Lula, l'”inventore” dell’altro Brasile

di Domenico De Masi

Il 25 aprile scorso, insieme a mia moglie, ho fatto visita a Lula nel carcere di Curitiba dove era detenuto dal 7 aprile 2018. Mercoledì scorso, finalmente, abbiamo potuto chiacchierare qui a Roma, senza telecamere poliziesche, per più di due ore. Il giorno successivo Lula ha incontrato il Papa e poi ha partecipato a una pubblica manifestazione organizzata in suo onore da Cgil, Cisl e Uil.

Gli intellettuali brasiliani usano distinguere tra “scopritori” e “inventori” del Brasile. Esploratori come Cabral o gesuiti come Manuel da Nóbrega sono alcuni degli europei che scoprirono questo paese nel Cinquecento. Nei quattro secoli successivi sono arrivate e si sono mischiate tra loro una quarantina di etnie provenienti dall’Europa, dall’Africa e dall’Asia, creando un meticciato indistinto. Nel Novecento una ventina di grandi intellettuali come Gilberto Freyre, Sérgio Buarque de Hollanda, Oscar Niemeyer e Darcy Ribeiro hanno “inventato” il Brasile, cioè hanno ideato e impresso a quella miscela antropologica la forma, la consapevolezza e la dignità di un popolo compatto, orgoglioso della sua identità culturale, estetica, politica ed economica.

Nel gruppo degli “inventori” stanno a pieno diritto tre grandi presidenti della repubblica: il medico Juscelino Kubitschek de Oliveira; il sociologo Fernando Henrique Cardoso; l’operaio Luiz Inácio Lula da Silva. In questa “invenzione” il ruolo svolto da Lula – fondatore del Partito dei Lavoratori (PT) e presidente della Repubblica dal primo gennaio 2003 al primo gennaio 2011 – consiste nell’aver dato voce al sottoproletariato, che negli anni della sua presidenza è sceso dal 25 al 10% della popolazione; al proletariato, che è salito dal 28 al 30%; alla classe medio-bassa (la cosiddetta “classe C”) che è passata dal 30 al 39%. In cifre assolute, durante le sue due presidenze sono stati creati 20 milioni di posti di lavoro, mentre 40 milioni di brasiliani poveri sono entrati nella “classe C”.

Questa rivoluzione socio-economica è stata accompagnata da una parallela rivoluzione socio-culturale: il presidente del Brasile con il più basso titolo di studio ha creato il maggior numero di università nelle zone più disagiate del paese facendo crescere di ben 4 milioni il numero degli studenti universitari, anche quelli che prima erano discriminati per motivi razziali o economici. Una rivoluzione così radicale in un paese così ineguale ha provocato due mutazioni imprevedibili: i neo-borghesi sono diventati evangelici e, come tutti gli evangelici, hanno votato per Bolsonaro; il potere ha dato alla testa ad alcuni protagonisti della stessa rivoluzione, persino a persone che avevano combattuto la dittatura subendo carcere e torture.

Esaltati dal potere e dalle opportunità di arricchirsi facilmente, ne hanno profittato a man bassa, sconquassando il PT e diffamando Lula, rimasto coerente con le sue idee. Intanto la stessa radicalità della rivoluzione ha spaventato il capitalismo internazionale che è corso ai ripari e, esso corrotto, si è fatto paladino dell’anti-corruzione e ha eliminato Lula, capro espiatorio. Lo ha fatto con un doppio golpe, mediatico e giudiziario, come in tutte le controrivoluzioni nella società postindustriale. Se non fosse stato messo in galera pochi mesi prima delle elezioni, Lula, con il 38% di preferenze che gli davano i sondaggi, sarebbe stato rieletto presidente.

Durante la sua presidenza Lula ha commesso l’errore di fidarsi dei suoi collaboratori, dandone per certa una onestà sempre più palesemente incerta. Oggi sbaglia nel negare persino a se stesso il peso avuto dalla corruzione nella sconfitta sua e del PT. Senza quella corruzione, i media e gli avversari avrebbero avuto le armi spuntate. Oggi Lula è un personaggio politico ancora più prezioso per la sinistra mondiale di quanto fosse dieci anni fa. Alla sua vasta esperienza ora si è aggiunta quella provocata dal tradimento dei suoi vecchi compagni di lotta e dalla protervia fascista dei suoi avversari potentissimi, armati di soldi, media, connivenze planetarie, spregiudicatezza e perfidia.

