Lo stato del nostro dolore

di Raffaella Calandra

La stanza del figlio non l’ha mai chiusa. E, in questi anni, lei ha continuato a portarvi la vita da fuori. E i suoi pensieri. Il cane, il gatto. Gli amici. Nel tempo, all’odore di Federico si è mescolata prima l’incredulità e la rabbia, poi la determinazione. Mista a un dolore che «non passa mai e a quel vulcano che continua a bruciare sempre». Nella stanza del figlio, ogni tanto, lei conduce anche le lacrime. Insieme alla ricerca di un nuovo equilibrio. Qui tutto continua a restare sospeso tra il letto, l’armadio, la scrivania. Ed è «con tutto questo dentro, che ho seguito ogni passaggio del caso Cucchi. Direttamente sulla mia pelle», sospira Patrizia Moretti Aldrovandi. La pelle di una mamma, che da quattordici anni piange il figlio, Federico, morto a diciott’anni, al rientro da una festa. Morto dopo un fermo di polizia e un violento pestaggio: 54 lesioni sul corpo. Come fu per Stefano Cucchi. «Ma oggi è già diverso da allora, oggi qualche passo avanti è stato fatto rispetto a quel giorno».

L’attimo che ha travolto tutto ha una data: è il 25 settembre 2005. Quel giorno, lei e il marito, Lino, arrivano all’obitorio di Ferrara. Erano stati chiamati che il sole era già alto da ore. In quel momento, davanti al corpo gonfio, tumefatto e insanguinato di Federico, comincia la battaglia di Patrizia. Che è stata la stessa lotta, innanzitutto di comprensione, di Ilaria Cucchi, di Lucia Uva, di Domenica Ferrulli, di Rudra Bianzino. O ancora di Luciana Rasman. O, se pur in un contesto differente, di Heidi Giuliani, mamma di Carlo, ucciso durante i disordini del G8 di Genova. Storie diverse, ma anche simili, di madri, di sorelle, di figli, di individui che erano nelle mani dello Stato e che, nelle mani dello Stato, sono morti. Famiglie al cui dolore si è aggiunto l’affronto dei pestaggi.

«Per me, come sarà anni dopo per Ilaria Cucchi, tutto è cambiato con la foto di quel corpo», premette Patrizia Moretti. È stata «durissima, ma mostrare quell’immagine è stata una scelta quasi obbligata», ammette. Nella voce è ancora intatto il travaglio di quei giorni. «All’inizio, non volevo farlo, non volevo esporre il corpo di Federico, ma quel ritratto parlava. Raccontava quello che aveva subito. E noi abbiamo toccato con mano che, se non hai il sostegno dell’opinione pubblica, tutto viene facilmente archiviato, dimenticato». Allora, esaurite le parole, Patrizia stampa le fotografie, le mostra nelle piazze di Ferrara, le porta ai cronisti. E ottiene che «i giornali locali allentino il freno» davanti a quei genitori che gridano per il figlio, il figlio morto dopo una festa con gli amici a Bologna, dopo un fermo di polizia e dopo «un’asfissia da posizione»: con il torace schiacciato a terra dalle ginocchia degli agenti.

Sulla stampa, da quel momento in poi, le “brevi” cominciano a diventare trafiletti, poi articoli. La storia diventa così un caso nazionale, anche grazie all’eco del blog che Patrizia, da antesignana, decide di aprire per far conoscere quello che è accaduto a Federico e alla sua famiglia. Scrive lo studioso Marco Belpoliti: «Appena le fotografie si accoppiano alle parole producono un effetto di certezza». Le domande che rischiavano di restare insolute, «una volta abbracciate dall’opinione pubblica, vengono invece acquisite anche dalla giustizia. Nel nostro caso, infatti, le indagini hanno avuto un’accelerazione in una seconda fase», ricostruisce Patrizia Moretti. Una fase terminata nel 2009 con la condanna a tre anni e mezzo di carcere, per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, di quattro poliziotti. La Cassazione conferma tutto, ma, a causa dell’indulto, gli agenti escono di prigione dopo sei mesi. Dopo un anno, sono di nuovo al lavoro. Contemporaneamente, comincia il secondo processo per i depistaggi. «E questo è il principale punto di contatto con il caso Cucchi e il filo conduttore con altri analoghi. Ed è anche il punto su cui è più urgente intervenire, per un cambiamento», scandisce Patrizia mentre scorre il tempo con i pensieri. Va indietro, ai giorni della loro battaglia, mediatica e giudiziaria, e va avanti, a quelli più recenti della determinazione di Ilaria Cucchi.

