Category Archives: Ambiente

Valutazione di impatto ambientale, i cittadini devono sapere. E partecipare

di Stefano Lenzi, responsabile Ufficio relazioni istituzionali Wwf Italia

A metà marzo è arrivato alle Camere lo schema di decreto legislativo n. 401 (DLgs) che, con la scusa del recepimento della “nuova” Direttiva comunitaria 2014/52/UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale (Via), vuole riproporre, generalizzandolo, lo stesso schema autorizzativo derivante dalle legge Obiettivo che dal 2001 al 2015 ha emarginato cittadini ed enti locali e ha creato danni gravissimi all’ambiente del nostro Paese e alla casse dello Stato (dal 2001 al 2016 i costi del programma delle infrastrutture strategiche sono lievitati da 125,8 miliardi di euro agli oltre 375 miliardi di euro attuali).

Il provvedimento pare ricalcare il vecchio disegno di Confindustria, delle grandi imprese di costruzione e dei più importanti studi di progettazione di creare corsie preferenziali, accelerate e semplificate per la realizzazione delle opere pubbliche con scarsa o nulla attenzione al contesto ambientale e sociale e ai vincoli economico-finanziari.

Lo schema di decreto, redatto dal Ministero dell’Ambiente, è stato sottoposto al parere dalle Commissioni Ambiente di Camera e Senato entro il termine del 25 aprile. Venti associazioni ambientaliste riconosciute (Accademia Kronos, Aiig, Associazione Ambiente e Lavoro, Cts, Enpa, Fai, Federazione Pro Natura, Fiab, Geeenpeace Italia, Gruppo di Intervento Giuridico, Gruppi di Ricerca Ecologica, Italia Nostra, Legambiente, Lipu, Marevivo, Mountain Wilderness, Rangers d’Italia, Sigea, Vas, Wwf) hanno inviato le loro Osservazioni in Parlamento e alle Regioni e hanno deciso lo scorso 12 aprile di inviare una lettera al ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti e per conoscenza al Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Graziano Delrio e al presidente dell’Anac Raffaele Cantone chiedendo un ripensamento radicale del testo.

Clima, la resistenza non è solo politica

di Marina Turi e Massimo Serafini

È passato poco più di un anno dalla firma, a Parigi, di quell’accordo sul clima, che diffuse molte aspettative fra gli ambientalisti. Più o meno tutte le grandi associazioni ecologiste del mondo, Greenpeace in testa, pensarono che finalmente la lotta al riscaldamento globale sarebbe diventata una delle priorità nell’agenda politica dei principali paesi della terra, i più inquinatori.

Forse un anno è un periodo troppo breve per poter trarre un bilancio. L’assenza di un calendario per la progressiva, ma totale, sostituzione delle fonti energetiche fossili, doveva insospettire. Oggi molte cose sono indubbiamente cambiate e se si getta uno sguardo realista su ciò che è successo negli ultimi quindici mesi è impossibile ignorare che quella svolta positiva, rappresentata dall’accordo ratificato, è venuta meno. Non bastano a riaccendere le speranze i colpi di tamburo e le antiche grida di guerra della tribù Sioux di Standing Rock che marcia a Washington per difendere il proprio territorio contro la decisione dell’amministrazione Trump di sbloccare l’oleodotto che passerà sulle loro terre.

Ormai a presiedere la principale e più inquinante potenza del mondo è stato eletto un dichiarato negazionista delle responsabilità umane nel cambio di clima e questi pochi mesi di presidenza hanno già fatto capire che la nuova amministrazione americana è impegnata a trasformare gli accordi di Parigi in carta straccia, non riciclabile.

Urbanistica in Emilia Romagna: che fare?

di Antonio Bonomi

Con il convegno Fino alla fine del suolo del 3 febbraio 2017, promosso in Regione dai gruppi consiliari dell’Altra Emilia Romagna e Movimento 5 Stelle si è concretizzata la bordata di critiche alla prima stesura della “bozza del progetto di legge contenente la Disciplina Regionale sulla Tutela e l’uso del territorio”. Illustri studiosi e conoscitori della materia hanno rilevato la sostanza profondamente regressiva di tale testo rispetto alla dottrina e alla prassi finora in vigore.

