Category Archives: Cultura

Teatro dell’Elfo: una squadra vincente che ha quasi mezzo secolo

di Silvia Napoli

Che al Teatro dell’Elfo, ci si diverta ancora, nonostante il quasi mezzo secolo di vita della compagnia, oggi impresa sociale, accresciuta in dimensioni, responsabilità e funzioni, pare un dato indiscutibile. Ci si diverte in quel senso peculiare di rilanciare e riqualificare qualsiasi situazione si abiti, innovando, includendo, estendendo, sperimentando, tuttavia fedeli a una cifra stilistica ben riconoscibile e a una squadra che vince spesso (probabilmente sua l’aggiudicatura dell’UBU per la categoria spettacolo dell’anno 2018, con Afghanistan-Il Grande gioco-enduring Freedom) e dunque non si cambia. Al massimo in seno al nucleo fondativo si può verificare una separazione consensuale come fu negli anni Ottanta rispetto a Gabriele Salvatores, che si scoprì una vocazione di cineasta.

L’humus fecondo, a dispetto delle lamentose e ingenerose riletture storiche che affliggono la Cultura del nostro Paese, è quello della Milano sessantottina, già capitale morale e produttiva d’Italia, anche europea prima dell’Europa dell’euro e prima degli anni dell’economia drogata, bevuta e divorata che sappiamo.

Migranti: storia di un fenomeno rimosso

di Luca Cangianti

Accanto ai grafici, alle percentuali, ai titoli di giornale, ai testi di legge e alle circolari ministeriali che affrontano il fenomeno dell’immigrazione straniera in Italia, se guardiamo bene, in trasparenza vediamo il volto di un uomo. Ha trent’anni, il capo appoggiato su una mano e il sorriso malinconico. Il suo nome è Jerry Masslo. Suo padre fu ucciso dal Sudafrica dell’apartheid e così sua figlia di sette anni.

Arrivato in Italia gli fu negato l’asilo politico confinandolo in un limbo giuridico di estrema vulnerabilità: al tempo questo diritto era riservato solo a chi fuggiva dai paesi realsocialisti. Il 24 agosto 1989 quattro rapinatori italiani fecero irruzione nella baracca dove alloggiava insieme ad altri lavoratori agricoli. Volevano i soldi che avevano guadagnato con la raccolta dei pomodori. Spararono e uccisero Jerry Masslo.

La Storia dell’immigrazione straniera in Italia di Michele Colucci è un libro che rispetta nell’estetica e nella sostanza gli ideali scientifici dando conto dettagliatamente di fonti e rimandi bibliografici. Tuttavia, a differenza di molti altri studi analoghi, può esser letto con piacere anche da chi non sia obbligato a navigare nel gorgo accademico del publish or perish. L’oggetto dello studio è indagato con empatia, senza nulla togliere alla rigorosità dell’analisi.

Il presente di Gramsci: dialettica, pedagogia e letteratura

di Luca Mozzachiodi

Il libro sarà presentato, con l’intervento di alcuni degli autori, il 30 novembre a Bologna nella sede del dipartimento di Filologia Classica e Italianistica in via Zamboni 32, aula Forti, alle 11

Nel recente volume di saggi Il presente di Gramsci: letteratura e ideologia oggi (Galaad Edizioni) sono raccolti dieci saggi di altrettanti studiosi, legati perlopiù all’ambiente universitario non solo italiano ma anzi anche americano, francese o ispanico con un comune intento: riattivare una lettura del pensiero di Gramsci nel suo complesso, e non solo di qualche singola categoria, ormai abusata o corrotta dalle varie forme di uso riduzionistico e indebito cui i concetti gramsciani sono stati nel tempo soggetti, poche parole tra tutte: egemonia, blocco storico, intellettuale organico, nazionalpopolare, questione meridionale, moderno Principe etc.

Come gli scritti di Gramsci siano ancora un continente “esplorato a tesi” e troppo frammentato nella sua ricezione, o ancor meglio nel suo riuso, e ci consegnino un Gramsci a pezzi, secondo l’appropriato titolo di un saggio di Miguel Mellino richiamato da diversi degli autori di questo libro, è cosa abbastanza nota anche ai non specialisti; meno nota o meno analizzata è invece la ragione di questo cambiamento di funzione ideologico culturale dell’opera del pensatore sardo che invece intelligentemente diversi dei saggi in questione richiamano e analizzano.

L’internamento di massa, strategia del capitale

di Patrizio Gonnella

C’è più di un modo per interpretare la crisi della democrazia e dello stato di diritto in cui siamo precipitati. Ci si può affidare a modelli economici, a tecnicalità giuridiche, ad approfondimenti geo-politici oppure leggere (o rileggere) uno straordinario classico della letteratura sociologia e penologica contemporanea quale è Carcere e fabbrica di Dario Melossi e Massimo Pavarini (Il Mulino, pp.336, euro 15).

