Category Archives: Cultura

Leggere e tradurre l’Italia a Teheran

di Marina Forti

Un grande rito collettivo dedicato ai libri: un giovane scrittore iraniano definisce così la fiera del libro appena conclusa nella capitale iraniana. Un rito di massa, bisogna aggiungere: sarà anche vero che il pubblico dei libri cala, come lamentano gli editori, ma non è questa l’impressione avuta visitando Shahr-e Aftab (la città del sole), un nuovissimo complesso per esposizioni a sud di Teheran.

Dal 3 al 13 maggio, pochi giorni prima che gli iraniani riconfermassero Hassan Rohani alla presidenza nelle elezioni del 19 maggio, qui si è riversato un fiume incessante di persone – donne, uomini, anziani e soprattutto giovani, famiglie e bambini, in jeans o con gli abiti della festa, ragazze con foulard e altre in chador. Difficile quantificare: gli organizzatori sostengono che l’anno scorso i visitatori erano stati tre milioni e quest’anno il 10 per cento di più, ma lo dicevano già alla vigilia dell’apertura.

Di sicuro c’è che una folla immensa ha riempito gli stand di quasi tremila case editrici, ha guardato, sfogliato, acquistato libri e chiesto autografi. Arrivata alla sua trentesima edizione, la fiera del libro in Iran è una tradizione sempre più apprezzata. La novità quest’anno è che l’Italia era ospite d’onore. E visto dal Padiglione Italia, il festival ha riservato alcune sorprese. La prima è proprio la folla. Per lo scrittore Mohammad Tolouei “la fiera è una rara occasione per incontrare i miei lettori”.

Visto a teatro: prima della pensione (ovvero cospiratori, una commedia dell’anima tedesca)

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Prima della pensione è un testo scritto da Bernhard nel 1979, all’epoca dello scandalo che travolse Claus Peyman – il regista di molte delle sue opere teatrali e che portò in scena per la prima volta questo stesso testo – spingendolo alle dimissioni dalla direzione del teatro di Stoccarda. Per avere chiesto un trattamento carcerario meno rigido per uno dei membri del gruppo Baader-Meinhof, venne infatti accusato di essere un simpatizzante del terrorismo. Nelle vesti di accusatore si distinse in particolare un potente politico tedesco, di cui, in quello stesso periodo, si venne a sapere che era stato un fedele servitore di Hitler, svolgendo fino all’ultimo le sue funzioni di giudice militare.

Un giudice è il protagonista del testo. Rudolf Holler amministra la giustizia nel tribunale cittadino, di cui è uno degli esponenti di maggiore rilievo. È un vecchio, ormai prossimo alla pensione. In gioventù era stato un membro delle SS ed un convinto sostenitore del nazismo. Dopo la guerra furono sufficienti alcuni anni ai margini, in un paese desideroso di dimenticare il passato, per essere riabilitato e tornare al centro della vita sociale. Ma l’adesione di facciata ai valori della nuova democrazia e il servizio prestato nelle sue istituzioni, nasconde una assoluta continuità con gli ideali politici giovanili.

Con la sua prosa feroce e vorticosa Bernhard intende evidenziare alcune oscure costanti dell’anima tedesca. Nella sua prospettiva il nazismo non è che una particolare manifestazione di tratti che continuano ad essere ben presenti nel popolo tedesco e che hanno la loro origine nella ristrettezza e meschinità dei valori piccolo borghesi (il nazionalismo, il conformismo, lo spirito di sottomissione, l’ipocrisia propria del cattolicesimo più retrivo; quell’insieme di valori che il giovanissimo Bernhard imparò ad odiare ferocemente negli anni che fu costretto a passare in un collegio di Salisburgo, che era stato un convitto nazionalsocialista; anni raccontati negli straordinari volumi della autobiografia).

