva rivoluzionaria.

Riassumere il contenuto del libro è un’impresa difficile alla quale Berth stesso ha posto consapevolmente e dichiaratamente alcuni ostacoli: anzitutto lo stile vibrante e oratorio spesso più incline all’invettiva che alla dimostrazione; infatti i vari capitoli sono intessuti di ampie citazioni dai suoi autori, Sorel, Bergson, Nietzsche e Proudhon soprattutto (così il libro ha anche il pregio non del tutto trascurabile di essere un breviario proudhoniano), da Berth connessi tra loro sempre in polemica con le opzioni politiche allora esistenti in Francia e cioè, per rimanere in ambito progressista o rivoluzionario, con il socialismo riformista, con quello marxista ortodosso o con l’anarchismo.

“La rivoluzione dei piccoli pianeti: un romanzo nel ’68”: ovvero come eravamo

di Silvia Napoli

Pierluigi (Gigi) Sullo è una penna militante, qualunque cosa voglia oggi dire questa espressione, di indubbia vaglia. La direzione del Quotidiano dei Lavoratori, la lunga collaborazione con Luigi Pintor alla guida del Manifesto della fase più fulgida, l’esperienza del periodico Carta, da lui fondato, inchieste e reportage su tutti i temi più caldi dei movimenti vecchi e nuovi, lo rendono figura credibile e certificata per continuare a dire la sua sullo stato delle cose. Certe volte si può legittimamente riflettere e lottare in modalità oblique, alla ricerca di rivoli carsici di pensiero e sentimento che sembrano al momento occultati e silenti, in attesa di un ciclo nuovo di mutamenti.

Non facile naturalmente a questo punto,parlare senza inanellare banalità, di un libro – “La rivoluzione dei piccoli pianeti. Un romanzo nel ’68” – che ha già raccolto recensioni lusinghiere ed importanti(una su tutte quella di Adriano Sofri) e ha avuto in giro molte presentazioni. Sottotitolo cui io aggiungerei un come eravamo o avevamo sognato di essere, riferito ad un panorama emotivo e attitudinale, uno state of mind di una fetta generazionale, prevalentemente studentesca, ma non solo, e forse anche al suo lascito ereditario culturale. E qui il discorso interpretativo diventa fatalmente sdrucciolevole.

“Black Panther”: un film politico da cui si originano molteplici letture

di Michele Marchioro

Di recente si è aperto un ampio dibattito, seguito subito da numerosi apprezzamenti critici, sul film Black Panther prodotto dalla Marvel e uscito a inizio 2018. Primo film su un supereroe nero, è stato pubblicizzato e presentato al grande pubblico come un’opera politica e educativa che intendeva finalmente prendere le parti degli afroamericani e porre rimedio all’emarginazione dei neri a Hollywood.

Molta critica ha espresso soddisfazione per il grande risultato dell’identità nera, spesso presagendo un radioso avvenire di liberazione e uguaglianza delle razze; ci sembra però che la realtà sia molto differente e, se la pubblicità è per natura iperbolica, la critica dovrebbe essere molto più attenta e parsimoniosa nei giudizi – laddove, si dà per scontato, non agisca in malafede come del resto spesso avviene. Sotto l’aspetto politico, su cui andremo a concentrarci, il film è un’operazione fra le più interessanti della Marvel e si presta a una molteplicità di letture che travalicano il giudizio estetico per invadere, come sempre ma qua particolarmente, il campo del sociale.

Supereroi e superuomini

Bisogna premettere un vizio di fondo che rovina la maggior parte dei film di supereroi: costruiti su un’opposizione manichea fra una parte buona e una cattiva, che sono separate da un divario abissale e incolmabile, obbligano lo spettatore a scegliere e parteggiare per il bene.

Claudio Longhi e l’attitudine del cartografo

di Silvia Napoli

C’era una volta un ragazzo molto dotato e disciplinato che mentre completava i suoi studi si cimentava con il lavoro del palco e della messinscena, guidando e stimolando i suoi compagni di scuola e di avventura, lasciando già intuire un’applicazione molto oltre i confini della pratica dilettante.

Il ragazzo garbato ed entusiasta, baciato dalla fortuna di avere e poter coltivare passioni intellettuali costanti nel tempo, plasmate da un duro esercizio di prassi e tutte fatte apposta per la condivisione, graduava cosi ambizioni, fatiche e curiosità del percorso, fino a diventare pienamente se stesso nella molteplicità degli aspetti che oggi gli conosciamo.

Docente universitario e grande ricercatore della storia teatrale del Novecento in prima battuta, ma poi metteur en scene, perché gli anni di assistenza alla regia accanto ad un compianto maestro quale Luca Ronconi, non possono essere trascorsi in modo inerte e infine dirigente di Emilia Romagna Teatro Fondazione per il quadriennio 2017-2020, ovvero il Teatro stabile pubblico della nostra Regione, a valenza nazionale, articolato in 5 sedi diverse, tutte innovative e a forte caratterizzazione, diversificate nella loro fisionomia.

Oltre la tradizione musicale e teatrale: Europavox, nel salotto buono

di Silvia Napoli

C’era una volta una città ricchissima di tradizioni musicali e teatrali che non riusciva a innovarsi laddove le cosiddette orde dei giovani fuorisede premevano ai bordi di uno dei salotti buoni per antonomasia quale quel teatro Comunale, dedicato alla lirica e alla concertistica che quasi ovunque è sinonimo di sfoggio di pellicce e conseguenti possibili contestazioni a suon di lanci di uova o vernici.

