Category Archives: Cultura

La rivoluzione del reddito di base e il lato oscuro della new economy

di Giacomo Russo Spena

Un merito ce l’ha il Movimento Cinque Stelle: quello di aver affermato nel dibattito pubblico il tema del reddito di cittadinanza. Nello stesso momento, è fondamentale sottolineare come abbia distorto il senso originario della proposta trasformando la richiesta iniziale di un reddito minimo ed incondizionato in un mero sussidio di disoccupazione. Ma perché il reddito ad oggi è così importante? Lo spiega Roberto Ciccarelli, giornalista e filosofo, che ha appena scritto per DeriveApprodi il libro Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (219 pp., 18 euro).

Un libro importante, frutto di un’elaborazione cui l’autore ha dedicato più di tre anni, nel quale sono sistematizzate le riflessioni sulle nozioni di lavoro e di valore a partire dalle forme concrete che assumono nei contesti produttivi della contemporaneità (sharing economy – gig economy, free lance – robot). Ne esce fuori un testo complesso, stratificato, con un forte taglio politico-filosofico (spinoziano), utile per capire perché il reddito – inteso come reddito di base, universale e senza condizioni – oggi vada sganciato dal lavoro perché è una delle possibili forme di remunerazione delle attività che già svolgiamo nella società e nell’economia, anche in quella digitale, non una forma di riparazione o di assistenza contro la povertà.

Lo spettro di Marx torna ad aleggiare

di Sergio Caserta

Metti due ottimi film in programmazione ravvicinata e un week end post elettorale senza riunioni. Capita di vedere “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck, film storico di grande impatto emotivo, sugli anni giovanili del grande filosofo economista e dell’incontro con Friedrich Engels, la nascita di un sodalizio destinato a cambiare il mondo. Un film che lascia senza parole per quanto riesce a proiettarci con realismo e passione nel turbine del periodo che prelude alle grandi trasformazioni della prima rivoluzione capitalistico industriale, agli albori della nascita del movimento operaio e dell’anelito alla giustizia sociale.

Un film romantico e nello stesso tempo asciutto che inquadra in modo puntuale, attraverso la descrizione delle vite dei protagonisti e dei diversi personaggi storici in campo, la furiosa dialettica, all’interno del pensiero socialista che si andava diversificando e l’affermazione impetuosa “sturm und drang” delle idee comuniste che in modo stringente indicavano nella lotta di classe, per l’uguaglianza economica, la liberazione del mondo del lavoro e quindi dell’intera umanità dalla servitù.

Winnie 4 ever: la resilienza al femminile

di Silvia Napoli

Se dovessimo declinare il concetto di resilienza al femminile e farlo in maniera iconica, credo non si potrebbe prescindere dalla figura di Winnie, un personaggio teatrale che è tuttora una sorta di potentissima signora delle scene, equipaggiata com’è con tutte le sfumature di ambivalenza possibili derivanti dal suo status antinaturalistico e antipsicologico da un lato e dall’altro dalla sua essenza umana, troppo umana. Se Winnie può diventare un emblema, un simbolo, una portabandiera, un feticcio tra oggetti feticcio è proprio in virtù del suo essere Donna e dunque storicamente destinata ad essere vista come idea, allusione e illusione di qualcos’altro, allorquando il confrontarsi con l’irriducibilità e la carnalità del femminile diventa insopportabilmente angoscioso o deflagrante.

Naturalmente negli “happy days” beckettiani, che non sono la memoria di un periodo di vita circoscritto e sereno, come presto scopriamo, ma una giaculatoria, una collana di giorni che si giustappongono implacabili e sono dunque, tutti i giorni a disposizione di una vita, di una umanità, forse della Storia e del mondo, dall’inizio del Tempo mortale, abbiamo anche una plastica esercitazione sui meccanismi dell’arte scenica, sul valore della rappresentazione, sulla coazione a ripetere insita in ogni attività performativa, sul desiderio anche questo ambivalente di costruire e smontare, di vedere cosa c’è dentro, fino alla distruzione del giocattolo, proprio di ogni drammaturgo-regista, sul principio di alterità e di dialettica necessaria che a questo punto incarna l’attore.

