Scuola: istruzione senza guida, normalità

di Silvia R. Lolli

Possiamo dire che la crisi italiana sta raggiungendo il suo culmine e non intendiamo quella di tipo politico che a ben vedere diventa un surrogato, certo dei peggiori, di una gara su un ring di decrepiti pugili.

Il punto di rottura e di sfascio della cultura italiana ci sembra venga al pettine con queste dimissioni del ministro dell’istruzione Fioramonti e la spartizione di due poltrone per un ministero che potrebbe avere un’idea di continuità e meno di divisioni; negli ultimi anni, nonostante tutto, sembrava potesse esistere.

Non pensiamo solo all’attualità di una spartizione di poltrone da parte del M5S, perché all’inizio del Duemila ricordiamo lo sdoppiamento quando dopo Prodi (96-98) si insediò D’Alema (due governi dal 98 al 2000!); fu fatto dopo la riforma universitaria e scolastica: Berlinguer rimase all’istruzione all’Università andò Zecchino. In questi due ministeri si portarono avanti riforme in modo incompleto sia per la scuola sia per l’università. In quegli anni ci impegnammo a fondo per la trasformazione ISEF in corsi di laurea in Scienze Motorie e questa pagò uno dei prezzi più alti, complice una cultura italiana unidirezionale che mai ha capito il valore ampio di questi studi. Dove era la reale cultura e conoscenza in quegli anni?

Rimanendo però alla scuola, già tartassata dai cinque anni di “donna Letizia” (2001-2005 in due dei tre governi Berlusconi – competenze solo relative alla formazione S.Patrignano centrica?), l’epocale riforma Berlinguer-Prodi rimase un’incompiuta purtroppo non come quella musicale! Autonomia, con scarsa vera autonomia del principale ruolo professionale, quello didattico che da lì in poi ha solo perso valorizzazione economico-sociale.

Tra l’altro fu una riforma subito re-impostata dalla successiva ministra berlusconiana, Gelmini, senza che Fioroni e Mussi incidessero per sistematizzare al meglio le precedenti riforme. Unico problema: calo delle risorse per le scuole statali ed aumento per quelle paritarie. La causa scatenante delle dimissioni di Fioramonti si dice siano le insufficienti risorse che la legge di Bilancio ha lasciato al suo ministero. Un atto di coraggio? Non ci esprimiamo.

Troviamo invece cause più storiche quando leggiamo che l’attuale e fragile Governo Conte 2, nato con l’idea di salvare la democrazia e rimettere le basi per amministrare al meglio (compito del Governo!) ha demandato ad un deputato del M5S, a lungo vissuto fuori dall’Italia pur se docente ma già poco presente sugli scranni parlamentari (per conoscere queste informazioni ci siamo avvalse dell’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto quotidiano del 27 dicembre 2019) la patata bollente di un ministero importante. Dovrebbe essere assegnato al fior fiore di intellettuali italiani, fuori da giochi politici che sappiano ritrovare l’orientamento della scuola della Repubblica.

C’è bisogno di ritrovare la bussola persa da troppi anni di politiche incompiute, al ribasso, che hanno smantellato le riforme democratiche del passato e relegato gli insegnanti a ruoli secondari. C’è stata la diminuzione del loro riconoscimento sociale e la caduta dei loro salari reali, con la perdita di vari contatti nazionali ed l’allungamento degli scatti di anzianità. A questo proposito la meritocrazia (mai veramente applicata) è stata sbandierata solo per dare a dirigenti non troppo preparati poteri di scegliere collaboratori nell’ottica del “signor sì”. Ci chiediamo spesso: dove sono finiti i decreti delegati? Dovrebbero essere ancora in vigore, ma spesso non sembra.

La vicenda Fioramonti dimostra l’incapacità di conoscere a fondo gli attuali politicanti (ormai molti non sono più veri rappresentanti della sovranità popolare, vista la legge elettorale e la composizione delle ultime liste elettorali!) per assegnare loro posti di comando vitali per il paese; oppure dimostra scarsa o nessuna cura per la gestione della cosa pubblica da parte dei nostri rappresentanti? Sarà così nella veloce scelta di sdoppiamento del ministero?

Ci limitiamo a queste due domande, anche se abbiamo un tarlo da più di vent’anni, cioè da quando al ministero dell’istruzione andò Letizia Moratti con il primo governo Berlusconi. Da premettere che fino ad allora il ministero dell’istruzione non aveva mai brillato: sempre stato in mano a politici della DC (pur se di varie correnti) che si sono impegnati, assieme anche ai sindacati, per mantenere una scuola statale di tipo più assistenzialistico per il personale statale di ruolo.

