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IN EVIDENZA – Etica, festival della responsabilità civile: ricordando Valentino Parlato, giornalista comunista, Bologna

Valentino Parlato: il giornale sempre, prima di tutto

di Luciana Castellina

Sono parecchie le foto del manifesto delle origini in cui appare il gruppo fondatore del giornale. Ora che Valentino è scomparso, «vive – mi dice Rossana al telefono accorata – sono rimaste solo le donne, tu ed io. Perché le donne sono più longeve». Anche Lidia Menapace, che sebbene proveniente da tutt’altra storia politica si unì assai presto alla nostra avventura, corre ancora per l’Italia – a 95 anni – a fare riunioni.

Sarà forse un vantaggio del nostro genere, ma non ne sono sicura: per me la morte di Valentino, nonostante i nostri non infrequenti litigi, è un pezzo di morte mia di cui ora, infatti, non riesco a capacitarmi. Si capisce: abbiamo vissuto accanto, per quasi settant’anni, dentro il contesto di una straordinaria vicenda politica, quella dei comunisti italiani. Prima ortodossi, poi critici, poi eretici.

È per via di questa storia che Valentino, quando gli chiedevano se si definiva ancora comunista, rispondeva di sì. Lo conobbi che aveva poco più di 18 anni ed era appena sbarcato in Italia dalla Libia: re Idriss lo aveva espulso dal paese dove era nato e vissuto, nella grande casa del nonno siciliano che in quel paese era stato colono.

Valentino Parlato, il comunista gentile

di Vincenzo Vita

Valentino Parlato è stato per antonomasia il suo giornale, che tantissimo gli deve: nel lavoro insostituibile di anni e nella fatica pazzesca dei salti mortali per mantenerlo in vita. Impossibile pensare a “il manifesto” senza di lui, che – essendone tra i fondatori e ripetutamente il direttore – l’ha sorretto e amato sempre. È uno di quei casi di immedesimazione e associazioni immediate, persino simboliche. Tanto per dire, come è difficile pensare al cinema senza Fellini o al rock senza Mick Jagger. E così al “quotidiano comunista” senza quell’uomo minuto ed affabile, con la sigaretta in bocca a mo’ di un bel film degli anni Settanta.

Un grazie sentito e appassionato non a caso è arrivato in modo corale nei riguardi di chi ha contribuito in modo sostanziale a rendere possibile il miracolo laico di un foglio che non ha mai voluto togliere dalla testata la dizione “comunista”. In una conversazione del luglio del 2009 con Marco Pannella, ritrasmessa da radio radicale, la scelta era rivendicata con un cenno abbozzato ma orgoglioso. Un’impresa eroica, che colloca Valentino di diritto nel Pantheon dell’editoria. Una bottega, disse in un dibattito alla radio Valentino; no, è una boutique rispose un noto direttore. Infatti, il prestigio del quotidiano ha retto e regge nel tempo, malgrado le crisi ripetute e ormai strutturali della carta e della vecchia comunicazione analogica.

L’eredità che ho raccolto dalle discussioni con Valentino Parlato

di Alfonso Gianni

Caro Valentino, mi riesce difficile credere che la nostra discussione si sia interrotta. Mi riesce impossibile pensarti come assente. Certo, la nostra, non era una discussione continua. Intanto è cominciata tardi. Le nostre gioventù erano separate da venti anni di distanza e da una Guerra Mondiale. Una generazione e un’epoca. Eppure ci siamo conosciuti – di persona intendo, che per gli scritti mi eri già noto da molto prima – solo poco più di quaranta di anni fa. Una discussione rapsodica, quindi, fatta di non molte parole e di lunghi silenzi e soprattutto di comuni, meditati ascolti di altri.

Per la verità tu avevi un vantaggio. Scrivevi sempre. Facevi sapere e sapevi cosa pensavi attraverso i tuoi scritti. E ci insegnavi cose che altrimenti non avremmo appreso. La tua scrittura riusciva ad essere elegante e asciutta ad un tempo. E l’ironia – un tratto che ti invidio – teneva assieme il verbo scritto con quello detto. Ti piaceva addentrarti in questioni non facili. Leggere cosa emergeva dagli uffici studi della Banca d’Italia. Intrattenere rapporti e dialoghi continui con quegli economisti e quei civil servant della cosa pubblica che hanno fatto la storia di questo nostro paese e, perché no, dell’Europa.

