In memoria dei sei operai uccisi dalla polizia alle Fonderie Riunite di Modena

di Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

Il 9 gennaio 1950 a Modena si protesta contro i licenziamenti ingiustificati alle Fonderie Riunite. Le forze dell’ordine sparano sulla folla provocando la morte di sei lavoratori: Angelo Appiani, ucciso proprio davanti alle Fonderie; Renzo Bersani, colpito a morte lontano dagli scontri mentre cerca di fuggire; Arturo Chiappelli, raggiunto dai proiettili della polizia vicino alla Fonderia; Ennio Garagnani, colpito a morte lontano dagli scontri; Roberto Rovatti, colpito con i calci dei fucili della celere, gettato in un fosso e finito con un colpo sparato a distanza ravvicinata ed Arturo Malagoli, colpito davanti al passaggio a livello della vicina ferrovia.

Così Marisa Malagoli Togliatti, figlia adottiva di Palmiro Togliatti e Nilde Iotti e sorella di Arturo, ricorderà anni dopo l’accaduto: “Il giorno in cui venne ucciso, ricordo che io tornavo a piedi da scuola con mia sorella Renata. Era un giorno bello ma freddo. Da lontano cominciammo a renderci conto che era successo qualcosa, c’era la polizia e quando fummo vicine alla casa sentimmo le urla e il pianto di mia madre. Il giorno dopo, c’era una nebbia terribile, fummo tutti portati in auto (e quello era già un evento, all’epoca le macchine erano una rarità) all’obitorio dell’ospedale di Modena. La scena mi è rimasta impressa: il corpo di mio fratello, il sangue dappertutto, per terra e sul lenzuolo, gli altri morti”.

Racconta ancora Marisa: “Togliatti, venuto a Modena in seguito all’eccidio, decise con Nilde Iotti di aiutare una delle famiglie coinvolte. La scelta cadde su di noi. Il tramite fu l’onorevole Gina Borellini, una partigiana medaglia d’oro alla Resistenza, che in guerra aveva perso un arto. Anche dietro spinta dei miei fratelli e delle mie sorelle, fu stabilito, con una specie di accordo reciproco, che io andassi a Roma a studiare. Quello dello studio era un mito dei miei fratelli che non avevano potuto andare oltre la quinta elementare: erano consapevoli che andare a scuola era il mezzo per cambiare la propria condizione. L’idea che io potessi studiare fu anche di incentivo per mia madre che era restia a lasciarmi andare. In realtà, l’allontanamento è poi stato relativo, sono sempre stati mantenuti molti contatti, sia perché io tornavo regolarmente a Modena, sia perché qualcuno della mia famiglia veniva a Roma. Da allora ho vissuto sempre con Palmiro Togliatti e Nilde Iotti. Prima che io compissi i diciotto anni, Togliatti, riuscì, con un’azione legale, a darmi il suo cognome. Infatti io mi chiamo Malagoli Togliatti. La scelta era caduta su di me perché io ero la più piccola e avevo appena cominciato la scuola, ero in prima elementare. Fui certamente privilegiata. In ogni caso, i rapporti tra le due famiglie sono rimasti sempre molto stretti Anzi, paradossalmente, per Nilde, specie dopo la morte di Togliatti, i Malagoli sono stati quasi l’unica famiglia di riferimento”.

A Modena subito dopo l’eccidio accorrono insieme a Togliatti e Di Vittorio i vertici nazionali del Pci, del Psi, della Cgil. Dirà Palmiro Togliatti il giorno dei funerali: “Voi chiedevate una cosa sola, il lavoro, che è la sostanza della vita di tutti gli uomini degni di questo nome. Una società che non sa dare lavoro a tutti coloro che la compongono è una società maledetta. Maledetti sono gli uomini che, fieri di avere nella mani il potere, si assidono al vertice di questa società maledetta, e con la violenza delle armi, con l’assassinio e l’eccidio respingono la richiesta più umile che l’uomo possa avanzare; la richiesta di lavorare. E’ stato detto che questo stato di cose deve finire. E’ stato detto: basta! Ripetiamo questo basta, tutti assieme, dando ad esso la solennità e la forza che promanano da questa stessa nostra riunione. Ma dire basta, non è sufficiente, perché gli assassinii e gli eccidi si succedono come le note di una tragedia, in modo tale che non ha nessun precedente nel nostro paese, e che tutti riempie di orrore. Non è sufficiente dire basta, dobbiamo impegnarci a qualche cosa di più. Noi vogliamo la pace sociale e la pace tra i popoli. Anche a questo governo ed agli uomini che lo dirigono abbiamo offerto e chiesto una politica di distensione e dì pace. A milioni di lavoratori che appoggiavano questa nostra offerta e richiesta, si è risposto con le armi da fuoco, con l’assassinio, con l’eccidio. Non possiamo non tener conto di questa risposta. E’ di fronte ad essa che dobbiamo assumerci un nuovo impegno” (leggi tutto).

