I nazipopulisti sconfitti alle elezioni dell’Emilia Romagna

di Bruno Giorgini

I nazional populisti (d’ora in poi sincopati in nazipopulisti) guidati dalla Lega tracotante di Salvini, percorsi da brividi di febbre fascista, hanno tentato l’invasione dell’Emilia “rossa” per occuparla. Ma sono rimasti scornati, perdendo le elezioni 51 a 43. Così la racconta Fausto Anderlini: “La scudisciata della Via Emilia, grande madre regionale, splendida metropoli civica, lascia il segno sulle chiappe dei balordi calati dalle plaghe irredente del lombardo – veneto.”

Sette capoluoghi di provincia su nove vedono la vittoria ampia del centrosinistra variamente inteso e coniugato. Soltanto ai margini e sui confini Piacenza e Ferrara si schierano con i leghisti. Se si guardano le province in intero Piacenza, Ferrara, Parma e Rimini votano in maggioranza Salvini, per interposta Lucia Borgonzoni la candidata ufficiale, mentre Modena, Reggio, Ravenna, Forlì- Cesena, e Bologna sostengono il Presidente Bonaccini, Il segno è inquivocabile, la città, la civiltà urbana, rende liberi.

La vittoria a Bologna è eclatante: 60 a 30. Una differenza che in voti diventa di 132.776 unità. Se si pensa che il divario globale in termini di voti si conta in 181.209 mila voti in più per Bonaccini, si capisce quanto i voti bolognesi abbiano contribuito alla sconfitta di Salvini.

Quando con Amalia siamo usciti di casa per andare al seggio, eravamo un poco claudicanti, ingobbiti: pensavamo che i nazipopulisti avrebbero perso epperò fin dalla prima mattina giungevano voci di sondaggi, quelli che non dovrebbero esserci ma che si fanno comunque, indicanti un testa a testa (gli ottimisti), o la sconfitta del candidato di centrosinistra (i pessimisti). Avevamo un bel dirci che era una guerra psicologica attivata dalla bestia salviniana, ma un dubbio e una inquietudine, ci prendevano comunque.

Arrivando alle scuole dove si vota ci siamo raddrizzati. In una folla di persone, signore anziane e anzianissime col bastone e in sedia a rotelle, i figli e le nuore, i nipoti tutti in fila in attesa del proprio turno. Se si sono mosse anche le centenarie significa che vinciamo, ci siamo detti infine ridendo, queste non sono qua per votare Salvini. Che è un maleducato, intendiamo da un gruppo di amiche.

Il percorso che conduce alla vittoria elettorale del 26 gennaio comincia il 14 novembre dell’anno passato, quando nascono le sardine. Alle sette di sera siamo in Piazza Grande, sull’avviso di un messaggio che corre in rete: Salvini si riunisce coi suoi al Palasport, che ha una capacità di oltre cinquemila persone. Noi saremo sul Crescentone almeno in seimila, stretti come sardine. Venite.

Le persone aumentano a vista d’occhio, verso le nove dieci dodicimila, che crescono fino a quindicimila almeno. Una piazza in silenzio, benedetto silenzio, che non devi sgolarti in slogan spesso demenziali e/o scontati, quando tu poi non sai quale urlare tra i tanti, e senza cartelli, banderuole, parole d’ordine scritte, che anche qui: spesso non sai dietro quale metterti. Così qua puoi startene zitto e fermo conversando in pace, se vuoi, coi tuoi vicini. Tutto è rilassato, semplice, senza sforzi o stridii. L’unica colonna sonora essendo Lucio Dalla, in particolare “com’è profondo il mare”, e se proprio cantare in coro si deve ebbene vada per Bella Ciao, che piace un po’ a tutti, seppure io preferisca “fischia il vento, urla la bufera”. Un silenzio che non è assenza ma potenza, dei corpi presenti e inamovibili. Da lì le sardine diventano una presenza permanente in regione. Partecipando e pesando sulla vittoria elettorale.

Il 7 dicembre Bonaccini convoca un comizio in Piazza Maggiore. Da almeno diecianni, forse più, nessun politico si era mai esibito da un palco in un pubblico comizio dentro quella grande, e a suo modo gloriosa, piazza. Ci vado. La piazza è piena. Con bandiere del PD, non troppe. Prima dell’oratore si esibiscono sul palco varie persone, compaiono dei video, suonano delle musiche, sul modello della politica spettacolo, ma senza il coraggio di andare fino in fondo: un’americanata senza americani. Quindi arriva Bonaccini – era ora – e mi stupisce. Il nostro parla con accenti di verità, non indulge in vuota retorica, salvo un paio di scivoloni ma in oltre un’ora di comizio ci stanno. Enuncia un progetto riformista moderato ma col pregio del possibile e del concreto. Insomma è Bonaccini, il Presidente della Regione che si ricandida, ma senza darla a bere. E senza arroganza.

Nel fascio di traiettorie che ho cercato di raccontare, manca un percorso politico proprio e autonomo delle classi subalterne. Dopo la scomparsa del PCI e del PSI, che dagli inizi del ‘900 avevano lavorato a costruire una rappresentanza politica del proletariato, riuscendoci almeno in parte, nessun altro soggetto politico si è assunto quest’onere (e onore). Il vuoto di rappresentanza politica delle classi subalterne ha alcune conseguenze. La prima attiene una mancanza di democrazia perché laddove alcuni dei protagonisti della vita sociale non hanno accesso coi loro bisogni, interessi e desideri alle sedi istituzionali di decisione politica, la democrazia è zoppa.

