Portoscuso, meglio un cancro che un disoccupato in casa

di Stefano Deliperi

Il 6 dicembre 2019 la Giunta regionale sarda ha chiuso positivamente con condizioni, il procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.) relativo al “Progetto di ammodernamento della raffineria di produzione di allumina ubicata nel Comune di Portoscuso, ZI Portovesme (CI)” da parte della Eurallumina s.p.a.

Si tratta della terza variante del progetto, dopo le prime due del 2015: l’attuale versione del progetto non prevede più una nuova centrale a carbone, ma un vaporodotto in collegamento con l’esistente centrale elettrica ENEL. Conseguentemente, sta per aumentare il già pesante inquinamento a Portoscuso e nelle aree vicine.

Al diavolo tutte le critiche, le proposte alternative, i tentativi quantomeno per contenere il drammatico inquinamento, la multinazionale Rusal, classe politica regionale, sindacati, maestranze hanno chiuso il cerchio: si riprende la produzione primaria dell’alluminio con un processo industriale fuori mercato e disastroso sul piano ambientale e sanitario.

Il progetto per la riapertura dell’Eurallumina. Il progetto prevedeva in origine la realizzazione e l’esercizio di una centrale termica cogenerativa alimentata a carbone (potenza 285 MWh), poi sostituita da un vaporodotto in collegamento con l’esistente centrale elettrica ENEL, e una serie di opere connesse, fra cui l’ampliamento fino a un’altezza di mt. 46 (oggi sono 26,5) del bacino dei “fanghi rossi”, le scorie della lavorazione della bauxite, dall’agosto 2009 in buona parte sotto sequestro preventivo nell’ambito di un procedimento penale per gravi reati ambientali.

Con la ripresa della produzione di alluminio primario, centinaia di operai (357 addetti diretti + circa 100 addetti nell’indotto) riprenderebbero il lavoro.

Questo avverrà con l’utilizzo di cospicui fondi pubblici stanziati dal Ministero per lo sviluppo economico, “un contributo complessivo di 83 milioni di euro, di cui fino a 16 a fondo perduto, a fronte di un investimento complessivo previsto dall’impresa di circa 160 milioni di euro” (accordo 2 marzo 2018).

L’attuale situazione ambientale e sanitaria

l’intero territorio comunale di Portoscuso rientra nel sito di interesse nazionale (S.I.N.) per le bonifiche ambientali del Sulcis-Iglesiente-Guspinese (D.M. n. 468/2001). [1] I siti di interesse nazionale, o S.I.N. rappresentano delle aree contaminate molto estese classificate fra le più pericolose dallo Stato. Necessitano di interventi di bonifica ambientale del suolo, del sottosuolo e/o delle acque superficiali e sotterranee per evitate danni ambientali e sanitari.

I S.I.N. sono stati definiti dal decreto legislativo n. 22/1997 e s.m.i. (decreto Ronchi) e nel D.M. Ambiente n. 471/1999, poi ripresi dal decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i. (Codice dell’ambiente), il quale ne stabilisce l’individuazione “in relazione alle caratteristiche del sito, alla quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, al rilievo dell’impatto sull’ambiente circostante in termini sanitari e ecologici nonché di pregiudizio per i beni culturali e ambientali”. Caratteristica fondamentale relativa alle aree ricadenti nei S.I.N. è la necessità che i carichi inquinanti diminuiscano anziché aumentare.

Fin d’ora, la situazione ambientale/sanitaria dei residenti di Portoscuso, in particolare della fascia infantile, è già al limite del collasso.

Nel gennaio 2012 (nota stampa ASL n. 7 del 23 gennaio 2012) così avvertiva un comunicato stampa dell’A.S.L. n. 7 di Carbonia, in seguito a comunicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità e del Ministero dell’ambiente: “si ritiene necessario informare la popolazione di Portoscuso di fare in modo di differenziare la provenienza dei prodotti ortofrutticoli da consumare per la fascia di età dei bambini da 0 a 3 anni. Occorre perciò fare in modo che in questa fascia di età non siano consumati esclusivamente prodotti ortofrutticoli provenienti dai terreni ubicati nel Comune di Portoscuso”.