Attore che gioca, come coerentemente suggerisce la lingua inglese su due piani:l’ammiccare al pubblico e alla sua condizione cosi fragile e inerme dinnanzi a ciò che si dispiega ai suoi sensi e il duellare incessante con la volontà vessatoria del metteur en scene.

Guido Viale, tra rivoluzione e restaurazione: è successo un sessantotto

di Sandro Moiso

Dal poco che si vede sui banchi delle librerie, tutto sembra esser pronto per celebrare nel 2018 un ’68 farlocco i cui i protagonisti non sembrano più essere gli operai e i giovani, studenti o meno, che lo agitarono ma soltanto gli intellettuali, gli autori, i rappresentanti della Legge e della Kultura, gli uomini e le donne buoni per tutte le stagioni, tutti rappresentanti attuali dell’establishment politico, culturale e mediatico, con le cui noiose e perniciose testimonianze alcune riviste hanno già imbottito le pagine dedicate all’attuale cinquantenario di un movimento che in realtà iniziò ben prima e da ben altri lidi. Così come ha già ben sottolineato Valerio Evangelisti nei giorni scorsi su Carmilla.

Per questo motivo l’attuale quarta edizione del testo di Guido Viale “Il sessantotto tra rivoluzione e restaurazione”, uscito per la prima volta nel 1978 per le edizioni Mazzotta, potrebbe rivelarsi utile e necessaria, considerato anche il fatto che alla stessa sono state aggiunte una nuova introduzione dell’autore, 64 pagine a colori che riproducono volantini, manifesti, opuscoli e libri dell’epoca oltre al fondamentale manifesto della rivolta studentesca “Contro l’università”, scritto da Viale e pubblicato nel febbraio di quello steso anno sulle pagine del n° 33 dei Quaderni Piacentini. Mentre per gli amanti della grafica e della memoria compare anche la ristampa (estraibile) del manifesto diffuso dal Soccorso Rosso, negli anni successivi, a difesa di Pietro Valpreda e di denuncia delle trame terroristiche di Stato, disegnato da Guido Crepax.

Guido Viale (classe 1943) vive attualmente a Milano e, dopo gli anni di militanza di cui parla nella sua nuova introduzione al testo, ha lavorato come insegnante, traduttore, giornalista, ricercatore e consulente sui temi della gestione dei rifiuti, dell’ambiente, della mobilità urbana e dei migranti. Come afferma egli stesso nell’introduzione, quello ora ripubblicato dalle Edizioni Interno 4:

Il boss: Luciano Liggio e la mafia al nord, l’infiltrazione viene da lontano

di Sergio Caserta

Il libro “Il Boss. Luciano Liggio: da Corleone a Milano, una storia di mafia e complicità” (Castelvecchi Editore) di Antonella Beccaria e Giuliano Turone – prefazione di Carlo Lucarelli e introduzione di Giovanni Caizzi – racconta con l’intensità di un film la vicenda delle indagini dell’allora magistrato Turone sui sequestri di persona in Nord Italia portati a segno negli anni Settanta dalla mafia di Luciano Liggio, cui seguì la sua rocambolesca cattura dopo lunghi anni di latitanza.

È inquietante apprendere le tecniche criminali, le capacità organizzative e la ramificazione dell’organizzazione mafiosa nel Nord già in anni in cui poco o niente si sapeva di questa infiltrazione e, infatti, si parlava di “anonima sequestri” ma mai apertamente e approfonditamente di mafia. Eppure l’organizzazione era presente con uomini, aziende, acquistando terreni e immobili già dagli anni Sessanta, riciclando proprio il denaro delle decine di sequestri, miliardi di lire di allora.

Il libro – attraverso i documentati ricordi del giudice – ricostruisce la storia di alcuni sequestri, di come si giunse a scoprire i colpevoli e soprattutto si dimostrarono i collegamenti con le cupole mafiose in Sicilia, la capacità di corruzione di amministratori pubblici e perfino di poliziotti e carabinieri, il trasferimento delle enormi somme nei paradisi fiscali la complicità delle banche e le collusioni con il terrorismo nero che si apprestava a insanguinare il Paese con le sue orribili stragi.

