Category Archives: Ambiente

Urbanistica in Emilia Romagna: licenza politica di demolire tutto

di Salvatore Settis

La neo-tutela all’italiana fa passi da gigante. Presto solo sparuti gruppuscoli di gufi intoneranno le solite giaculatorie sull’Italia patria della tutela del patrimonio storico-artistico, sull’articolo 9 della Costituzione, sul rispetto delle leggi vigenti, e simili anticaglie.

La nuova frontiera della tutela sta per essere fissata, e la neo-regola sarà questa: se volete distruggere un edificio vincolato, fate pure i vostri comodi, purché ne ricostruiate da qualche parte un pezzettino. Così, tanto per gradire. Questo è quanto sta per accadere all’ippodromo di Tor di Valle. Tutelare l’esistente non è importante, se si tratta di costruire qualcosa di “produttivo”. E i precedenti non mancano.

A Torino, la prescrizione-base per le nuove architetture sarebbe di non superare l’altezza massima della Mole Antonelliana (167,5 metri). Norma rispettata fino a quando un progetto (di Renzo Piano) previde un grattacielo alto quasi 200 metri. Di fronte alle polemiche, l’altezza fu ridotta a 167,25 metri: 25 centimetri meno della Mole, irrisoria differenza che pare uno sberleffo. Naturalmente il prossimo grattacielo (progettato da Fuksas) dovrebbe arrivare a 209 metri, 40 in più della Mole.

Wwf: “Italia divorata dal cemento: in 50 anni urbanizzata un’area come la Valle d’Aosta”

di Corrado Zunino

Il Wwf, tecnicamente supportato dall’Università dell’Aquila, ci dice che in mezzo secolo – 1951-2001 – l’urbanizzazione in Italia è cresciuta del 300 per cento e che solo negli ultimi dieci anni sono stati costruiti altri 180mila edifici.

Sono le quattordici aree metropolitane a divorare territorio e il dossier si occupa esattamente di queste città con confini sempre più lontani istituite, sul piano amministrativo, nel 2014. In media, nelle aree metropolitane italiane la percentuale delle superfici urbanizzate, dagli Anni ‘50 a oggi, è triplicata passando dal 3 per cento al 10. A Milano e Napoli, dove la densità abitativa è dieci volte superiore la media nazionale, i terreni asfaltati sono quadruplicati, passando dal 10 al 40 per cento.

Le 14 aree metropolitane italiane coprono 50mila chilometri quadrati del Paese e inglobano 1.300 comuni (il 16 per cento del totale). Ospitano, però, 21 milioni di abitanti, il 40 per cento della popolazione italiana. Bene, in poco più di 50 anni nelle quattordici metropoli sono stati convertiti ad usi urbani 3.500 chilometri quadrati di suolo, una superficie superiore all’estensione della Valle d’Aosta.

Emilia Romagna: rigenerazione urbana per chi?

di Angela Barbanente

La centralità assunta dalla rigenerazione urbana nel discorso politico e nell’opinione pubblica, negli scenari programmatici e negli strumenti operativi promossi da regioni ed enti locali, non può che essere valutata positivamente quando posta in opposizione alle pratiche tradizionali di trasformazione del territorio fondate sull’espansione urbana e il dissennato spreco di suolo. Tuttavia, essa comporta dei rischi dei quali bisogna essere consapevoli.

Si tratta di rischi che si corrono quando, occupandosi di sistemi complessi, i concetti perdono la capacità di cogliere le relazioni con i processi in atto e i contesti d’azione concreti, e diventano parole d’ordine utili ad acquisire facile consenso, di volta in volta intorno a una politica, a una norma, a un programma prospettati come risolutivi di un ‘problema chiave’. A me pare che questi rischi siano oggi legati ad alcune modalità di interpretazioni della “rigenerazione urbana” in rapporto all’obiettivo del contenimento del consumo del suolo.