Dove era sancito il pieno diritto delle assemblee elettive degli Enti Locali, Comuni e loro Unioni, Province e Regione di conformare attraverso i Piani Urbanistici il territorio con i suoi vincoli, le aree urbanizzate e urbanizzabili, le infrastrutture e la città pubblica, si dovrebbe ora passare a un regime di singoli accordi nel quale le trasformazioni d’uso di immobili dipendono dalla richiesta e dalla progettualità dei proprietari. All’Ente pianificante, totalmente subordinato a tali richieste e alle aspirazioni di profitto dei proprietari, rimarrebbe solo la verifica della rispondenza dei progetti a normative e vincoli, ma in fretta, per carità, per non tarpar le ali alle speranze di attuazione, pena il ricorso al fatto compiuto del silenzio-assenso.

Possiamo bene immaginare di chi siano le pressioni per arrivare a questa “controrivoluzione anti-piano”: la coorte della speculazione e della rendita, dei costruttori che ne approfitteranno e dei loro fiancheggiatori partitici. La rendita immobiliare, oligopolistica e parassitaria di per se, si continua a formare nella trasformazione da terreno agricolo e “naturale” in area urbanizzata edificabile, abitativa per i servizi e la produzione manifatturiera, nello “spreco di territorio”, riflettendosi poi anche nella “rigenerazione” dell’urbanizzato esistente.

Lavoro e salvaguardia del territorio: obiettivi da non separare

di Marco Ligas

Parliamo spesso della crisi del Basso Sulcis e delle aziende legate al polo dell’alluminio. Continueremo a parlarne perché riteniamo che quel territorio abbia bisogno di interventi diversi e più radicali di quelli sinora realizzati. Purtroppo, o per ragioni speculative e clientelari o per un timore ingiustificato nei confronti di uno sviluppo alternativo che corregga le esperienze del passato, ancora oggi vengono riproposte politiche inadeguate e soprattutto dannose.

Bisogna sconfiggere questa tendenza e accettare l’ipotesi che qualunque intervento si voglia realizzare in quel territorio deve essere finalizzato alla promozione di attività produttive funzionali ai bisogni delle popolazioni e non può essere disgiunto da un’opera di risanamento radicale.

È la tutela della salute dei cittadini che impone questa scelta. Da alcuni anni si conoscono le informazioni fornite dall’Istituto Superiore della Sanità e dal Ministero dell’ambiente in merito alla quantità e pericolosità degli inquinanti presenti nel Basso Sulcis.

Sono informazioni preoccupanti e c’è da chiedersi il perché dei silenzi e dell’indifferenza mostrati dall’Eurallumina e dalle istituzioni regionali e comunali. È bene ricordare che loro compito è anche quello di occuparsi della salute dei cittadini, soprattutto laddove è accertata una crisi ambientale e sanitaria grave.

Cartoline di Bologna: saluti da Santa Viola

di Claudio Corticelli, dal 2001 abitante in Via Agucchi

Una mostra di cartoline in bianco e nero, corrispondenze, carte postali, foto, parole di saluto tra parenti e amici, clienti, ricevute e inviate da Santa Viola, borgata della prima periferia di Bologna

Ci sono persone che non ricordano solo con la mente, ma raccolgono da sempre, negli armadi o nei cassetti, testimonianze tangibili, immagini del tempo che passa, in questo caso foto e parole, dai primi del 900 fino ai nostri giorni, delle genti e case della zona dove sono vissuti da sempre, per poi non tenersele per se, ma esporle pubblicamente, per condividere il tempo che fu.