Italia.zip: test di comprensione e di compressione del Belpaese

di Sergio Caserta

Scorrendo le pagine di Italia.zip, il libro di Mario Conte e Pierluigi Senatore, sono tornato con la mente ai viaggi settimanali da pendolare che facevo da Bologna a Napoli e ritorno, quando trasferito per lavoro nella capitale felsinea, all’inizio degli anni novanta, prima di restarci a vivere definitivamente con famiglia, attraversavo il Paese, nella condizione di sospensione e di spaesamento di coloro che non sono ancora emigrati e comunque si confrontano con due realtà alquanto diverse del Sud e del Centro Nord.

Il treno è la più significativa metafora del cambiamento, molto più dell’auto, ti porta in viaggio in lunghe distanze consentendoti di guardare il panorama, l’alternarsi di città e campagne, le fabbriche, i fiumi, le strade, le valli, ti permette di osservare i compagni di viaggio, di comprendere abitudini, da pendolare di stringere conoscenze, confrontare esperienze, apprendere e trasmettere conoscenze.

Per il pendolare che si sposta per lavoro ad una certa distanza, il treno è un modo di viaggio che serve ad attutire la lacerazione dolorosa del cambiamento di abitudini e i necessari adattamenti: sai di far parte di un popolo che si sposta per le tue stesse ragioni. Il libro è una ricerca stimolante, condotta dal confronto dei due autori, di differenze e similitudini tra Nord e Sud in questo nostro particolare paese, da tempo in crisi e cosi pieno di contraddittorie virtù e sovrapposti eterni vizi.

Un sogno chiamato Florida: la riscossa dell’immaginazione

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Un sogno chiamato Florida (The Florida Project), di Sean Baker, Usa 2017

Siamo nella periferia di Orlando in Florida. A due passi da Disneyworld, che attira frotte di turisti, sorge il Magic Castle: una lunga palazzina di due piani, dipinta con uno sgargiante viola. È uno dei tanti alberghetti che offrono, a prezzi modici (35 $ al giorno), una camera a chi non è in grado di permettersi una abitazione. Una sorta di ultima spiaggia per tante famiglie povere, oltre la quale si rischia di finire direttamente sulla strada. È affollato di persone che vivono di lavoretti malpagati, se non di espedienti. L’amministratore del motel (Willem Dafoe) si dà un gran da fare per cercare di mantenere un livello di ordine e decoro accettabile.

Questo mondo desolato è raccontato dal punto di vista di una bambina di sei anni, Moonee. La giovane madre, dopo aver perso il lavoro in un locale notturno, vive come può, per lo più di espedienti, ad esempio vendendo ai turisti creme rubate ad un vicino golf club. Affronta le avversità della vita senza arrendersi, con rabbia e sfrontatezza. Se serve non esita a prostituirsi, chiudendo la giovane figlia nel bagno.

Joca: la storia del “Che” calabrese in Brasile

di Gioacchino Toni

Nella vita bisogna fare una scelta. Lo so che questo non è il mio paese, ma c’è la libertà da difendere e se nessuno ci prova le cose non cambieranno mai. (Joca)

Il libro di Alfredo Sprovieri, autore che si occupa di giornalismo d’inchiesta e reportage, ricostruisce la storia di Libero Giancarlo Castiglia, calabrese di San Lucido, emigrato in Brasile alla metà degli anni Cinquanta che, durante la dittatura militare, da operaio a Rio De Janeiro inizia a collaborare con il giornale comunista «A Classe Operaria» per poi decidere di unirsi alla guerriglia. Quando i militari prendono il potere in Brasile vengono messe fuori legge le formazioni politiche d’opposizione e vietati gli scioperi.