Contro la poesia civile: progressismo senza progresso

di Luca Mozzachiodi

Una delle più radicate e diffuse idee sulla poesia, o se non altro una di quelle che più affliggono chi non condivida posizioni da cultore della bellezza ma almeno si interroghi sui rapporti tra arte e società è quella della cosiddetta poesia civile che vediamo sempre più istituzionalizzarsi in monografie, festival, premi, studi accademici ma che nasconde notevoli rischi di impoverimento tanto per la poesia quanto per una riflessione autentica sulla società. Più volte mi sono trovato ad esprimere la mia opposizione a questo modo di pensare il lavoro dei poeti, ma visto che inevitabilmente, come tutti i discorsi fintamente progressisti, pare ammorbare l’aria qualsiasi cosa si faccia e posizione si prenda ritengo non privo di utilità, non solo per difesa del mio lavoro ma anche come possibile orizzonte per quello di altri involti negli stessi problemi, riportare una parte consistente di un mio scritto ad un critico che, con sincera partecipazione, si proponeva di recensire un mio libro. Non me ne voglia l’amico se traggo spunto da una comunicazione personale per offrire in sintesi una critica della poesia civile che a quanto pare continua a dimostrarsi una presa di distanza essenziale.

L’idea che esista una poesia civile e che meriti e debba essere analizzata secondo principi propri ha un’ideologia sottesa ed espressa in maniera inconsapevole: presuppone l’esistenza di una civitas da intendere come comunità organica per cultura e consenso democratico intorno a valori da difendere appunto “civicamente” come ad esempio la memoria di taluni eventi storici e la generica asserzione di petizioni su diritti umani, diritti civili e buongoverno (potrà apparire sciocco o demodé farlo notare ma questo include naturalmente una lode della concezione liberale della democrazia, come valore intrinseco e non relativo).

Libere: il film che parla della Resistenza vista dagli occhi delle donne

di Carmen Palma per MiFaccioDiCultura

Il 20 aprile è uscito nelle sale di tutta Italia Libere, il nuovo docufilm scritto e diretto dalla regista Rossella Schillaci. Distribuito da Lab 80 film in occasione della festa della Liberazione, Libere è un racconto sull’emancipazione femminile durante la Resistenza, un ritratto di un’epoca apparentemente lontana che ha ancora molto da insegnarci.

Il documentario raccoglie storie di ogni genere: i momenti di battaglia, il rapporto delle donne partigiane con la società, frammenti di vita quotidiana.

LIBERE un film di Rossella Schillaci from Lab 80 film on Vimeo.

Questo film ha una particolarità: non vedrete volti narrare le vicende che segnarono l’Italia durante il conflitto, non vedrete sguardi segnati da rughe profonde perdersi in ricordi di un tempo lontanissimo. Libere è fatto di tante voci fuori campo, voci flebili e sottili ma cariche di intensità. Niente volti, niente nomi. Solo limpide voci di donne che accompagnano immagini e video d’epoca. Due mani frugano tra le fonti conservate presso l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, recuperando metri e metri di pellicole, vecchi articoli di giornale, fotografie, cinegiornali, documenti personali. Sono le mani della storia, che dispiegano frammenti di vita sotto ai nostri occhi come tanti piccoli quadri.

Walcott difeso dai suoi ammiratori

di Luca Mozzachiodi

Lo scorso 17 marzo si spegneva nella sua casa sull’isola di Saint Lucia Derek Walcott, poeta e drammaturgo premio Nobel per la letteratura nel 1992. Scriverne poco dopo la morte ma comunque con un lasso di tempo abbastanza ampio da disperdere i fumi del pianto rituale significa anche tentare un primo bilancio serio di ciò che quest’autore ha significato in Italia, dove ha goduto, rispetto a molti altri poeti stranieri di grande spessore, di una notevole fortuna editoriale legata quasi esclusivamente alla casa editrice Adelphi.

Attivo fin dalla fine degli anni Quaranta, e dunque precocissimo essendo nato nel 1930, è praticamente sconosciuto in Italia fino al 1992, quando con il poema epico Omeros vince il premio Nobel. Da allora è partita quasi freneticamente la corsa alla traduzione fino agli ultimi recenti volumi di poco più di un anno fa, la prima cosa che potremmo chiederci è cosa comporta questo ritardo?

Nel ’92 Walcott insegnava a Boston e aveva già stretto un forte sodalizio con altri due poeti vincitori del Nobel, l’irlandese Heaney e il russo Brodskij; era inserito ai massimi livelli nel cerchio ristretto della letteratura che viene composta e commentata nelle grandi università angloamericane e che sembra sempre di più, per via di una serie di presenze di spicco, privilegiare gli autori di doppia appartenenza e gli emigrati come importatori di cultura poetica.