Ho, proprio ora, tra le mani la tua bella introduzione a un volume collettaneo importante, che raccoglieva un lungo dibattito su Il Manifesto, dove tra gli altri spiccano gli interventi di Lucio Magri, di Claudio Napoleoni, di Augusto Graziani. “Spazio e ruolo del riformismo” uscito nei primi anni Settanta. Per te e le compagne e i compagni del Manifesto si trattava non solo di pensare a un “riformismo di sinistra”, ma a una critica del riformismo per la sua incapacità intrinseca, anche nei suoi momenti migliori, di uscire dai valori e dai rapporti di produzione capitalistici, mentre invece bisognava progettare “il comunismo come programma”.

Valentino Parlato, il ragazzo del secolo scorso

di Marco D’Eramo

“Scendi al bar?” Quando Valentino ti diceva questa frase, incrociandoti nel corridoio della redazione del manifesto a via Tomacelli a Roma, sapevi già che voleva parlarti di una questione seria a proposito della linea politica del giornale, o delle difficoltà economiche, o dei rapporti non sempre idilliaci tra compagni. Perché Vale è sempre stato l’unico, tra i fondatori del manifesto, a curarsi dei giovani redattori.

Se un compagno stava male, era Valentino a procurarti la visita con il celebre luminare, a farti saltare la lista d’attesa nel famoso centro chirurgico. Delle tue difficoltà economiche non parlavi con Luigi (Pintor) o Rossana (Rossanda): no, scendevi al bar con Vale e con lui cercavi una soluzione (quando sono entrato io nel manifesto, nell’agosto 1980, Luciana Castellina e Lucio Magri già erano usciti dal giornale, mentre Aldo Natoli veniva solo a collaborare di tanto in tanto). Detto fuori dai denti: Valentino è il più umano tra i padri del manifesto.

Forse perché, nato nel 1931, Valentino tra i fondatori era uno dei “giovani”: Natoli era nato nel 1913, Rossanda nel 1924, Pintor nel 1925, Eliseo Milani nel 1927, Castellina nel 1929. Solo Lucio Magri era di un anno più giovane di lui. Forse per questo Rossana e Luigi lo trattavano sempre come un “fratello minore” mentre, rispetto alla generazione dei redattori allora trentenni, i cinquantenni Valentino (e Michelangelo Notarianni) si vedevano nella parte degli “zii” di questi sessantottini casinari e rissosi.

Valentino Parlato, una generosità mai spenta

di Rossana Rossanda

Si è spento notte, colpito da un malore improvviso, Valentino Parlato, il nostro amico e compagno più vicino, uno dei fondatori del gruppo del Manifesto e di questo giornale assieme ad Aldo Natoli, Lucio Magri, Luigi Pintor, Luciana Castellina, Eliseo Milani e chi scrive. Del giornale è stato parecchi anni direttore, e soprattutto vigile amico del suo destino, salvatore nelle situazioni di emergenza, oltre che naturalmente collaboratore per lungo tempo.

Valentino era nato in Libia e la sua entrata nel giornalismo italiano è stata la stessa cosa della sua adesione al Partito comunista italiano, finché non fu vittima anche egli della cacciata di tutto il gruppo del Manifesto per non essere d’accordo con la linea imperante fra gli anni sessanta e settanta. Aveva cominciato a collaborare a Rinascita assieme a Luciano Barca ed Eugenio Peggio, in quello che fu forse il più interessante periodo della politica economica e sindacale comunista, e il culmine della polemica sulle “cattedrali nel deserto”, ma negli stessi anni tenne uno stretto collegamento con Federico Caffè e Claudio Napoleoni.

Tuttavia non si può limitare la sua cultura alla scienza economica; nutrito di letture settecentesche, si considerò sempre un allievo di Giorgio Colli e di Carlo Dionisotti. Portò questa sua molteplice cultura nella fattura del Manifesto e nel propiziargli i collaboratori, della cui generosità si si è sempre potuto vantare.

Addio a Valentino Parlato: fu tra i fondatori del Manifesto e grande osservatore della politica italiana

Nella notte è mancato Valentino Parlato. Era nato a Tripoli il 7 febbraio 1931 e aveva 86 anni. Fondatore del Manifesto, più volte aveva diretto il quotidiano comunista. Dopo la fuoriuscita delle storiche firme, se n’era andato anche lui tornando a firmare in seguito. Per il Manifesto in rete aveva scritto diversi pezzi ed era intervenuto spesso.

Dall’associazione e dalla redazione il cordoglio alla famiglia e a tutta la sinistra, che perde un altro pezzo importante. La camera ardente è fissata per venerdì prossimo, 5 maggio, alle 15 alla sala della Protomoteca in Campidoglio. Alle 18 seguità una cerimonia laica.