A tre anni dalla scomparsa di Massimo Pavarini, e a più di quaranta dalla prima edizione del saggio risalente all’oramai lontano 1977, il volume arriva nelle librerie, nelle università e nelle biblioteche italiane in un momento nel quale abbiamo eccezionalmente bisogno di strumenti critici approfonditi di analisi. Nella postfazione, lo stesso Massimo Pavarini scrive che «Carcere e fabbrica appartiene a quel movimento revisionista che legge il carcere e la cultura correzionalistica come necessità della modernità».

Il libro si presenta come esplicitamente revisionista nei confronti di quella letteratura filosofico-giuridica che ha tradizionalmente invece letto la pena carceraria come evoluzione positiva di meno evoluti e democratici modelli punitivi. Il carcere, per gli autori, è prima di tutto strumento di disciplina e controllo sociale. Tutto ciò è particolarmente evidente oggi, in un mondo in preda a una deriva nazionale e identitaria.

La regina delle amazzoni: essere Marina Abramovic

di Silvia Napoli

Se fu nel fatidico ’77 che Marina the Cleaner Abramovic, turbò per un’oretta o poco più gli incauti bolognesi avventuratisi tra lo Scilla e Cariddi dei corpi nudi suoi e del compagno Ulay, è tuttavia Firenze che si assicura per la curatela di Arturo Galansino, la prima esposizione dedicata ad una artista donna, udite udite, nella storia di Palazzo Strozzi, nonché sicuramente la più esaustiva personale mai tentata per un artista di stampo performativo.

Sicuramente la più grande retrospettiva italiana di una artista che per forza di cose si sovrappone senza apparenti sbavature alla donna e alla persona da un cinquantennio almeno. Palazzo Strozzi ripercorre questi anni passati cosi in fretta da un millennio all’altro attraverso un centinaio di opere di varia natura:video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e, naturalmente anche le ri-performances, ovvero la riproposizione di alcune celeberrime azioni della nostra, compreso quel famoso Imponderabilia di cui sopra, che non viene oggi interrotto dalla polizia, ma viene molto fotografato e poco agito da un pubblico forse meno audace di quello dei tempi.

Le performance vengono effettuate da una trentina in tutto di giovani opportunamente formati,che si turnano, nell’arco delle mattine e dei pomeriggi della settimana con una maggior concentrazione di appuntamenti nel fine settimana. In altri casi si dà al pubblico la possibilità comunque di misurarsi con piccole azioni o giochi di pazienza. Abramovic, si legge nelle didascalie in verità molto semplici e chiare che accompagnano il percorso, desidera sempre piu misurarsi con il tema della relazione e dell’interazione, chiamando in causa spettatori-testimoni.

Tornano le riviste? “Figure”: immagini e retoriche dell’età precaria

di Luca Mozzachiodi

La rivista sarà presentata a Bologna alle 19 di domani, martedì 23 ottobre, presso la libreria Modoinfoshop.

Per molto tempo si è pensato che la rivoluzione digitale avesse trascinato con sé, tra i resti del secolo scorso, anche le riviste, specie quelle che si era soliti definire, con una definizione di comodo spesso, militanti. Quello che restava di questa forma e di questa pratica intellettuale erano o riviste accademiche e di società di studi (foraggiate dal sistema accademico, sostenute da particolari enti, messe a bilancio d parte di fondazioni), o fogli più o meno letterari dove troppo spesso il dilettantismo veniva e viene esibito come spontaneità, virtù e conquista democratica. Le esperienze positive di resistenza e innovazione, merita per onestà di essere citata Gli asini, faticavano a svolgere il loro lavoro con rinnovata efficacia in queste condizioni di impoverimento

L’immediatezza, e non uso a caso questa parola, che sembra aver investito e trasformato nel suo segno tutti gli scambi anche culturali, intellettuali e politici, ci ha lasciato in eredità una miriade di blog e siti, di giornali e di appendici in volume a sporadica uscita che contornano la produzione immessa direttamente nel web; tutte queste esperienze dimostrano di avere il più delle volte caratteristiche comuni.

Non hanno una vera e propria redazione o la hanno solo per quanto strettamente concerne la legge sulla registrazione e la catena di produzione; la redazione (se c’è) non si incontra per discutere, per elaborare un discorso comune e una linea, spesso i redattori non si conoscono, il che in poche parole significa che questi spazi sono generalisti, non hanno una definita riconoscibilità culturale e, anche quando parlano di politica dal lunedì alla domenica, non sono politici.

Come fare rivoluzione in buona compagnia, ovvero il teatro secondo Kepler452

di Silvia Napoli

Non dev’essere un caso se incontriamo Nicola Borghesi performer e regista di Kepler452, nell’imminenza della ripresa del Giardino dei Ciliegi, spettacolo rivelazione della scorsa stagione teatrale bolognese, perché un tratto da letteratura russa aleggia già nella persona che mi plana svolazzando in bici davanti ad un caffè.

I modi di Nicola sono pacati e febbrili nello stesso tempo, come si conviene a chi vive forse più in penombra o comunque sotto luci non naturali, che en plen air. Eppure questo rega in tutto e per tutto felsineo. è reduce da una lunga estate portoghese trascorsa nei laboratori teatrali di Thiago Alves, perché rinnovarsi e imparare sempre è cosa salutare,almeno se hai quasi sempre voluto fare questo mestiere, come candidamente ammette.