Teatro: ecco “Porcile”, il Pasolini “popolare” di Valerio Binasco

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

La messa in scena di Valerio Binasco si inserisce all’interno del rinnovato interesse per l’opera di Pasolini, in occasione del quarantesimo anniversario della sua tragica e violenta morte, avvenuta all’Idroscalo di Ostia, nella notte tra il 1° e 2 novembre del 1975. Lo spettacolo ha infatti visto il suo debutto in occasione del Festival di Spoleto, nell’estate del 2015.

Porcile è un dramma in versi, articolato in undici episodi, scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1967. Da questo testo è stato tratto, nel 1969, l’omonimo film. Porcile, al pari delle altre opere teatrali scritte da Pasolini, è un cupo e desolato ritratto della borghesia capitalistica, mostrata nelle sue corruzioni morali e politiche e nel suo incessante trasformismo.

La storia si svolge in Germania, nell’estate del 1967, e si sviluppa su due piani. Il primo è incentrato sui tormenti interiori del venticinquenne Julien, il rampollo di una ricca famiglia di industriali, nel passato compromessa con il nazismo. Vive in una inspiegabile apatia ed accidia, è un figlio né obbediente, né rivoluzionario. Non si identifica nel mondo e nei valori dei genitori, ma non riesce a sentirsi coinvolto dai movimenti di contestazione dei giovani borghesi come lui (una forma diversa di conformismo).

Respinge il corteggiamene della giovanissima Ida, che lo invita inutilmente a partecipare alla marcia per la pace che si terrà a Berlino. Gli parla di un segreto inconfessabile (“Perché se tu mi vedessi un solo istante come sono in realtà / scapperesti terrorizzata a chiamare un dottore / se non addirittura un’ambulanza”). Gli dice che è innamorato, ma non di lei. Che mai l’oggetto di una passione amorosa è stato così infimo, e che quindi è costretto a viverla nel segreto. Che attraverso gli atti di questo amore segreto riesce ad immergersi con gioia e naturalezza nella vita, andando oltre ogni costrizione sociale o politica. Questa scintilla di vita pura Julian la trova nell’amore e nel sesso con i maiali del porcile paterno.

Bologna: sulle onde di Radio Alice correva il ’77 ribelle

di Luciano Lanna

Quarant’anni fa, il 12 marzo 1977, il giorno dopo l’uccisione a Bologna dello studente Francesco Lorusso, la polizia fa irruzione nei locali di Radio Alice, li sigilla e arresta tutti gli animatori. I media ufficiali avevano scatenato una vera e propria crociata contro l’emittente, con l’accusa di essere stata la diretta responsabile degli scontri violenti seguiti alla morte del giovane studente.

Per dirla tutta, lo studente, un 25enne militante di Lotta Continua, era stato freddato da un colpo d’arma proveniente dalle forze dell’ordine dopo che una bottiglia molotov aveva raggiunto un autocarro. Ma la morte dello studente dette origine a ulteriori e pesanti scontri di piazza. Radio Alice aveva solo mandato in onda, come faceva per tutto quello che accadeva in città, la cronaca degli eventi. Del resto, è Umberto Eco, curiosamente attento ma spesso critico nei confronti dell’ala creativa del ’77, a difendere la redazione della radio dalla campagna denigratoria nei suoi confronti. Fatto sta che la chiusura determina la fine di un anno vissuto in prima persona da quella radio e che è stato decisivo per l’immaginario di una generazione.

Tutti gli arrestati vengono portati in questura e successivamente trasferiti nelle carceri di San Giovanni in Monte. Ovviamente, in seguito vengono tutti prosciolti dalle accuse mosse nei loro confronti. Radio Alice riaprirà circa un mese dopo e continuerà le trasmissioni per ancora un paio d’anni, ma senza l’apporto degli originali fondatori e senza più la stessa vocazione, tanto che la frequenza della radio verrà ceduta a Radio Radicale.

Montalbano, la mediana perfetta di Umberto Eco

di Vincenzo Vita

Il successo strepitoso del “Commissario Montalbano”, con un inedito 44,1% di share e 11 milioni 268mila telespettatori, è un omaggio postumo ad Umberto Eco. Nel notissimo “Apocalittici e integrati” (1964) il compianto pensatore criticava la suddivisione tradizionale tra i tre livelli culturali – alto, medio, basso – sottolineando intrecci e contaminazioni costanti. Un pubblico così vasto come quello toccato dalla serie tratta dai romanzi di Andrea Camilleri significa che è stata raggiunta la “mediana perfetta” tra i diversi protagonisti della fruizione: nord, centro, sud, donne, uomini, giovani, anziani,con i differenti gradi di scolarizzazione.