Ai funerali, l’11 gennaio, l’Unità invia il poeta e scrittore Gianni Rodari, allora giovane cronista. Scriverà Rodari nell’articolo 300.000 lavoratori ai funerali delle sei vittime: “La città gloriosa, ammutolita dal dolore e stretta intorno ai suoi assassinati del 9 gennaio si è riempita stamani di passi pesanti che popolavano le sue strade, le sue piazze […] I sei avevano l’espressione contratta del dolore e dello spaventoso stupore in cui li sorprese la morte. Caduti allineati l’uno a fianco dell’altro nelle bare avvolte in bandiere. I tre ragazzi di 20 anni sembravano ancora vivi e la terribile espressione dei loro volti sembrava dovuta ad un sogno angoscioso e passeggero… Sulle fotografie i volti sembravano anche più giovani. Garagnani e Malagoli avevano una luce quasi infantile”.

“Le bare – prosegue Rodari – erano portate a spalla da operai, ferrovieri tramvieri, braccianti. Su ognuna di esse un modesto cartello col nome e l’età del caduto: Appiani Angelo, anni 20; Bersani Renzo, anni 21; Garagnani Ennio, anni 21; Chiappelli Arturo, anni 43; Malagoli Arturo, anni 21; Rovatti Roberto, anni 36. Niente altro. Da tutti i muri della città le fotografie dei caduti rispondevano a quei cartelli. Dietro le bare camminavano i familiari composti nell’atroce dolore, Alcuni di loro, poche ore dopo la morte dei loro cari, sono intervenuti al comizio di protesta a cui ha partecipato tutta la città, e solo la parola «eroismo» può definire questa capacità di fondere un dolore personale alla grande voce di una protesta collettiva”.

Tuonerà una settimana più tardi dalle colonne di «Lavoro» Giuseppe Di Vittorio: “Si noti che tutti questi lavoratori sono stati uccisi unicamente perché chiedevano di lavorare, gli uni sulla terra incolta, gli altri nella fabbrica serrata […]. I lavoratori sono stanchi di piangere i loro morti e non sono affatto disposti a lasciar soffocare nel sangue i loro bisogni di lavoro o di vita. La Cgil con la sua forza e il suo prestigio è riuscita sinora a contenere in limiti normali la protesta popolare contro gli eccidi. Ma la storia insegna che, al di là di un tale limite, nessuna forza umana può garantire i confini entro i quali possa essere contenuta una collera popolare lungamente compressa. Questo è il monito che viene da Modena”.

Un monito, una tragedia che la città, 70 anni dopo, non dimentica. Giovedì 9 gennaio, anniversario dell’eccidio, alle ore 18 presso AGO Modena Fabbriche Culturali (Largo Porta Sant’Agostino, 228 e via Berengario 20) verrà inaugurata la mostra fotografica “9 gennaio 1950 – 9 gennaio 2020: la memoria della città” che rimarrà aperta fino all’8 marzo (orari apertura: mercoledì, giovedì, venerdì ore 15-18; sabato e domenica ore 10-13 e 15-18).

Al mattino i segretari di Cgil Cisl Uil Manuela Gozzi, William Ballotta e Luigi Tollari, unitamente alle autorità cittadine, deporranno delle corone di alloro in memoria dei 6 operai morti sotto i colpi della polizia durante lo sciopero generale proclamato dalla Camera del lavoro per chiedere la riapertura della fabbrica, contro la serrata e i licenziamenti massicci decisi dalla direzione delle Fonderie. Radio Articolo 1 ha dedicato la rubrica “Buona Memoria” di oggi alle vittime dell’eccidio.

“I fatti del 9 gennaio 1950 – ricordano Cgil Cisl Uil Modena in una nota unitaria – per la loro drammaticità segnano il culmine di un clima conflittuale nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro in provincia di Modena e in tutto il paese nel primo decennio del dopoguerra, segnano la sproporzione tra la brutale repressione e la richiesta di libertà e democrazia avanzata a gran voce dalle lavoratrici e dai lavoratori modenesi. Anche con il sacrificio di quelle vite umane e con quella dura stagione di lotte per i diritti, si avviò il difficile cammino della costruzione della democrazia industriale e del civile convivere democratico nella nostra provincia”.

Una bella canzone ricorda quei fatti.

Questo articolo è stato pubblicato da Fortebraccio – Blog indipendente di informazione sindacale il 9 gennaio 2020

Autore dell'articolo: Amministratore

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