#SardegnaAvvelenata: Portoscuso, soldi pubblici sprecati, inquinamento, salute e paracarri

di Stefano Deliperi

Incredibile. Donatella Emma Ignazia Spano, Assessore della Difesa dell’Ambiente della Regione autonoma della Sardegna, e Tore Cherchi, già parlamentare della Repubblica nonché amministratore locale sulcitano e ora coordinatore del Piano Sulcis, all’unisono magnificano i risultati della recente conferenza di servizi tenutasi presso il Ministero dell’Ambiente sulla bonifica e messa in sicurezza della falda acquifera di Portoscuso: i costi saranno sostenuti dalle aziende che hanno inquinato.

Si tratta della banale applicazione del principio secondo cui chi inquina paga. E’ stabilito dalla legge (art. 3 ter del decreto legislativo n. 152/2006 e successive modifiche e integrazioni) e dalla normativa comunitaria. Nessun regalo, nessuna vittoria, solo l’applicazione della legge. La dice lunga su come vengano affrontati i problemi ambientali, sanitari di un’intera popolazione e della riconversione industriale.

Su connottu. Come si è sempre fatto. Industria pesante e inquinante, fuori mercato e sostenuta da fondi pubblici. Per esempio, ben 74,1 milioni di euro sui 668,6 milioni di euro del Piano Sulcis sono destinati alla ripresa dell’attività dell’Eurallumina. Ampliamento del bacino dei fanghi rossi, “solita” attività inquinante, nessuna certezza di poter vendere sul mercato internazionale l’alluminio primario.

Demolizione e sostituzione: va accorciato il ciclo edilizio per ricostruire

di Paola Bonora

Non voglio in questa occasione discutere la tesi ecologista (il suolo come sostrato del vivente) o quella storicista (il patrimonio comune da tutelare e conservare), che pure reputo essenziali e a cui va la mia adesione morale prima ancora che culturale, intendo fermare l’attenzione sulle logiche di organizzazione dello spazio che la bozza di legge urbanistica della regione Emilia-Romagna presuppone.

L’avanzata del cemento e dell’asfalto si è scontrata con se stessa. L’eccesso produttivo e di costruito rimasto inutilizzato hanno fatto esplodere la bolla, saltare il mercato, diminuire di un terzo i valori immobiliari e aperto la crisi da cui non riusciamo a emergere. Un percorso di tale fallimentare evidenza che nessuno può più negarlo, non a caso tutti, costruttori in prima fila, si dichiarano ora concordi sulla necessità di limitare il consumo di suolo.

Quando però si ragiona sui metodi per raggiungere questo traguardo le opinioni divergono a tal punto che sorgono dubbi persino sulla reale condivisione dell’obiettivo primario della limitazione. La bozza che pure lo dichiara principio di fondo assieme alla rigenerazione, introduce una tale congerie di esclusioni, deroghe, eccezioni da rendere vano l’aver fissato la soglia massima del 3%.

Proseguono le lotte in Sicilia contro la devastazione ambientale di Terna

di Maurizio Scarpari

Non sembra esserci limite all’arroganza con cui Terna persegue i propri interessi in terra siciliana (e non solo, come dimostra il riproporsi, nonostante la sentenza del Consiglio di Stato, del caso dell’elettrodotto Fusina-Dolo-Camin, del quale abbiamo dato notizia su «Inchiesta» del 31 gennaio 2017), forte dell’aiuto degli “amici” di turno.

Il caso dell’elettrodotto Sorgente-Rizziconi tra Calabria e Sicilia è diventato così un «case study» da proporre nei corsi universitari di analisi e gestione ambientale per illustrare strategie e metodi adottati da una multinazionale a partecipazione statale per operare “nell’interesse del Paese, nel pieno rispetto dell’ambiente, del patrimonio culturale e della salute dei cittadini”…

Non paghi dei disastri prodotti dalla realizzazione dell’elettrodotto Sorgente-Rizziconi che, vale la pena ricordarlo, è entrato in funzione in barba ai sequestri giudiziari, ai processi penali tuttora pendenti presso il Tribunale di Messina e ai ricorsi al Consiglio di Stato (v. il primo comunicato stampa allegato) e a problemi tecnici di varia natura, Terna & Co. sono da poco riusciti a far sì che in Commissione Ambiente della Regione Siciliana sia passato un emendamento (non firmato dall’Assessore regionale per i Beni Culturali, v. il secondo comunicato stampa allegato) da inserire nella legge finanziaria che renderebbe vano ogni tentativo di salvaguardare il territorio, il patrimonio culturale e le popolazioni del messinese da ulteriori scempi, consentendo a Terna (e non solo) di operare senza vincoli particolari e vanificando, al tempo stesso, ogni possibile azione della magistratura contro le molteplici infrazioni e violazioni alla legge fin qui commesse da Terna.

