Raccogliere i dati personali può servire a ridurre i contagi?

di Alessio Marchionna

Negli ultimi giorni l’aumento delle persone contagiate dal nuovo coronavirus in tutto il mondo ha fatto crescere anche il livello di allarme di governi e cittadini, e di conseguenza le richieste di adottare misure severe ed efficaci per frenare l’epidemia. Dall’Italia a Israele passando per gli Stati Uniti, tra le proposte c’è quella di usare in modo più esteso e invasivo gli strumenti tecnologici a disposizione, in particolare quelli che consentono di tracciare gli spostamenti delle persone.

Questi strumenti, sostengono sempre più persone in vari paesi, possono essere usati per due scopi: da un lato per localizzare il prima possibile le persone contagiate e quelle che sono state a contatto con loro, cosa che consentirebbe di spezzare la catena dei contagi e ridurre il numero dei morti; dall’altro lato servirebbero a individuare le persone che non rispettano le norme sul distanziamento sociale, come quelle adottate negli ultimi giorni dall’Italia, funzionando da deterrente.

Gli esempi più citati sono quelli della Cina, dove il governo ha sfruttato i suoi sistemi di sorveglianza di massa per individuare le persone contagiate o a rischio di contagio (servendosi in particolare dei sistemi di riconoscimento facciale e dell’app WeChat), e soprattutto della Corea del Sud, che come l’Italia ha dovuto affrontare un’accelerazione del contagio, ma al contrario del nostro paese è riuscito a bloccarlo e a limitare i decessi. Questo risultato, secondo le autorità di Seoul, sarebbe stato ottenuto grazie a una doppia strategia: test condotti a tappeto, anche sulle persone che non mostravano sintomi, e tracciamento dei contagiati incrociando i dati delle reti cellulari, dei gps, delle carte di credito e delle telecamere di sorveglianza. Non è ancora chiaro fino a che punto questo sistema di tracciamento sia stato decisivo per arginare l’epidemia (in realtà non siamo nemmeno sicuri che in quei paesi la diffusione del virus sia stata fermata definitivamente), ma molti politici ed esperti occidentali citano spesso i casi di Cina e Corea del Sud come modello da seguire.

Da Bin Laden al virus
A cominciare dagli Stati Uniti. Il 10 marzo un gruppo di imprenditori del settore tecnologico, programmatori e dirigenti sanitari ha pubblicato una lettera aperta in cui chiedeva alle aziende tecnologiche di fare di più per combattere il virus e sosteneva che il modello usato da Cina e Corea del Sud è esportabile “ovunque”. Il loro appello in realtà era già superato. Fin dall’inizio dell’emergenza l’amministrazione Trump è in contatto con Facebook, Google e altre aziende per creare dei sistemi di tracciamento usando i dati degli smartphone degli americani. E negli ultimi giorni, mentre il numero di contagiati cresce in modo esponenziale, le agenzie governative hanno cominciato a usare o a prendere in considerazione una serie di tecnologie di tracciamento e sorveglianza. “Tra questi progetti c’è di tutto”, spiega il Wall Street Journal, “dai sistemi che permettono di monitorare la posizione delle persone attraverso i telefoni alle tecnologie di riconoscimento facciale, che possono analizzare immagini per capire chi è venuto a contatto con una persona che è risultata positiva”.

A guidare la ricerca in questo campo sono i soliti colossi della Silicon valley, come Google, Facebook e Amazon, che collaborano con la Casa Bianca, ma dietro di loro sgomitano decine di aziende più piccole che sperano di vendere i loro programmi alle autorità sanitarie e alle amministrazioni statali e locali. La Palantir, un’azienda che a quanto pare avrebbe fornito supporto alle forze statunitensi per catturare Osama bin Laden nel 2011, sta collaborando con i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie statunitensi (Cdc, la massima autorità sanitaria del paese) per monitorare il contagio. In ballo c’è anche la Clearview, un’azienda che opera nel settore del riconoscimento facciale e di cui si è discusso di recente negli Stati Uniti perché collabora con alcuni dipartimenti di polizia. L’azienda è in trattative con alcune agenzie statali per un software che permetterebbe di seguire le persone contagiate.

Un altro paese molto attivo su questo fronte è Israele. Il 16 marzo il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu ha emesso un decreto che tra le altre cose autorizza l’agenzia per la sicurezza interna (Shin bet) ad attingere a un’ampia raccolta di dati dei telefonini dei cittadini. Il New York Times spiega che questi dati, che venivano raccolti segretamente nell’ambito della lotta al terrorismo, serviranno a seguire i movimenti delle persone che hanno contratto il nuovo coronavirus e a localizzarne altre che dovrebbero essere messe in quarantena perché hanno avuto contatti con i contagiati.

L’idea, spiega il quotidiano, è usare i dati sulla geolocalizzazione di milioni di clienti delle aziende di telefonia mobile in Israele e in Cisgiordania per identificare le persone entrate in stretto contatto con individui contagiati, e mandargli degli sms con cui gli si ordina di mettersi immediatamente in isolamento. Chi non lo fa rischia fino a sei mesi di carcere. Il decreto prevede anche lo stop all’ingresso di visitatori esterni – compresi gli avvocati – nelle strutture detentive e autorizza la polizia a usare la forza per disperdere i raduni di più di dieci persone.