Già nel 2008 l’Università di Cagliari (Dipartimento Sanità pubblica, Medicina del lavoro) nel corso di una ricerca (Plinio Carta, Costantino Flore) affermò chiaramente la sussistenza di deficit cognitivi in un campione di bambini di Portoscuso, dovuto a valori di piombo nel sangue superiori a 10 milligrammi per decilitro (vds. “Environmental exposure to inorganic lead and neurobehavioural tests among adolescents living in the Sulcis-Iglesiente, Sardinia” in Giornale italiano di medicina del lavoro ed ergonomia, 15 aprile 2008.

La letteratura medica, infatti, indica un’associazione inversa statisticamente significativa tra concentrazione di piombo ematico e riduzione di quoziente intellettivo, corrispondente a 1.29 punti di QI totale per ogni aumento di 1 µg/dl di piomboemia (sulla tossicità del piombo vds. http://www.phyles.ge.cnr.it/htmlita/tossicitadelpiombo.html). Secondo studi più recenti, per ogni aumento di 5 microgrammi (mcg) di piombo per decilitro di sangue si perdono 1,5 punti di quoziente intellettivo, in base ai dati raccolti in una ricerca svolta da un’equipe della Duke University (U.S.A.) e pubblicati sul Journal of American Medical Association (Association of Childhood Blood Lead Levels With Cognitive Function and Socioeconomic Status at Age 38 Years and With IQ Change and Socioeconomic Mobility Between Childhood and Adulthood, Aaron Reuben, Avshalom Caspi, Daniel W. Belsky, e altri, 28 marzo 2017) condotta su un campione di 565 neozelandesi.

Il Rapporto S.E.N.T.I.E.R.I. – studio epidemiologico, Ministero della salute, S.I.N. Sulcis-Iglesiente-Guspinese (2012) ha evidenziato un pesantissimo rischio per la salute, fra cui un “rischio osservato di circa 500 volte l’atteso … per tumore della pleura” fra i lavoratori del settore piombo-zinco (Enirisorse, ex Samin), “un incremento di mortalità per tumore del pancreas” fra i lavoratori del settore alluminio (Alcoa), mentre fra i “produttori di allumina dalla bauxite (Eurallumina) la mortalità per tumore del pancreas e per malattie dell’apparato urinario è risultata in eccesso”.mai è la stessa catena alimentare a esser pesantemente interessata.

La Direzione generale dell’Azienda USL n. 7 di Carbonia aveva reso noto (nota prot. n. PG/201416911 dell’11 giugno 2014) che “gli esiti” dei monitoraggi condotti con la stretta collaborazione dell’I.S.P.R.A. e dell’Istituto Superiore di Sanità hanno portato alla “richiesta al Sindaco del Comune di Portoscuso di adozione di provvedimenti contingibili e urgenti che al momento consistono in:

  • divieto di commercializzazione/conferimento del latte ovicaprino prodotto da sette allevamenti operanti sul territorio comunale con avvio a distruzione presso impianto autorizzato;
  • divieto di movimentazione in vita e di avvio a macellazione dei capi allevati presso le attività produttive del territorio, nelle more della effettuazione di verifiche mirate sulla eventuale presenza di diossina nelle carni;
  • permane il divieto di raccolta dei mitili e dei granchi nel bacino di Boi Cerbus;
  • permane divieto di commercializzazione e raccomandazione di limitazione del consumo di prodotti ortofrutticoli e vitivinicoli prodotti nel territorio”.

In poche parole, di fatto a Portoscuso non si può vendere il latte ovicaprino né fare allevamento ovicaprino, non si possono raccogliere mitili e crostacei, non si possono vendere frutta, verdura e vino, chi li consuma lo fa a rischio e pericolo. In poche parole, a Portoscuso il comparto agro-alimentare è morto.