Un esempio particolarmente efficace di tali rischi è proprio nel progetto di legge della giunta dell’Emilia Romagna recante “Disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio”. La rigenerazione urbana, com’è noto, è diventata da qualche tempo anche in Italia una nozione ombrello sotto la quale trovano copertura interventi e pratiche molto diversi. Da demolizione e ricostruzione di singoli edifici a programmi messi a punto per interi quartieri, da interventi che riguardano aree dismesse e abbandonate a iniziative che investono parti di città dove si concentrano degrado fisico e disagio sociale, dai centri storici alle periferie recenti, e non manca l’atteggiamento fideistico di chi ritiene la rigenerazione urbana capace di «rimettere in moto l’edilizia», e persino di «far ripartire il Paese».

Nuova legge urbanistica dell’Emilia-Romagna: facciamo il punto

di Luca Gullì

Come materia incessantemente sollecitata dal cambiamento sociale e istituzionale, la pianificazione del territorio ha da sempre al centro dei propri impegni, ancor più che il dialogo con le forme e l’assetto del territorio fisico, l’elaborazione di proposte e formule normative, adatte ad accompagnare l’azione istituzionale nei propri compiti di governo degli interventi collettivi sull’ambiente abitato.

In tal senso, la discussione sul Progetto di legge per la nuova legge urbanistica emiliana (da ora in poi: Pdl), pur nelle forti contrapposizioni che l’hanno caratterizzata, è portatrice di contenuti non molto dissimili da quelli che il dibattito urbanistico ha sviluppato negli ultimi trenta anni su alcuni nodi fondanti della disciplina. Questa proposta di riforma nasce dalla evidente insoddisfazione rispetto al funzionamento della legislazione regionale attualmente in vigore (la l.r. n. 20 del 2000).

Tale cattiva riuscita è abbastanza condivisa ma, a parte le generali considerazioni derivanti da una complessiva macchinosità dell’impalcatura legislativa (a quasi venti anni dalla sua approvazione, solo poco più della metà dei comuni della regione è riuscita a completare la redazione dei documenti di piano previsti), non è stata oggetto di una valutazione e di ricerche approfondite, dalle quali potere desumere in modo affidabile elementi specifici sui meccanismi che non hanno funzionato.

Legge urbanistica: lettera ai sindaci emiliani e romagnoli

di Ilaria Agostini, Piergiovanni Alleva, Paolo Berdini, Piero Bevilacqua, Paola Bonora, Roberto Camagni, Lorenzo Carapellese, Sergio Caserta, Piero Cavalcoli, Pier Luigi Cervellati, Vezio De Lucia, Paolo Dignatici, Anna Marina Foschi, Michele Gentilini, Maria Cristina Gibelli, Giovanni Losavio, Andrea Malacarne, Tomaso Montanari, Cristina Quintavalla, Ezio Righi, Piergiorgio Rocchi, Edoardo Salzano, Enzo Scandurra, Daniele Vannetiello, Francesca Vezzali

Il prossimo 5 dicembre l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna approverà la nuova legge urbanistica regionale. La legge è un ferale attacco alla pianificazione e di fatto annienta l’urbanistica comunale sottraendo ai Comuni la potestà normativa sulle trasformazioni edilizie e territoriali, contro il dettato costituzionale.

La proposta di legge (n. 4223), animata da spirito deregolatorio di matrice neocapitalistica, riprende i temi della mai varata legge Lupi (2005). Temi che la propaganda istituzionale ha celato dietro slogan tanto accativanti – limitazione del consumo di suolo, rigenerazione urbana etc. – quando ambigui. Nella PdL, gli «accordi operativi» (art. 38) preludono a un massiccio ricorso alla contrattazione pubblico-privato, nel vuoto pianificatorio. La «rigenerazione urbana» (capo II) nasconde un quadro di demolizioni, anche nei centri storici, e di dislocamento dei residenti. Gli standard urbanistici, che garantivano ai cittadini italiani l’accesso universale ai servizi e al verde urbano, si mutano in «standard differenziati». Svaniscono i limiti di densità edilizia e di altezza degli edifici.