Quest’ultima ha ascoltato il 14 novembre 2019 il presidente della Corte emettere, in primo grado, condanne a dodici anni per due carabinieri per omicidio preterintenzionale: è il secondo processo celebrato per la morte del fratello. Il dibattimento sui depistaggi si era aperto invece due giorni prima. Tra le parti civili, ci sono anche l’Arma dei carabinieri e i ministeri della Difesa e dell’Interno. «Io ho sentito, invece, quell’assenza. Noi abbiamo provato un grande senso di isolamento e di abbandono. Da questa percezione nasce la scelta della lotta pubblica come unica soluzione», constata Patrizia Moretti. Il baciamano di un maresciallo alla sorella di Stefano Cucchi, nell’aula bunker di Rebibbia, è stato «un gesto estemporaneo, piaciuto» anche a Patrizia, che, ugualmente, ricorda di aver ricevuto «attestati di solidarietà da agenti, ma anche da capi della Polizia e da ministri dell’Interno. Ma poi, basta. Le azioni successive le stiamo ancora aspettando», allarga le braccia.

Ed è qui, in questo snodo del processo di elaborazione del lutto, che si concentra maggiormente la sua rabbia. Al pensiero di quei poliziotti, «nelle cui mani è morto mio figlio», che sono rientrati al lavoro «come se nulla fosse: la condanna non prevedeva l’interdizione dai pubblici uffici e nessun procedimento disciplinare interno è stato mai avviato». Anni dopo, per il caso Cucchi, anche su questo fronte, le conseguenze sono state diverse: l’Arma ha iniziato un iter che potrebbe portare fino alla destituzione dei militari. E già prima, un altro muro era caduto, quello dell’omertà che spesso silenziava molti misfatti consumati all’interno dei corpi militari. Una regola non scritta, protratta nel tempo, ma alla fine infranta. «Per la morte di Federico, nessuno ha mai raccontato qualcosa di diverso da quanto concordato a tavolino», ricorda riferendosi al processo per i depistaggi.

Processo che si è concluso in Cassazione con otto mesi di carcere per uno degli agenti e l’annullamento per prescrizione per un altro. Invece, contro i carabinieri condannati per la morte di Stefano Cucchi sono state messe a verbale soprattutto le accuse di altri carabinieri. Che c’erano, che all’inizio hanno taciuto, ma che alla fine hanno rotto la consegna del silenzio. E denunciato. Questo – stando all’accusa della Procura di Roma – nonostante i tentativi dei graduati di tacere la verità, di modificare la ricostruzione dei fatti. E «l’Arma che si è costituita parte civile e che ha preso le distanze dai reati è un segnale positivo di un’evoluzione, di un percorso culturale in atto», dice Patrizia. Perché, ne è convinta, questa trasformazione dovrebbe iniziare proprio «nelle caserme, fuori dai riflettori». Superando anche alcuni tabù. A cominciare dal fatto che «come mi hanno raccontato molti poliziotti, non è ben visto il ricorso a un supporto psicologico, necessario per gestire l’uso della forza».