Questo ha inciso nel considerare casta e privilegiati coloro che potevano usufruire di pensioni dopo i 19 anni di anzianità e di chi costituiva una burocrazia amministrativa privilegiata e nulla facente. Per inciso, uno Stato può stare senza burocrazia? Tuttavia nei primi trent’anni di Repubblica nella scuola si sentiva ancora un po’ l’influenza dei padri costituenti che, come Calamandrei, consideravano l’importanza della scuola statale e comunque una parte della DC poteva dirsi più progressista e quindi aperta a riforme epocali: la forza dei decreti delegati, per una democratizzazione della scuola, la scuola media unica che consentiva un po’ di mobilità sociale, sono due frutti di questi anni, comunque anche nel nome dell’assistenzialismo ministeriale.

Dalla fine anni Ottanta e soprattutto negli anni Novanta si sono cominciate (o continuate?) a minare le basi amministrative ed educative: concorsi a cattedre per insegnanti, concorsi per dirigenti, ma anche per gli amministrativi scolastici e degli uffici periferici sono stati a lungo bloccati e non si è più stati capaci di fare un minimo di programmazione, proprio nel momento in cui la scuola aperta a tutti fino a 16 anni avrebbe avuto bisogno di lungimiranza e precise norme di assunzione.

La struttura centrale e periferica del ministero è stata sostituita da molti contratti assegnati a persone estranee all’insegnamento lasciando per i ruoli di insegnante precariato. Le regioni con un duplice sistema formativo hanno poi reso più complesso il quadro e sperperato ulteriori risorse.

Molti posti sono stati assegnati solo tanti anni dopo per concorso (come chiede la Costituzione) a dirigenti che già li occupavano prima senza titolo. In molti ministeri si è assistito a ciò, però il ministero della istruzione (via via il termine Pubblica si è perso e non solo con i governi di destra più liberisti!) ha dato il meglio di sé: docenti precari e assenza di dirigenza anche amministrativa nelle scuole sono diventati un reale e grave problema con la legge sull’autonomia e la successiva legge sulla dirigenza negli impieghi statali e quindi anche nella scuola.

Una sinistra (solo di nome spesso!) che ha perso la bussola e che ingannandosi (ed ingannandoci) fra meritocrazia e letture dell’art. 34 della Costituzione sulla parità scolastica, ha continuato l’opera destrutturante dei governi di destra per la scuola statale italiana. Un’opera cominciata anche nelle regioni e comunità locali “di sinistra” fin dagli anni Duemila: leggi sulla parità fra scuole private e scuole statali hanno portato percentuali di risorse economiche a strutture formative diverse dalla scuola statale (vedi anche enti di formazione professionale), spesso senza tener conto dei parametri di riferimento statali nell’assunzione di docenti e dirigenti. In molte regioni anche i fondi europei si sono devoluti alle istituzioni scolastiche pubbliche solo per co-progettazioni!

Se mettiamo in questa analisi la crisi economica dei bilanci statali fuori controllo anche per mancanza in ogni settore di sufficienti e vere analisi di bilancio di ogni struttura (per esempio chi fra i dirigenti si pone il problema di bloccare spese per gli attuali progettifici nelle scuole?) e il narcisismo dei tanti ministri capaci solo di attuare decreti-legge o legislativi per riforme spesso incompiute, si ha un quadro più completo dello sfascio a cui è stata sottoposta la scuola statale italiana. Se poi aggiungiamo a questi problemi le difficoltà scientifiche di ritrovare per l’educazione una bussola per affrontare il mondo attuale e futuro, ampliamo la finestra e ci inonda il caos.

Nei politichesi fra affermazioni e corse per l’occupazione di posti ministeriali si nuota nel caos, quando invece si dovrebbe avere un rispetto maggiore anche qui per le questioni del bilancio pubblico. Speravamo infatti che il Conte 2 fosse composto da pochi ministri, molto bravi per superare le difficoltà di bilancio e capaci di controllare di più le efficienze reali nei vari gangli ministeriali. Suggeriamo di destinare le economie di bilancio delle scuole ad altri capitoli per: investire nell’impiantistica scolastica non ancora a norma e per aumentare le risorse ai contratti nazionali dei professori piuttosto che riassegnarle alle contrattazioni decentrate che con gli attuali progettifici stanno creando docenti di serie A e di serie B, oppure permettendo l’insegnamento di agenti esterni senza un’abilitazione per l’insegnamento! Si crea inoltre la de-professionalizzazione degli insegnanti. Ancora aspettiamo di avere veri controllo di merito delle competenze degli insegnanti e di opportunità e merito per le risorse spese nelle scuole,

Il controllo è solo una parola vuota in Italia, anche perché si confonde troppo spesso il controllore con il controllato, la storia del ponte Morandi docet, ma non solo.

Autore dell'articolo: Amministratore

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