Urbanistica in Emilia Romagna: una legge sottomessa agli affari immobiliari

di Roberto Camagni

Con il progetto di legge di iniziativa della Giunta regionale in via di approvazione, l’urbanistica e la tutela del territorio in Emilia-Romagna giungono nude alla meta. Nude in due sensi: da una parte, senza veri strumenti di guida pubblica delle trasformazioni territoriali e con le mani legate da forti articoli prescrittivi tutti orientati all’interesse del privato e, d’altra parte, senza risorse per effetto di un taglio drastico delle entrate da fiscalità immobiliare tali da determinare, verisimilmente e rapidamente. una crisi della finanza locale, dei comuni in particolare.

La mia critica si basa su tre valutazioni:

  • è errata l’interpretazione di fondo che si dà della crisi del settore edilizio e delle difficoltà recenti dei processi di riqualificazione e rigenerazione urbana;
  • è errata e irresponsabile l’attribuzione di tanti privilegi e sconti economici alle attività di riqualificazione e rigenerazione urbana in quanto largamente inefficace nel raggiungere gli obiettivi che la legge si propone e, d’altra parte, perniciosa per la finanza pubblica locale;
  • è contraddittoria la logica che lega gli obiettivi da raggiungere agli strumenti, per la massima parte legati all’iniziativa privata, che si propongono.

Neocapitalismo all’emiliana: se la città è una “public company”

del Gruppo urbanistica perUnaltracittà

Il 29 novembre, presso l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna, è in calendario l’approvazione della proposta di legge urbanistica regionale, ferale attacco alla pianificazione delle città e del territorio. In nome dell’interpretazione del Piano come atto autoritario, l’urbanistica viene oggi annientata. Autoritariamente, tuttavia.

Il disegno di legge, animato da spirito neocapitalistico, riprende e attualizza temi e linguaggio della cosiddetta, mai varata, legge Lupi (2005). La deregulation auspicata dagli industriali (coinvolti, del resto, nella redazione del testo normativo) si invera in ogni passo del testo di legge, accompagnato per mesi da una propaganda istituzionale a suon di slogan: stop al consumo di suolo, rigenerazione urbana etc.

Con gli “accordi operativi” il Ddl ricorre massicciamente alla contrattazione pubblico-privato, nel vuoto pianificatorio. Dietro il paravento della “rigenerazione urbana” nasconde un quadro di demolizioni, anche nei centri storici, e di dislocamento (displacement) dei residenti. A cinquant’anni dal decreto 1444/1968, la proposta legislativa annulla gli standard urbanistici che garantivano ai cittadini italiani l’accesso universale ai servizi e al verde urbano. Per un commento critico corale, approfondito e comparato, rimandiamo al libro “Consumo di luogo. Neoliberismo nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia-Romagna” (Pendragon, 2017).

Emilia Romagna: legge urbanistica regionale, piovono le critiche ma si va avanti

di Giovanni Finali

Nel giorno in cui a Bologna si è tenuto il seminario a titolo ‘per un suolo felice’, promosso dai gruppi di sinistra dell’assemblea regionale per commentare la proposta di legge urbanistica della nostra regione, che ha visto la partecipazione di molti fra i più illustri urbanisti, ingegneri, progettisti, architetti, giuristi, economisti & C, la presidente dell’ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori di Modena, dottoressa Anna Allesina è intervenuta a gamba tesa nel dibattito che si è avviato in città fra il ‘costruire’ del nuovo, peraltro in una delle ultime zone verdi cittadine, ed il ‘rigenerare’ il già costruito, mettendo mano a quell’impegno più volte previsto anche dalla più recente legislazione, ma che fin qui è mancato.

L’Allesina, fra altro, ha sostenuto che non va bene costruire in modo ‘vuoto di contenuti di qualità architettonica ed (in modo) privo di un reale domanda’ ed anche che ‘la cura dell’esistente riguarda anche il suo riuso e la sua rifunzionalizzazione’ e che fare ciò ‘rappresenta un obiettivo prioritario… premessa fondamentale per garantire lo sviluppo e la convivenza positiva di una comunità’. Ha aggiunto qualche accenno critico alla proposta di legge regionale ed ha concluso augurandosi che ‘si abbia il coraggio di avviare approcci innovativi’ per la definizione del nostro nuovo piano urbanistico.