Autostrada della Maremma: torna un progetto di cui non si sentiva la mancanza

di Anna Donati

Torna in pista l’Autostrada della Maremma. Lo scorso dicembre la SAT, Società Autostrada Tirrenica ha presentato un nuovo progetto autostradale per il tratto Grosseto-Capalbio per la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale. È l’ennesima puntata di questa storia infinita partita dagli anni ’80 con il piano decennale di grande viabilità.

Il progetto autostradale, bocciato nel 1990 dal Ministero Ambiente, poi diventò l’adeguamento della Strada Statale Aurelia da parte di ANAS nel 2000 con il Governo Amato. Riproposto dal governo Berlusconi con la legge obiettivo nel 2001 ed approvato con un tracciato costiero nel 2008 dal costo di 3,8 miliardi. Ma poi nel 2011 il progetto SAT cambia di nuovo (complice la crisi economica ed i conti che non tornano) e viene messo per buona parte il tracciato sull’Aurelia ma con pedaggio e un sistema chiuso, creando così non pochi problemi agli spostamenti locali. Vengono costruiti 4 km a nord vicino a Rosignano ed i 15 km del tratto Tarquinia-Civitavecchia.

Ultima tappa, nel 2015 nuovo accordo MIT/ASPI/SAT e regioni Toscana e Lazio da cui scaturisce il progetto presentato da SAT a dicembre 2016 del costo stimato di 1,4 miliardi. Si prevede che a nord tra Grosseto e Rosignano non si realizzi più l’autostrada ma si utilizzi l’attuale superstrada. A sud tra Grosseto e Tarquinia si vuole invece realizzare l’autostrada a pedaggio con un tracciato a ridosso dell’Aurelia, della ferrovia e con diverse varianti.

È “sinistra” questa? Enrico Rossi e l’inutile scempio dell’autostrada Tirrenica

di Tomaso Montanari

Caro presidente Rossi, caro Enrico, ti scrivo pubblicamente per chiederti di aiutarmi a capire perché sei deciso a costruire l’Autostrada Tirrenica. I cittadini e le amministrazioni comunali (di ogni colore politico) delle città e dei territori tra Talamone e Ansedonia stanno chiedendo a gran voce di non farlo, e io trovo che le loro ragioni siano fondate.

Essi argomentano che il tragitto insiste caparbiamente su quell’area di Albinia, a fortissimo rischio idrogeologico, che cinque anni fu devastata dalla terribile alluvione che tutti ricordiamo. Poco più a sud, l’autostrada lambirebbe la meravigliosa laguna di Orbetello: un ecosistema delicato, e già provatissimo. E poi sventrerebbe, letteralmente, la frazione di Orbetello Scalo: in cui dovrebbero essere abbatuti molti edifici che contengono civili abitazioni e negozi.

Ancora: fanno notare che l’introduzione di un pedaggio, e ancor più la profonda lacerazione del territorio provocata da un tracciato autostradale largamente non attraversabile, finirebbero per mettere in ginocchio le uniche economie che tirano questa parte di Maremma, e cioè l’agricoltura e il turismo. Aggiungiamo la ciliegina sulla torta: lo scempio di un paesaggio ancora da favola.

Sia chiaro: i cittadini della costa non dicono «fatela altrove, non nel nostro cortile». Nella fattispecie non suggeriscono affatto di riportare il tracciato nell’interno della Maremma, dove sarebbe altrettanto devastante. No: dicono la cosa più banale, semplice e onesta del mondo: «quella autostrada non serve a nessuno, se non a chi la costruirà».