Nella città dei più antichi studi il problema si palesava con incongruenze e distonie forti, tra il contesto estremamente giovanile e in parte degradato subito fuori, gli stucchi, i velluti e i costi d’esercizio con relative cicliche proteste dell’orchestra e delle maestranze, dentro. Ma se c’è una cosa che l’Europa in quanto entità culturale ci ha consegnato è l’esempio della possibilità di avere teatri e auditorium funzionanti su tutto l’arco temporale dell’anno e in tutti gli orari della giornata scoprendo multifunzioni e diverse tipologie di pubblico, la possibilità di avere anche allestimenti più snelli, maggiore apertura alla musica contemporanea, alla divulgazione, immagine grafica rinnovata, affidata a talenti giovani che rendono la Comunicazione meno ingessata e pomposa e più affine alla cultura di strada che la fa da padrone tutto intorno.

Un teatro comunale dunque non ufo o meteorite scagliato in territorio alieno, ma corpo vivo nella cittadella degli studi, finalmente attraversato da saperi ed esperienze diverse e utilizzato in tutti gli spazi passibili di aggregazione in estate cosi come possibilmente in inverno.

Over: che bella età, la grande età

di Silvia Napoli

Una riflessione simile davvero ad uno squarcio di luce deve aver attraversato Nicola Borghesi e i suoi accoliti di Kepler452, di fronte al materiale umano su cui e con cui lavorare in maniera laboratoriale per il nuovo progetto natalizio, chiamiamolo così, che l’Associazione Liberty, nell’ambito della sua stagione Agorà, è solita proporre al suo affezionato pubblico-sostenitore ogni anno. Se nel 2017 si trattò di misurarsi con i giovanissimi dell’Istituto Keynes di Castelmaggiore e con il calco rappresentato dall’inchiesta pasoliniana Comizi d’amore, stavolta tocca agli over e un tot di tutta l’area centri sociali della Bassa, chiamati in modalità “spericolata”a costruirsi pure il canovaccio.

In fondo, gli anziani, sono i ragazzi del secolo scorso e dunque, anche il loro oggi di pensionati di paese, va storicizzato. La Storia, così costantemente osteggiata nelle sedi decisionali pubbliche, è divenuta una esigenza più che una disciplina, propria del fare comunità:per affrontare sfide diverse e sapersi evolvere, è bene ogni tanto fare reset e andare a guardarsi indietro per scoprire, quasi rivelare a noi stessi, ciò che ora siamo sulla base di quanto si è edificato o distrutto ieri.

A proposito di fili di collegamento e di comunità, Elena Digioia, direttrice artistica della stagione Agorà che scalda i freddi inverni della nostra pianura metropolitana con programmazioni palpitanti di stimoli, autentica donna e professionista di cuore e di testa, non si lascia sfuggire opportunità di tracciare percorsi riconoscibili e spostare confini dentro questo campo partecipato.

Teatro dell’Elfo: una squadra vincente che ha quasi mezzo secolo

di Silvia Napoli

Che al Teatro dell’Elfo, ci si diverta ancora, nonostante il quasi mezzo secolo di vita della compagnia, oggi impresa sociale, accresciuta in dimensioni, responsabilità e funzioni, pare un dato indiscutibile. Ci si diverte in quel senso peculiare di rilanciare e riqualificare qualsiasi situazione si abiti, innovando, includendo, estendendo, sperimentando, tuttavia fedeli a una cifra stilistica ben riconoscibile e a una squadra che vince spesso (probabilmente sua l’aggiudicatura dell’UBU per la categoria spettacolo dell’anno 2018, con Afghanistan-Il Grande gioco-enduring Freedom) e dunque non si cambia. Al massimo in seno al nucleo fondativo si può verificare una separazione consensuale come fu negli anni Ottanta rispetto a Gabriele Salvatores, che si scoprì una vocazione di cineasta.

L’humus fecondo, a dispetto delle lamentose e ingenerose riletture storiche che affliggono la Cultura del nostro Paese, è quello della Milano sessantottina, già capitale morale e produttiva d’Italia, anche europea prima dell’Europa dell’euro e prima degli anni dell’economia drogata, bevuta e divorata che sappiamo.

Migranti: storia di un fenomeno rimosso

di Luca Cangianti

Accanto ai grafici, alle percentuali, ai titoli di giornale, ai testi di legge e alle circolari ministeriali che affrontano il fenomeno dell’immigrazione straniera in Italia, se guardiamo bene, in trasparenza vediamo il volto di un uomo. Ha trent’anni, il capo appoggiato su una mano e il sorriso malinconico. Il suo nome è Jerry Masslo. Suo padre fu ucciso dal Sudafrica dell’apartheid e così sua figlia di sette anni.

Arrivato in Italia gli fu negato l’asilo politico confinandolo in un limbo giuridico di estrema vulnerabilità: al tempo questo diritto era riservato solo a chi fuggiva dai paesi realsocialisti. Il 24 agosto 1989 quattro rapinatori italiani fecero irruzione nella baracca dove alloggiava insieme ad altri lavoratori agricoli. Volevano i soldi che avevano guadagnato con la raccolta dei pomodori. Spararono e uccisero Jerry Masslo.

La Storia dell’immigrazione straniera in Italia di Michele Colucci è un libro che rispetta nell’estetica e nella sostanza gli ideali scientifici dando conto dettagliatamente di fonti e rimandi bibliografici. Tuttavia, a differenza di molti altri studi analoghi, può esser letto con piacere anche da chi non sia obbligato a navigare nel gorgo accademico del publish or perish. L’oggetto dello studio è indagato con empatia, senza nulla togliere alla rigorosità dell’analisi.