Con Ilaria, Patrizia ha condiviso molte cose, oltre allo stesso avvocato, Fabio Anselmo. «Me la presentò la prima volta che venne a Ferrara a parlargli». E con lei, come con altri, si è creata una rete. «Ci siamo incontrati in occasioni pubbliche, abbiamo condiviso le nostre storie. E sono nate anche amicizie, come quella con Lucia Uva», la sorella di Giuseppe, morto a 43 anni nel 2008, dopo essere stato fermato e trattenuto in caserma a Varese. I due carabinieri e i sei poliziotti coinvolti sono stati però assolti, in via definitiva dalla Cassazione, dall’accusa di omicidio preterintenzionale e sequestro. È soprattutto nei momenti più attesi e difficili che il loro reciproco sostegno diventa anche pubblica vicinanza. Così Lucia Uva, per la sentenza d’appello, ha voluto essere in Tribunale a Milano, al fianco di Domenica Ferrulli, la figlia di Michele, il manovale morto d’infarto, dopo un fermo nel 2011. Anche a lei è toccato ascoltare, con sconcerto, la voce del giudice far cadere le accuse per i quattro poliziotti processati. «Avevamo pensato di trasformare questa rete in un’associazione, ma alla fine sono stata io a sottrarmi», quasi si scusa Patrizia, che è la mamma di Federico, ma anche di Stefano. «Non ce la faccio più, ormai scoppio solo a piangere, ho avuto bisogno di sottrarmi alla sfera pubblica. Un tempo, la battaglia all’esterno mi ha dato forza, ora ho bisogno della mia dimensione privata». Di attraversare l’aria sospesa della stanza del figlio.

Questo articolo è stato pubblicato da Il maschile del Sole 24 Ore il 9 gennaio 2020

Autore dell'articolo: Amministratore

2 commenti su “Lo stato del nostro dolore

    Gianni Sartori

    (16 Gennaio 2020 - 17:38)

    IN MORTE DELLA PRIGIONIERA POLITICA CURDA NURCAN BAKIR

    (Gianni Sartori)

    La prigioniera politica Nurcan Bakir (47 anni di età, in carcere da 28 anni e gravemente ammalata) si è tolta la vita in cella per protestare contro la repressione nelle carceri turche e denunciare le condizioni indegne in cui versano i detenuti. Contro la sua volontà Nurcan era stata trasferita dal carcere femminile di Gezbe a quello speciale di Burhaniye, prigione chiusa di tipo T che sorge nei pressi di Mardin (provincia Balikesir, nella regione di Marmara). Una ritorsione – tale trasferimento – per la sua partecipazione allo sciopero della fame di massa indetto l’anno scorso per protestare contro l’isolamento totale imposto al leader curdo Ocalan. Al suo rilascio definitivo mancavano ancora due anni e lei si era quindi rivolta alla Corte di Giustizia Europea per i Diritti Umani affinché, date le sue condizioni di salute, potesse essere rilasciata prima. Nel suo ultimo contatto con familiari (una telefonata del giorno precedente) aveva detto di non voler “tacere di fronte alla repressione”, ma soprattutto di ricordare “ogni notte nei sogni i suoi figli assassinati dal regime”.

    Inizialmente il suo corpo era stato portato all’Istituto di Medicina Forense di Bursa e qui trattenuto in quanto pare mancassero alcuni documenti. Altri problemi dalla direzione del cimitero di Bursa che ha reso problematica (rifiuto di un mezzo di trasporto, proibizione di trasportarlo in aereo) forse in un tentativo di impedirla, la restituzione alla famiglia. Nurkan Bakir verrà sepolta nel villaggio di Kayakdere (nel distretto Omerli di Mardin) dove nel pomeriggio di questo 16 gennaio i suoi parenti si stanno dirigendo trasportandone i resti con i propri mezzi. Seguiti e controllati da uno spiegamento di polizia. Sicuramente le forze dell’ordine cercheranno di impedire che la cerimonia funebre si svolga pubblicamente diventando un momento di lotta e protesta contro Erdogan.

