Scoprire la grande Italia lungo i confini delle città

di Tomaso Montanari

Finalmente ha smesso di piovere. Finalmente un sole freddo asciuga le pietre e innalza i nostri cuori. Questi giorni di confine – giorni in cui abbandoniamo senza rimpianti il cadavere del 2019, e ci apprestiamo a sorridere, con speranza ingenua quanto necessaria, al nuovo anno in fasce – sono dunque ideali per dedicare qualche ora alle pietre delle nostre antiche città. Non andate nei musei, però – per carità, tornate a ripararvici quando ricomincerà l’infinito monsone del nostro povero clima cambiato. Ma ora no, non andate a ingrossare gli “sbigliettamenti” festivi che il superdirettore analfabeta di turno sventolerà giulivo di fronte al non meno gonzo intervistatore di regime. No. Rompete la gabbia. E, come diceva quel profeta di civiltà che era Luigi Veronelli, andate a “camminare la città”, a “camminare la campagna”. Anzi: andate a cercare proprio i punti in cui l’una trascolora nell’altra. Quel magico limen, quella soglia dove la città inizia e smette d’esser tale, e dove si fonde, si sposa, si dissolve nella campagna.

Sappiatelo: avrete molte orribili sorprese. È proprio qua che alligna lo sprawl, la moltiplicazione disordinata del cemento: quartieri informi a bassissima densità che a volte mangiano l’intera campagna (come nel Veneto inghiottito dai capannoni), o costruiscono un muro invalicabile di squallore (come quello con cui abbiamo seppellito la dolce campagna romana, per esempio a Tor Vergata). Ma non tutto è perduto, e l’infinita bellezza dell’Italia resiste: e proprio in quella cesura sublime tra città e campagna, troppo spesso fattasi piaga, ancor oggi essa può brillare di un chiarore rigenerante.

L’ho reimparato ancora una volta misurando i pochissimi passi che permettono di salire, dal centro della mia Firenze, in un paesaggio senza paragoni. L’avevo fatto portandomi nello zaino un libro: da leggere una volta arrivato alla mèta, come un premio virtuoso. Ed è questa, davvero, la grandezza unica dell’Italia: non c’è, da noi, angolo così diseredato da non poterne trovare eco nelle voci che, lungo gli anni e i secoli, ci hanno preceduto. Così che ogni passeggiata è anche un dialogo, ogni gita è anche un colloquio con generazioni di donne e uomini ancora vivi nelle loro parole. E doppiamente vivi quando quelle parole siano lette, magari a voce alta in un gruppo di amici, nei luoghi che le ispirarono. Il libro che avevo scelto è uno dei più bei regali di questa stagione editoriale: il primo volume delle Immagini dell’Italia di Pavel Muratov (Adelphi). È il viaggio in Italia di un coltissimo russo, poi divenuto uno dei principali storici dell’arte russa, che arriva da noi nel 1907 e pubblica quindi le sue impressioni tra il 1911 e il 1912: un capolavoro che solo ora Adelphi sta pubblicando in italiano (saranno, alla fine, tre volumi).

Muratov legge Firenze come forse nessuno dei fiorentini di oggi saprebbe fare: il che, tra l’altro, ci rammenta quanto l’immagine dell’Italia, la nostra famosa (ormai famigerata) identità, debba allo sguardo e all’amore degli ‘stranieri’ che questa terra hanno amato quanto e più di noi, che una sorte senza merito ha voluto italiani.

Ebbene, scrive Muratov, “Ci trovavamo nella chiesa di San Niccolò a contemplare l’Assunzione di Alesso Baldovinetti. Quando uscimmo dalla chiesa, il sarcofago fiorito nell’affresco dell’ingenuo Alesso stava sprofondando nell’ombra. Ci ritrovammo in breve oltre le porte della città, ma anziché dirigerci verso San Miniato cominciammo a salire il monte a man destra, seguendo le mura merlate che s’inerpicano verso il pendio. Su un lato l’angusto sentiero era costeggiato da oliveti e in quell’umida serata l’argento del fogliame, asperso di pioggia tiepida, splendeva come un cristallo. Salivamo piano, respirando a pieni polmoni. Inspirando un profumo di ulivi, terra e umidore – il profumo penetrante dell’autunno fiorentino. Le tenebre scendevano quiete sopra di noi. Il giorno smoriva, dissolvendosi in un chiarore sommesso che ammantava ogni cosa: l’etereo nitore del cielo, l’argento degli oliveti, le pietre fradice delle antiche mura. Una sensazione di serafica trasparenza pervase la nostra anima con forza inaudita. … Si sentiva il palpito del cuore, si percepiva come l’amore per Firenze vi penetrasse, per non lasciarlo mai più. In quella tiepida e umida sera di autunno, ai margini della città, il mondo ci si mostrò più luminoso che mai. … L’alito rorido di una simile serata campestre è in grado di ristorare a lungo l’aridità di una troppo assidua confidenza, in musei e gallerie, con la ‘polvere dei secoli’. Firenze vive, e la sua anima non è soltanto nei quadri e nei palazzi, ma comunica con tutti in un idioma semplice, chiaro e familiare. Forse la costante prossimità della campagna è ciò che più piace al viaggiatore russo. … Qui ciò che è semplice non è mai stato volgare, né mai lo sarà”.

Più di 100 anni dopo, quei luoghi sono ancora come li aveva visti e sentiti Muratov: e mentre la volgarità ha inghiottito Firenze e la sua anima, lì, sul confine invisibile tra città e campagna, sentiamo che quell’idioma ci parla ancora, e che tutto questo amore potrebbe ancora avere un futuro. E, salendo lungo le strade percorse da Muratov, viene da rivolgere a ognuno di quegli olivi, a ciascuna di quelle pietre, l’invocazione in cui Vittorio Sereni parafrasava una preghiera della liturgia cattolica: “Ma dimmi una sola parola / e serena sarà l’anima mia”.

Questo articolo è stato pubblicato dal Fatto Quotidiano il 30 dicembre 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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