Valentino Parlato e “Il manifesto” che rinasce

La rivoluzione non russadi Alberto Sebastiani

“Il manifesto” non deve morire. Quindi, secondo Valentino Parlato e tanti lettori, serve un nuovo piano editoriale, raccogliere fondi, acquistare la testata e ripartire, magari non come quotidiano, magari come settimanale, o in altra forma, ma ripartire. Parlato ha lasciato “Il manifesto” (era tra i fondatori del gruppo nel 1969, con Rossana Rossanda, Lucio Magri e Luigi Pintor) nel dicembre scorso, perché in disaccordo con il piano di rilancio dell’attuale redazione, ma non sembra avere alcuna intenzione di abbandonare la lotta per il “suo” quotidiano. Sa che ha avuto tante crisi, e che stavolta è davvero brutta, ma «siamo come Anteo: ogni volta che cade a terra riprende forza», dice alla Libreria Irnerio Ubik, giovedì scorso, presentando La rivoluzione non russa. Quarant’anni di storia del Manifesto, a cura di Giancarlo Greco (Manni). Un libro che racconta dall’interno, tra riflessioni e articoli, com’è nata e come si è consolidata l’idea di un quotidiano comunista e pacifista, i cui editoriali e prime pagine hanno fatto storia.

Ma del passato si è parlato poco, perché il presente incombe. Così la presentazione, introdotta da Leonardo Tancredi del Circolo “Il manifesto” di Bologna, diventa un’assemblea, il racconto di un nuovo orizzonte possibile per il quotidiano comunista che nel 2013 compirebbe 42 anni, liquidatori permettendo. Parlato ne discute a Bologna perché qui c’è un terreno fertile. Da quando si è aperta la crisi del giornale il Circolo organizza incontri, cene di autofinanziamento e pensa alla costruzione di un soggetto collettivo per acquistare la testata dai liquidatori, evitare il pericolo di farla passare a privati, e gestire il rilancio. Con altre realtà nazionali ha istituito l’associazione “Il manifesto in rete”, e ora sostiene l’idea di una proprietà collettiva di lettori, Circoli del Manifesto e giornalisti, «iniziativa – dice Sergio Caserta del Circolo bolognese – che ha il sostegno di firme storiche della testata come la Rossanda, Loris Campetti, Angela Pascucci, Galapagos, Marco D’Eramo, Marina Forti, Gabriele Polo, Angelo Mastrandrea, Astrit Dakli e i collaboratori legati al sito “Manifestiamoci”».

Valentino Parlato: le primarie e la crisi del Manifesto, prospettive e futuro

Valentino Parlato interviene a Bologna a margine di una conferenza nella sede della provincia con Oliviero Diliberto, segretario del Pdci (Partito dei comunisti italiani), per parlare di primarie e futuro della sinistra italiana. Senza dimenticare, di futuro, quello del Manifesto. L’intervista è stata curata da Leonardo Tancredi.

Il futuro del Manifesto: Valentino Parlato e «La rivoluzione non russa»

il Manifesto quotidiano comunista

il Manifesto quotidiano comunista

di Daniele Barbieri

Una recensione condita di riflessioni e qualche lacrimuccia.

Il quotidiano «il manifesto» sta esplodendo e/o implodendo. Persino le persone più distratte sanno che ieri nella prima pagina del quotidiano «comunista» (così si legge sopra la testata) Rossana Rossanda annuncia che non collaborerà più al quotidiano che fondò nel 1971 e aggiunge: «un mio commento settimanale sarà pubblicato, generalmente il venerdì in collaborazione con Sbilanciamoci e sul suo sito www.sbilanciamoci.info».

Io sono arrabbiato con la redazione per molte ragioni (che magari spiegherò un’altra volta) ma – del tutto incoerentemente? – continuo a sostenerlo, a pensare che (se non finisce nelle mani di un padrone però) pur con tutti i suoi difetti sia una lettura necessaria di questi brutti tempi. Addirittura ho preso dall’editore Manni 25 copie del libro di Valentino Parlato «La rivoluzione non russa» (sottotitolo «Quarant’anni di storia del manifesto», a cura di Giancarlo Greco: 188 pagine per 14 euri) e le ho già vendute, con lo sconto: anche questi pochi soldini – così hanno deciso editore e autore – andranno a rimpinguare le casse del quotidiano; o meglio finiranno forse in una grande “colletta” per tentare di ricomprare, in modo collettivo, il giornale quando i curatori fallimentari indiranno “l’asta”.

Ho preso le 25 copie “al buio” (beh, so bene chi è Parlato) e dunque in questa sorta di recensione devo anzitutto dire se sono rimasto deluso. No, il libro è proprio come «il manifesto» cioè pieno di pregi e difetti ma comunque unico nel suo genere; con Parlato sono a volte d’accordo e qualche volta invece mi fa inferocire.