La sintesi tra gli apocalittici e gli integrati. Si può analizzare da vari punti vista il caso Montalbano, l’essere diventato un evento mediale figlio di una fortunata commistione tra il testo e la sua rappresentazione. Rimane il fatto che l’accorta miscela tra produzione e consumo è una lezione davvero interessante, che ci racconta molto anche dell’Italia televisiva, vogliosa in tanta parte di avere offerte né omologate né trash. Tuttavia, il tema ha origini lontane.

La poliedrica personalità di Eco è stata approfondita da un angolo di visuale piuttosto inedito dal bel volume di Claudio e Giandomenico Crapis (Umberto Eco e il Pci, Reggio Emilia, 2016, ed. Imprimatur), vale a dire il rapporto “dialettico” tra il semiologo e il maggior partito della sinistra. Il libro, presentato qualche sera fa a Roma insieme ad Alberto Abruzzese e Furio Colombo, mette il dito nella piaga.

Per la morte di un maestro: omaggio a Predrag Matvejević

di Luca Mozzachiodi

Si è spento il 2 febbraio a Zagabria Predrag Matvejević, lo scrittore jugoslavo ed europeo, difficilmente avrebbe accettato di buon grado altre denominazioni, che ci aveva abituati a uno stile intellettuale inimitabile fatto di lucidità nell’analisi e passione nel ripensare costantemente i concetti di socialismo, identità, cultura, frontiera e nazione, libertà a contatto con la storia.

Tra i suoi libri il maggiore, certamente il più noto, è il breviario poetico Mediterraneo, edito in Italia da Garzanti che fa degnamente il paio con Danubio dell’amico Magris e che ha rappresentato il modello di una nuova conoscenza da contrapporre allo scientismo che ubriaca quelle che una volta si sarebbero dette le scienze dell’uomo.

In quelle pagine il ritratto di un’intera area della civiltà, antica quanto gli stessi concetti di città e di commercio, viene tratteggiato mescolando analisi sul campo, antropologia, archeologia, storia, sociologia ma anche filosofia, memoria personale e, appunto, poesia; l’esempio che ne abbiamo potuto cavare è la spinta a una storia letta come viva nel paesaggio in torno a noi, l’esortazione, così tanto politica al fondo, a pretendere, dalle istituzioni e dai governi non meno che da noi stessi, di vivere in un mondo a quattro dimensioni, non nell’eterno presente della fine della storia e delle ideologie.

Yours for the Revolution: “Il tallone di ferro” di Jack London

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di Valerio Evangelisti

La Nova Delphi Libri ha appena pubblicato, in una nuova traduzione di Andrea Aureli, Il tallone di ferro di Jack London (pp. 368, € 14,00). Questa è la mia introduzione al volume.

Ai partigiani italiani, durante la Resistenza, i comandi suggerivano una serie di letture da fare nei momenti di pausa, tra un’azione e l’altra. Tra i libri consigliati non mancava mai Il tallone di ferro di Jack London, spesso associato a La madre di Gorki. Una sorta di scuola quadri letteraria.

E’ solo uno dei segni della straordinaria fortuna del romanzo, fin dal momento della sua pubblicazione, nel 1907. Nel giro di pochi anni era già tradotto in una quantità di lingue, e conosceva ristampe che si sarebbero moltiplicate fino ai giorni nostri. Eppure non è l’opera migliore di London: ha parti fortemente didascaliche, le psicologie sono appena abbozzate, a eccessi di dialoghi dal ritmo di un catechismo incalzante succedono capitoli di frettolosa narrazione dei fatti.

Cosa fa, dunque, de Il tallone di ferro un libro formidabile, capace di passare da generazione a generazione? London lo scrisse, secondo la testimonianza della figlia Joan, dopo la sconfitta della rivoluzione russa del 1905, e perché allarmato dal moderatismo crescente che stava impregnando il Partito socialista americano, cui apparteneva. Intendeva divulgare in forme accessibili i principi fondamentali del marxismo, e specialmente della sua variante rivoluzionaria. Quella a cui aveva aderito nel 1896, quando si era iscritto all’intransigente Socialist Labor Party di Daniel De Leon.