Non lo crederesti,ripensando agli esordi tutti interni ad una balotta molto indie, che all’inizio si fece rappresentare dai contenuti ironici del blogger Quit the doner, a sua volta esploso come la Ferrante dei giovani precari expat in Rete. C’era tanta gente allora a far caciara sulle tavole prestigiose dell’oratorio S Filippo Neri. Un sotto-sopra palco con il pubblico giovanissimo che si era messo fuori in file chilometriche all’entrata, perché comunque c’era anche lo Stato Sociale in quella storia li ed era un gruppo di culto, come si dice.

Cinema migrante: cineforum 2018 della Fondazione Forense Bolognese

di Sergio Palombarini

Il tema dell’immigrazione non ha solo risvolti politici (nel senso delle dinamiche parlamentari) o di ordine pubblico (che peraltro pare essere un falso problema), ma anche artistici e culturali. In questo senso anche nel 2018, come nel nel 2017, la Fondazione Forense Bolognese e il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bologna organizzano il Film Festival del cinema migrante, nell’ambito del più ampio e variegato progetto di formazione sui cosiddetti “diritti fragili”.

Il cineforum si avvale della direzione progettuale e artistica di Associazione Amici di Giana, con cui la Fondazione collabora, condividendo l’interesse ed il valore delle sue iniziative a favore di giovani registi provenienti dai paesi del sud e dell’est del Mondo. Viene dunque proposta una seconda rassegna tratta da una selezione dei film premiati e sostenuti dal Premio Mutti – AMM, rivolta al pubblico degli avvocati bolognesi ed alla cittadinanza in genere, con il titolo “Il cinema specchio della realtà multiforme e multicolore-riflessi di diritto”, in considerazione dei temi culturali e giuridici messi in evidenza dai film, tra cui, esemplificativamente, i diritti della persona, i diritti umani, lo ius soli, i diritti dei rifugiati, il diritto alla cittadinanza e il tema molta attuale delle cosiddette G2 (seconde generazioni).

Il ’68, questo anno formidabile e indimenticabile

di Silvia Napoli

Di celebrazione in celebrazione, sarà l’euforia enciclopedista del nuovo già stanco millennio, forse per ora il meno lungimirante della Storia, siamo arrivati al turno del ’68, espressione sempre vaga nei termini cronologici, quanto precisamente evocativa in termini di spirito dei tempi. Evocativa di un mood o modo di essere in primis, la famosa attitudine ribelle, diffusa allora su scala planetaria e per ora senza repliche annunciate.

Forse per questo, ci si approccia a tutte le molteplici esposizioni di feticci e memorabilia e testimonianze sull’arco temporale che va dai tardi anni ’60 ai primi Settanta con due prevalenti atteggiamenti: quello del bimbo nella stanza delle meraviglie o quello del pellegrino colpito da timore reverenziale e fideistico per ciò che oggi si configura come sorta di mistero o prodigio.

Difficile stilare un elenco ragionato e selettivo delle tante iniziative più o meno azzeccate, talvolta riflessive, talvolta scanzonate che si sono susseguite e continuano a farlo in questo scorcio di anno, un po’ in tutta Italia. In qualche modo, più o meno generate da padri nobili che siano, più o meno polifoniche che risultino, sono infatti inabilitate ad essere esaustive nella rappresentazione di tanta ricchezza di stimoli e di scambi e contaminazioni globali, non globalizzati, attenzione, che si produssero allora.

“Un affare di famiglia”: ma che cosa si intende per famiglia?

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Durante la proiezione la memoria corre ad un precedente film di Kore-eda, “Father and son”, del 2013. Qui due famiglie tra loro diversissime, una molto ricca e una povera, crescono per sei anni un figlio, quando scoprono che, per uno scambio avvenuto nella culla poco dopo la loro nascita, non si tratta del loro vero figlio. La scelta più scontata sembra quella di rimediare all’errore, attraverso un nuovo scambio. Ma è davvero la soluzione migliore? Che natura hanno i legami che tengono unita una famiglia? Conta il sangue, la biologia, o non piuttosto il tempo passato assieme e ciò che questo è capace di costruire?

Gli stessi interrogativi, posti con ancora maggiore radicalità, sono al centro anche di “Un affare di famiglia. Quella evocata nel titolo è la famiglia Shibata. Ci viene presentata con le tonalità lievi della commedia. Il padre, Osamu, con la complicità del giovane figlio, taccheggia un supermercato. In fin dei conti, osserva divertito, finché i prodotti sono sugli scaffali non hanno ancora un proprietario.

Sulla via di casa intravedono, tra le inferriate di un balcone, gli occhi tristi di una bambina. Sembra piuttosto malconcia e abbandonata a sé stessa. Decidono di portarla con loro per rifocillarla. Arrivati a casa scoprono che ha il corpo pieno di ferite. Forse è meglio tenerla con loro, pensano, piuttosto che restituirla ai genitori. In fin dei conti, di nuovo osserva Osamu, se non chiediamo un riscatto non può trattarsi di un rapimento.