Pomodori, bici e molto altro

di Lorenzo Carapellese, urbanista

Avete presente il ketchup? Bene, all’Università di Davis in California a metà degli anni 60 un piccolo gruppo di ricercatori creò un nuova varietà di pomodori molto più resistenti alla raccolta meccanizzata con grande soddisfazione dell’industria conserviera che portò in breve questa sonnolenta cittadina della California ad essere punto di attrazione per molti studenti di agraria e scienze ( da 2.000 ad oltre 10.000 studenti in pochi anni).

Davis aveva già una cultura della bici fin dai primi anni 60 ed il rettore era preoccupato che l’arrivo consistente di studenti portasse con se (come nel resto degli States) troppe automobili o comunque tanto da poterne turbare il carattere e peggiorare l’ambiente. Diede quindi l’incarico ad un gruppo di architetti di elaborare un piano della ciclabilità, disse agli studenti in arrivo che sarebbe stato meglio andare in bici e non usare le automobili, convinse due membri del consiglio di facoltà a prendersi un anno sabbatico da trascorrere in Olanda e nel 1963 formò un forte gruppo di pressione per comunicare a tutta la città quel che succedeva ad Amsterdam ( già allora patria della bici), mettere in guardia dall’uso pervasivo dell’auto, inibire l’uso dell’auto agli studenti sino ad avvertire e rimproverare le autorità locali circa il fatto che “quando i leader non hanno visione, la popolazione langue”.

Il campus fu quindi vietato alle auto, piste ciclabili venero disegnate sull’asfalto, tutti e 37 i blocchi edificati della “down town” furono dotati di altrettante percorsi ciclabili, sino ad arrivare nel 1967 a vere e proprie piste ciclabili separate dal traffico automobilistico- cosa normale in Olanda, ma prima in assoluta negli stati uniti. Tanto che nel 1972 uno studio sull’uso delle bici affermava:

Firenze-Livorno: una lettera contro la terza corsia sull’autostrada A11

del Comitato pistoiese contro la terza corsia sull’A11, con l’adesione di Grazia Francescato, Tomaso Montanari, Giorgio Nebbia e Edoardo Salzano

La scelta di realizzare la terza corsia sull’autostrada A11 poteva essere parzialmente convincente fino alla fine del secolo passato, non in questo XXI secolo in cui molte persone hanno acquisito una duplice consapevolezza: da una parte la sostenibilità ecologica (da cui dipendono i cambiamenti climatici) non consente uno sviluppismo quantitativo dei consumi di petrolio e di altre fonti energetiche non rinnovabili che aumentano l’effetto serra e dall’altra parte, in Italia più che in altri paesi, abbiamo da decenni alcuni gravi problemi che tendono ad aggravarsi:

  • Una mobilità che, dopo diversi decenni di chiacchiere, continua a rimanere concentrata sul trasporto su gomma (particolarmente inquinante per la qualità dell’aria, da cui dipende la salute e particolarmente nefasto nel contribuire all’effetto serra): anche il progetto per il raddoppio della ferrovia da Pistoia a Lucca è ben lontano dall’essere adeguatamente finanziato e rischia di non trovare le risorse finanziarie necessarie per essere portato a conclusione. Insomma, a nostro parere, è necessario che siano garantite le risorse finanziarie per realizzare una moderna metropolitana di superficie che (in un area come quella da Firenze a Lucca-Pisa-Livorno con quasi due milioni di abitanti e migliaia di imprese produttive) consenta treni veloci per i viaggiatori e magari anche per le merci destinate all’aeroporto di Pisa e/o al porto di Livorno;
  • La sicurezza del territorio da alluvioni e frane e la sicurezza sismica degli edifici pubblici e privati necessitano che siano notevolmente aumentati gli investimenti pubblici in questa direzione: sappiamo che la Regione Toscana ha finalizzato a questo problema più di quanto hanno fatto vari governi del nostro Paese, ma complessivamente siamo assai lontani dalle necessità (come sono lontani delle necessità gli stanziamenti che finora sono stati destinati a Livorno per rimediare al recente disastro alluvionale);