La democrazia intesa nel senso della nostra Costituzione, che prevede la partecipazione di entità collettive alla vita pubblica. Nè mi si dica che c’è pur sempre il sindacato, perché questa forza nulla ha a che vedere con un partito di classe. La seconda conseguenza è un vuoto di coscienza di classe, che non è questione individuale ma collettiva. Oggi con tutto quel che accade nel mondo del lavoro subordinato e sfruttato, di coscienza di classe c’è bisogno quanto dell’aria per respirare, se si vuole almeno affrontare la questione della riunificazione del lavoro salariato e subordinato. E praticare la lotta allo sfruttamento e all’alienazione capitalistica. La lotta per i diritti del lavoro.

Si è vinta una battaglia elettorale ma la lotta continua. Come sapevamo, sappiamo e sapremo. La Bologna delle sardine di Mattia, delle Cucine Popolari inventate da Roberto Morgantini, della carità sociale di Don Matteo Zuppi e di frate Benito Fusco, dei centri sociali e delle mille altre iniziative politico sociali d’eguaglianza, libertà e fraternità, è mobilitata ogni giorno si può dire ventiquattro ore su ventiquattro. Questo la rende bella e piena di vita. Salvini e i suoi sarebbero veramente stati fuori posto.

Questo articolo è stato pubblicato da Inchiesta Online il 27 gennaio 2020

Autore dell'articolo: Amministratore

1 commento su “I nazipopulisti sconfitti alle elezioni dell’Emilia Romagna

    Gianni Sartori

    (30 Gennaio 2020 - 23:27)

    REVISIONISMO STORICO IN SALSA VENETA?

    Qualcosa del genere l’aveva già detto la Mussolini parlando della Libia. Magari potevamo aspettarcelo da Berlato o dalla Donazzan. Ma Zaia?!? Quello simpatico, piacione, garbato, dialogante… (almeno se paragonato a Salvini)? Ebbene sì!

    Delle due l’una. O di Storia non ci capisce una beata mazza oppure “annusa” il vento che tira. Più che una “gaffe orrenda”, un lapsus rivelatore. Revisionismo in salsa veneta, questa ci mancava.

    Anche se poi hanno cercato di cancellarlo, il post *– opportunamente salvato – rimane a futura memoria. Secondo il governatore leghista, il contingente militare inviato da Mussolini a combattere insieme ai nazisti contro l’Unione sovietica vide “sacrificare vite per ideali di libertà e democrazia”.

    Credo proprio che i miei tre zii – coscritti, non certo volontari – che vennero spediti sul fronte orientale (oltretutto malamente equipaggiati) ne avrebbero fatto volentieri a meno. Uno soltanto si salvò, ma rimase gravemente segnato dalla disastrosa ritirata. Due non tornarono più. Uno di loro, Danilo Sartori, ancora nel 1940 era stato arruolato e spedito (obtorto collo, beninteso) all’attacco della Francia, già messa in ginocchio dai nazisti. Da lì scriveva a mia nonna (conservo le lettere) raccontando del freddo, dei congelamenti (calzature e abiti inadeguati alle alte quote delle Alpi occidentali) e anche dei “fischi delle marmotte” che lui non aveva mai sentito prima. Poi di colpo, dopo una pausa di silenzio, altre lettere ricominciarono ad arrivare, ma dalla Grecia, la nuova “avventura” del Duce. Dopo la guerra mia nonna seppe che i treni erano passati anche per Vicenza (da Torino diretti verso Trieste) e per tutta la vita raccontava con rimpianto che “se lo avessi saputo sarei corsa in stazione per rivederlo almeno un’altra volta”. In realtà, ma a mia nonna questo non l’avevo mai detto, pare che i vagoni venissero chiusi ermeticamente con grossi lucchetti per impedire fughe e diserzioni.

    Compresa l’antifona, mio padre – fratello più giovane di Danilo – prima si rese irreperibile, poi andò a integrarsi nella brigata partigiana “Silva”.

    Si calcola che dei duecentomila inviati in Russia dal regime fascista (prima con il Csir, poi con l’Armir) ne siano tornati poco più di diecimila. Circa centomila quelli caduti in battaglia, morti congelati o comunque dispersi (in gran parte durante la disastrosa ritirata). Non si conosce invece il destino di altri settantacinquemila e non ci sono cifre precise su quanti siano stati catturati e fatti prigionieri. Particolare non secondario, furono soprattutto i giovani veneti (tradizionalmente arruolati negli alpini) quelli maggiormente decimati dalle velleità imperialistiche del Duce.

    Numerosi sopravvissuti alla Russia entreranno poi nella Resistenza e solo alcuni sciagurati aderirono alla Repubblica di Salò. Come Giulio Bedeschi (autore di “Centomila gavette di ghiaccio”, “Nikolajewka: c’ero anch’io” etc.) già federale di Forlì e poi comandante della XXV Brigata Nera “Arturo Capanni” responsabile di rastrellamenti, torture ed esecuzioni sommarie nell’Alto vicentino.

    Ora Zaia ci viene a insegnare che gli alpini in Russia sarebbero morti per la democrazia e la libertà.

    E lo fa citando non il Bedeschi – a lui sicuramente più congeniale – ma addirittura il “nostro” Mario Rigoni Stern che dalla Russia ritornò disgustato, divenne antifascista (a lungo prigioniero per essersi rifiutato di aderire a Salò) e pacifista fino alla fine dei suoi giorni (vedi qui un’intervista che ebbi l’onore di realizzare

    http://www.arivista.org/?nr=322&pag=40.htm **.

    Tra l’altro Mario solidarizzò pubblicamente con le lotte del presidio “No Dal Molin” contro l’ennesima base statunitense a Vicenza. Quella base alla cui inaugurazione, forse l’unico tra i politici veneti di qualche spessore, Zaia partecipò entusiasticamente. Per la serie “paroni a casa nostra”, ma soltanto se gli USA ce lo consentono.
    Gianni Sartori

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