Recenti analisi I.S.P.R.A. e consulenze peritali svolte nell’ambito del procedimento penale n. 10117/2010 R.N.R. (n. 7207/11 G.I.P.) hanno evidenziato una gravissima compromissione del suolo, delle falde idriche e dell’ambiente in generale determinata dalla presenza del c.d. bacino dei fanghi rossi, contenente gli scarti della lavorazione della bauxite dell’Eurallumina s.p.a. e contenente elevatissime concentrazioni di arsenico (110 volte il limite tollerabile per le acque sotterranee), cromo esavalente (32 volte superiore al limite), fluoruri, alluminio, mercurio. [2]

La relazione di monitoraggio ambientale 2014 dell’A.R.P.A.S. indica chiaramente che la situazione ambientale e sanitaria di Portoscuso è già un inferno sulla Terra: i dati sul livello di inquinamento della falda che corre sotto l’area industriale di Portovesme indicano elevatissime concentrazioni di sostanze nocive, spiccano il cadmio (30mila volte sopra soglia), ma anche l’arsenico, l’alluminio, il fluoro, il piombo.

Le inascoltate proposte alternative

Sistematicamente l’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha inviato atti di intervento nel procedimento di V.I.A., formalizzando, fra l’altro, una proposta alternativa fin dal maggio 2016 presentata pubblicamente, ma colpevolmente snobbata da anni da amministrazioni pubbliche, aziende, sindacati: sarebbe quantomeno da verificare concretamente la possibilità della trasformazione del polo dell’alluminio primario di Portoscuso in polo dell’alluminio riciclato, che permetterebbe la salvaguardia dei posti di lavoro, infinitamente minori consumi energetici e, soprattutto, infinitamente minori impatti ambientali e sanitari.

L’alluminio, infatti, è materiale completamente riciclabile e riutilizzabile all’infinito per la produzione di oggetti anche sempre differenti. L’Italia (insieme alla Germania) è oggi il terzo Paese al mondo per la produzione di alluminio riciclato, dopo gli Stati Uniti e il Giappone. Attualmente ben il 90% dell’alluminio utilizzato in Italia (il 50% nel resto dell’Europa occidentale) è alluminio riciclato e ha le stesse proprietà e qualità dell’alluminio originario: viene impiegato nell’industria automobilistica, nell’edilizia, nei casalinghi e per nuovi imballaggi.

La raccolta differenziata, il riciclo e recupero dell’alluminio apportano numerosi benefici alla Collettività in termini economici perché il riciclo dell’alluminio è un’attività particolarmente importante per l’economia del nostro Paese, storicamente carente di materie prime, in termini energetici, perché permette di risparmiare il 95% dell’energia necessaria a produrlo dalla materia prima [3], nonché sotto il profilo ambientale in quanto abbatte drasticamente le emissioni inquinanti e necessità di molte meno risorse naturali.

Nel 2016 in Italia sono state recuperate ben 48.700 tonnellate di alluminio, il 73,2% delle 66.500 tonnellate immesse nel mercato nello stesso anno: così sono state evitate emissioni inquinanti pari a 369 mila tonnellate di CO2 ed è stata risparmiata energia per oltre 159 mila tonnellate equivalenti petrolio (dati Consorzio Italiano Imballaggi Alluminio – CIAL, 2017). La totalità dell’alluminio attualmente prodotto in Italia proviene dal riciclo. I trend confermano l’Italia al primo posto in Europa con oltre 927 mila tonnellate di rottami riciclati (considerando non soltanto gli imballaggi).

Oggi nel nostro Paese operano dodici fonderie che trattano rottami di alluminio riciclato, con una capacità produttiva globale di circa 808 mila tonnellate di alluminio secondario (2015), un fatturato complessivo di oltre 1,87 miliardi di euro e circa 1.600 lavoratori occupati nel settore. Non solo. Esistono metodologie industriali per recuperare i metalli dai fanghi rossi, diminuendone drasticamente i volumi. Di particolare interesse è il recupero dei c.d. metalli rari, come lo scandio.