Il caso italiano
Anche in Italia si sono fatte strada ipotesi simili, sia per mappare i potenziali contagiati sia per localizzare le persone che non rispettano le norme sul distanziamento sociale. Il 21 marzo Walter Ricciardi, consulente scientifico del ministro della salute, ha detto a Repubblica: “Più guardo i dati della Corea del Sud più mi convinco che dobbiamo seguire la strategia adottata da Seoul. Abbiamo già attivato un gruppo di studio per definire i dettagli”. Ricciardi sostiene che questo sistema potrebbe “liberare” una parte della popolazione: “Individuando precocemente i contagiati e i loro contatti potremmo garantire a tutti quelli che non hanno problemi di circolare liberamente”. Infatti la Corea del Sud, spiega l’articolo, non ha chiuso le città per l’epidemia.

Nello stesso articolo Enrico Bucci, professore aggiunto di biologia dei sistemi alla Temple university di Filadelfia, sostiene che la strategia sudcoreana potrebbe essere utile per le regioni del sud Italia, “quelle dove non ci sono stati troppi arrivi incontrollati dal nord e quindi con un livello di contagio ancora basso. Lì ha senso eseguire la strategia sudcoreana: tanti tamponi ma diretti ai soggetti più a rischio, al personale medico, a chi è a rischio per la professione che esercita e infine a chi è entrato in contatto con i contagiati, rintracciato tramite gli strumenti tecnologici”.

L’uso di app per il tracciamento dei potenziali contagiati è sostenuto anche da alcuni accademici italiani, tra cui Fabio Sabatini, professore associato di politica economica all’università Sapienza di Roma, che ha analizzato uno studio su questo tema condotto da un team dell’università di Oxford. Lo studio mostra che “l’app sarebbe usata su base volontaria e consentirebbe di monitorare i sintomi, intervenire tempestivamente per isolare e curare i sospetti, ma anche tracciare tutti i contatti e curarli a domicilio”.

Un esperimento simile a quello sudcoreano, anche se su scala ridotta, è stato fatto a metà marzo dalla regione Lombardia. Attraverso i dati raccolti dalle celle telefoniche, le autorità sono riuscite ad avere un quadro piuttosto chiaro degli spostamenti della popolazione. Sulla base dei dati analizzati, il presidente della regione Attilio Fontana ha detto che ci sono ancora troppe persone che si spostano e ha chiesto al governo di adottare misure di contenimento più severe.

Dubbi e possibilità
In tutti i paesi dove sono state adottate o proposte misure simili sono emersi dubbi e perplessità. Alcuni si chiedono se queste tecnologie possano essere veramente efficaci per limitare la diffusione del nuovo coronavirus. In un articolo della settimana scorsa Wired ha espresso dei dubbi: “Un’app per il tracciamento delle persone potrebbe fornire una fotografia abbastanza grezza della situazione. I telefoni generalmente sono in grado di determinare la posizione di una persona con un margine di errore tra i sette e i tredici metri nelle aree urbane, e spesso sono ancora meno precisi. Il nuovo coronavirus sembra diffondersi tra persone che si trovano molto vicine tra loro”.

Nell’articolo Hanna Fry, docente dello University college di Londra, spiega: “Usare i dati raccolti dai telefoni per capire se qualcuno è stato in contatto con una persona contagiata non è così semplice. Puoi stare seduto a pochi metri da una persona e non essere a rischio di contagio. E invece puoi viaggiare in autobus su un posto in precedenza occupato da una persona contagiata ed essere a rischio”. L’inaccuratezza dei dati diventa un problema. “Le informazioni scorrette possono dare alle persone un falso senso di sicurezza e incoraggiare comportamenti pericolosi”, sostiene Fry.

Poi c’è il problema della violazione della privacy e quello della limitazione delle libertà individuali, in un momento in cui in tutto il mondo i governi stanno già adottando misure senza precedenti per fronteggiare la pandemia. Negli Stati Uniti chi critica le misure messe in cantiere dall’amministrazione Trump in collaborazione con le aziende tecnologiche sostiene che in futuro il governo e le società private potranno avere accesso a una grande quantità di informazioni sui cittadini, anche quelle sulla storia clinica di milioni di persone.

Ma non c’è nessuna trasparenza sulla tecnologia usata per raccoglierle né su come le informazioni saranno usate una volta finita l’emergenza. Funzionari dell’amministrazione Trump hanno sottolineato che i dati raccolti saranno anonimi, ma gli esperti fanno notare che generalmente si può risalire all’identità di una persona a partire dal luogo e dall’ora in cui l’ha frequentato. Inoltre il governo statunitense ha sottolineato che le misure sarebbero temporanee. Un aspetto messo in evidenza anche da Ricciardi.

In ogni caso anche in Italia si comincia a discutere di come trovare un equilibrio tra le misure straordinarie necessarie per affrontare la pandemia e il diritto alla riservatezza. Il 17 marzo l’Ansa ha intervistato Antonello Soro, il garante per la protezione dei dati personali. Soro sostiene che i sistemi di sorveglianza generalizzata sono inutili in assenza di “un test diagnostico altrettanto generalizzato e sincronizzato”. E sulle possibilità che queste misure vengano adottate in Italia: “Non esistono preclusioni assolute nei confronti di determinate misure in quanto tali. Vanno studiate però molto attentamente le modalità più opportune e proporzionate alle esigenze di prevenzione, senza cedere alla tentazione della scorciatoia tecnologia solo perché apparentemente più comoda, ma valutando attentamente benefici attesi e ‘costi’, anche in termini di sacrifici imposti alle nostre libertà”.

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale il 22 marzo 2020

Foto di Corinna Kern, Reuters/Contrasto

Autore dell'articolo: Amministratore

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