Per molti militanti il passaggio alla clandestinità diviene necessario. Dopo un perdio di addestramento in Cina, rientrato in Brasile, l’emigrante italiano, con il nome di battaglia di “Joca”, si mette alla guida di un distaccamento della guerriglia rurale in Amazzonia composto da una settantina di uomini e donne. Il gruppo viene annientato dall’esercito brasiliano tra il 1973 ed il 1974. Sparito nel nulla, insieme a diversi suoi compagni e compagne, i resti di Joca ricompaiono all’inizio del nuovo millennio quando in una fossa comune vicina al fiume Araguaia viene ritrovato uno scheletro con le mani mozzate ritenuto dal governo brasiliano quello dell’italiano.

Sprovieri ricostruisce la storia di Libero Giancarlo Castiglia raccontando le vicende ambientate nelle città e nelle foreste brasiliane che lo vedono combattere in prima linea contro i complici locali di quello che sarebbe poi stato formalizzato dal famigerato e criminale “Plan Condor” ordito a metà degli anni Settanta dalla Cia e dall’allora Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger in collaborazione con le forze militari di Cile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Brasile, Paraguay ed Ecuador, volto ad estirpare ogni forma di dissenso.

Il 17 gennaio a Bologna “La via della seta” di Franco Cardini e Alessandro Vanoli

di Inchiesta Online

Mercoledì 17 gennaio alle 17,30 nella Sala dello Stabat Mater della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna avrà luogo la presentazione del volume di Franco Cardini e Alessandro Vanoli “La via della seta”: una storia millenaria fra Oriente e Occidente (Il Mulino 2017), primo incontro del 2018 della Società di Lettura. Ne discute con gli autori Giovanni Brizzi, professore dell’Università di Bologna, noto esperto di storia romana e di storia militare antica, fra i cui numerosi studi ricordiamo quelli sulle guerre puniche, su Annibale e Scipione, sulle guerre di Marco Aurelio, sulla nozione di limes. Coordina il dibattito Amina Crisma, sinologa, docente di Filosofie dell’Asia orientale all’Università di Bologna.

Della sterminata bibliografia di Franco Cardini, storico del Medioevo, professore emerito nell’Istituto Italiano di Scienze Umane e Sociali e Fellow dell’Università di Harvard, ci limitiamo a citare alcuni dei titoli più recenti: Gerusalemme (2012), Istambul (2014), Onore (2016), Samarcanda (2016). Fra i libri di Alessandro Vanoli, storico del Medioevo ed esperto di storia mediterranea, ricordiamo La reconquista (2009), Quando guidavano le stelle (2015), La Sicilia musulmana (2016), L’ignoto davanti a noi (2017).

Imbavagliati soprintendenti e direttori, denunciamo noi il caos nei Beni culturali

La situazione di caos e di paralisi creata dalla “riforma” Franceschini separando la valorizzazione (nel senso di monetizzazione) dalla tutela e privilegiando la prima a discapito della seconda passa praticamente sotto silenzio – con pochissime lodevoli eccezioni – nella stampa e nella televisione nazionale. Ciò è grave in sé. Ma è anche dovuto al fatto che i soprintendenti e gli altri tecnici della tutela non possono assolutamente fare dichiarazioni, denunciare lo stato di confusione fra Soprintendenze, Poli Museali e Fondazioni di diritto privato, di depotenziamento strutturale, di esasperata burocratizzazione in cui versano gli organismi e gli uffici che per oltre un secolo hanno operato per difendere dalle aggressioni speculative, dall’abbandono, dall’incuria il patrimonio storico-artistico-paesaggistico.

Tocca quindi a noi – in luogo dei tecnici imbavagliati e minacciati di sanzioni – denunciare pubblicamente la gravità di una situazione in cui ministro e Ministero continuano a magnificare conquiste straordinarie, mentre la spesa statale per la cultura rimane una delle più basse d’Europa, un terzo di quella francese, metà di quella spagnola, e i suoi recenti relativi incrementi, beninteso rispetto al minimo dello 0,19% del bilancio statale toccato nel 2011 (governo Berlusconi IV) rispetto al 39% del 2000 (governo Amato II), vengono indirizzati su obiettivi futili o sbagliati.