Ma soprattutto, a impreziosire la personalità di Lula, ci sono i 580 giorni di isolamento carcerario che hanno consentito a una mente lucida come la sua di riflettere a fondo sulla situazione mondiale e sulla crisi della sinistra. Quando, da presidente, si trovava seduto insieme ai potenti della terra, sapendo che ognuno di essi veniva da una famiglia privilegiata, si dava forza pensando che solo lui aveva il grande, prezioso vantaggio di sapere per esperienza diretta cosa significa essere povero, essere proletario, essere emarginato. Oggi la posizione ideologica di Lula è più chiara che mai: “Tutti sanno che il mondo sta diventando più disuguale; nella maggioranza dei paesi i lavoratori stanno perdendo i loro diritti. Le conquiste che abbiamo conseguito stanno cadendo per colpa degli interessi finanziari”.

Nella situazione attuale l’economia prevarica la politica; la finanza prevarica l’economia; le agenzie di rating manovrano la finanza. I governi capitalisti non sono altro che gli apparati d’affari dei ricchi sempre più ricchi, resi cinici dal neo-liberismo che razionalizza e giustifica le disuguaglianze. Le riforme non bastano più: quando arrivano a essere approvate, sono già superate dai tempi. Occorre una rivoluzione planetaria per ribaltare questa situazione intollerabile e per difendere l’ambiente. La rivoluzione che stava facendo in Italia Adriano Olivetti; quella che ha fatto nel mondo Tim Berners Lee. A questo scopo prioritario occorre convocare tutte le forze sensibili e coraggiose. Perciò Lula ha incontrato Mujica, ha incontrato il Papa, presto incontrerà altri leader mondiali, consapevoli della necessità e dell’urgenza che 3,5 miliardi di poveri si liberino dell’oppressione esercitata da poche decine di straricchi.

Aver ricevuto Lula testimonia la caratura sociale di papa Bergoglio e il coraggio con cui indica al mondo, anche attraverso Lula, il suo obiettivo pastorale. Lula mi ribadisce, con la sua vigorosa caparbietà, che la malattia senile della sinistra sta nell’avere perso il contato con i poveri, nell’avere rinunziato alla funzione pedagogica nei confronti degli sfruttati, nell’avere trascurato la formazione di avanguardie capaci di esercitare nelle battaglie politiche una leadership competente, autorevole, coraggiosa e disinteressata. Quando Lula esprime il suo pensiero, a prima vista arcaico, in paragone le idee e il linguaggio della pseudo-sinistra italiana appaiono sfocate e confuse, irrimediabilmente superate, bizantine, prive di visione e di tensione.

Perciò, nell’incontro pubblico con i sindacati, mi sono parse sorprendenti, più ancora che le parole di Landini (Cgil), quelle di Annamaria Furlan (Cisl) e di Carmelo Barbagallo (Uil) che quasi si sono aggrappati a Lula per averne idee e protezione. Davanti a una platea gremita, Barbagallo ha dichiarato che un sindacato non può conseguire i suoi giusti obiettivi senza fare proprie le sfide indicate da Lula. Furlan ha detto testualmente: “Caro presidente, noi abbiamo bisogno di te. Abbiamo bisogno non solo di simboli ma di vite reali che dimostrano che possiamo immaginare un altro mondo dove, invece della povertà, ci sono diritti equamente distribuiti. Noi ci sentiamo un poco meno soli se sappiamo che, in testa a questa grande voglia di cambiare il mondo in meglio, abbiamo Lula”. Se penso che questa sindacalista è la stessa che ha condiviso il jobs act e l’abolizione dell’articolo 18, mi rendo conto della potenza fascinatrice di un leader carismatico come Lula.

Questo articolo è stato pubblicato dal Fatto Quotidiano il 16 febbraio 2020

Autore dell'articolo: Amministratore

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