    Gianni Sartori

    Gianni Sartori

    (13 Gennaio 2020 - 10:01)

    QUANDO LO STATO SI AUTOASSOLVE: NESSUN COLPEVOLE PER LA MORTE INGIUSTA DI REMY FRAISSE

    (Gianni Sartori)

    L’8 gennaio i magistrati della corte d’appello di Tolosa responsabili dell’inchiesta sulla morte di Remy Fraisse hanno stabilito che nessuno doveva essere perseguito per il tragico evento. Il giovane militante ecologista – 21 anni – era rimasto ucciso da una granata esplosiva nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2014 mentre protestava contro la costruzione di una diga a Sivens (Tarn). Nonostante le richieste in tal senso degli avvocati della famiglia di Remy, i giudici hanno sostanzialmente evitato di procedere ad una nuova ricostruzione dei fatti e di interrogare il prefetto in proposito. Un “non-luogo a procedere” nei confronti del gendarme responsabile (con cui si confermano e sottoscrivono le conclusioni a cui era giunto il giudice nel gennaio 2018) che chiude definitivamente la possibilità di riaprire il processo. Ai familiari di Remy che già avevano denunciato l’utilizzo di una “justice d’exception” (una giurisdizione sostanzialmente militare) non rimane che ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’Uomo.

    La ZAD de Testet
    Quella che per i pianificatori di Stato è una “Zone d’Amenagement Diffèré” per i militanti ecologisti è “Zone A’ Défendre”, ossia territori (campagne, boschi…il bocage bretone a Notre Dame des Landes, una delle ZAD più conosciute) da sottrarre allo sfruttamento, alla speculazione e al degrado capitalista. Alla ZAD di Testet (Sivens) in quei giorni si svolgevano iniziative pacifiche tra cui un festival di sostegno alla lotta contro il progetto di una diga. Nonostante la prefettura avesse garantito che non vi sarebbe stata la presenza della polizia, nella serata del 25 ottobre 2014 decine di camion della gendarmeria vi fecero irruzione tentando di reprimere l’iniziativa. In un primo tempo da parte delle autorità si cercò di mistificare la morte del ragazzo sostenendo che era deceduto per overdose. In realtà (come avevano poi dovuto ammettere, ma invocando comunque la “legittima difesa”) la causa del decesso era dovuta a una granata antisommossa (“grenades offensives mêlant TNT et gaz lacrymogène”) lanciata da un gendarme e che era esplosa sulla schiena del giovane ecologista.
    Alla notizia della morte di Remy (così simile per certi aspetti a quella di Carlo Giuliani) si erano svolte numerose manifestazioni di protesta. Almeno una trentina in Francia, due a Bruxelles, una a Torino. Manifestazioni che talvolta si erano concluse con duri scontri tra manifestanti e polizia. A Nantes, dove circa un migliaio di persone erano scese in piazza, si contavano una decina di arresti. A Parigi, dove centinaia di persone avevano manifestato indossando dei caschi, gli arresti erano stati una trentina. In una successiva manifestazione – in place Stalingrad – gli arresti arrivavano a 78
    A Rouen veniva occupato un centro di reclutamento della gendarmeria (quattro arresti).
    A Pont-de-Buis (Finisterre) un corteo di centinaia di persone si dirigeva verso la polveriera Nobelsport che fabbrica munizioni utilizzate dalle forze dell’ordine. Anche qui scontri tra polizia e manifestanti con ampio uso di lacrimogeni. Il sabato successivo si era svolta una fiaccolata notturna con un nuovo tentativo di entrare nella polveriera lanciando sassi, bulloni e petardi. Da parte delle guardie si rispondeva con granate lacrimogene e cannoni ad acqua. Nuovi scontri nel pomeriggio del giorno dopo durante un terzo corteo.
    Nei giorni immediatamente successivi alla morte di Remy a Lille si svolgevano almeno quattro manifestazioni non autorizzate al grido “On n’oublie pas, on pense à toi” e anche “l’Etat tue, la lutte continue”.
    A Rouen, alle 4 del mattino, i CRS erano intervenuti smantellando la tendopoli allestita in memoria di Remy in place Foch e allontanandone gli occupanti a colpi di lacrimogeni (agendo in base all’ordinanza emessa dal sindaco “socialista” di Roeun).
    Gianni Sartori

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