“La Fabbrica dei Metalli (metodologia industriale sviluppata dalla società Ecotec di Cagliari-Macchiareddu, n.d.r.), mediante un processo integrato riassume, organizza e ottimizza processi industriali, esistenti e più che collaudati, e li integra con i propri processi innovativi in linea con le direttive dell’Unione Europea per la promozione della cosiddetta Economia Circolare e permette sia il trattamento dei Fanghi Rossi abbancati sia quelli di nuova produzione. Quest’ultima possibilità permetterebbe, con l’impianto opportunamente dimensionato, il trattamento dei fanghi rossi derivanti dal riavvio delle attività produttive dell’Eurallumina minimizzando la produzione di rifiuti riducendo, o addirittura azzerando, la dipendenza dalla discarica.”

Potrebbero esser trattate fino a 200 mila tonnellate di fanghi rossi all’anno. La proposta industriale virtuosa non ha avuto alcun riscontro da parte della società russa Rusal (leader mondiale della produzione dei c.d. metalli rari), proprietaria dell’Eurallumina, ma anche da parte di Stato e Regione autonoma della Sardegna, che potrebbero e dovrebbero vincolare fondi pubblici e autorizzazioni alla diminuzione dei già pesantissimi carichi inquinanti.

E quindi? Se la Sardegna abbandonasse una volta per tutte gli incubi industriali da obsoleto kombinat sovietico, ne avremmo vantaggi ambientali, sanitari ed energetici per tutti, compresi quei 200 operai che per dieci anni hanno battuto i caschetti per terra e beneficiano dei soldi della cassa integrazione.

Potrebbero tornare finalmente a lavorare senza avvelenare i propri figli. Magari potrebbe essere un valido argomento. Nessuna risposta è giunta alle proposte alternativa da parte di sindacati, amministrazioni pubbliche, Chiesa, associazionismo, forze politiche, nemmeno da parte di quel Movimento 5 Stelle che alle ultime elezioni politiche (2018) ha sbancato il Sulcis-Iglesiente e Portoscuso in particolare (44,68% dei voti).

Quel silenzio che consegna bambini e adulti a un nuovo bombardamento di inquinamento. Evidentemente costoro pensano che sia meglio un cancro che un disoccupato in casa e non vogliono nemmeno pensare ad alternative che permettano un lento ma positivo risanamento ambientale e sanitario. E tutto questo a spese pubbliche, fino alla prossima consueta crisi industriale e occupazionale.

Note

  • [1] In realtà da trent’anni sono disponibili piani e risorse finanziarie per le bonifiche ambientali: il piano di disinquinamento per il risanamento del territorio del Sulcis – Iglesiente (D.P.C.M. 23 aprile 1993), sulla base della dichiarazione di zona ad alto rischio ambientale (D.P.C.M. 30 novembre 1990, legge regionale n. 7/2002), ed il successivo accordo di programma attuativo (D.P.G.R. 3 maggio 1994, n. 144) hanno in gran parte beneficiato economicamente le medesime industrie responsabili dello stato di inquinamento dell’area. L’obiettivo era quello del disinquinamento e del risanamento ambientale. Obiettivo, a quanto pare, miseramente fallito.
  • [2] Vds. “Eurallumina, l’accusa: ‘Un inferno di veleni sotto il bacino dei fanghi rossi'”, di Piero Loi su Sardinia Post, 1 maggio 2016; ” “Veleni nella falda per tre secoli”, di Veronica Nedrini, su L’Unione Sarda, edizione del 9 maggio 2016, e “Il mistero delle analisi interne”, di Veronica Nedrini, su L’Unione Sarda, edizione del 10 maggio 2016.
  • [3] la produzione di un kg. di alluminio di riciclo ha un fabbisogno energetico (0,7 kwh) che equivale solo al 5% di quello di un kg. di metallo prodotto a partire dal minerale (14 kwh).

Stefano Deliperi è il portavoce del Gruppo d’Intervento Giuridico onlus. Questo articolo è stato pubblicato dal Manifesto Sardo il 16 dicembre 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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