Dio è donna e si chiama Petrunya

di Maria Luigia De Palma

La protagonista della storia raccontata nel film è Petrunya: 32 anni, single, laureata in storia in un paese che sembra non sa che farsene di quella laurea, disoccupata da sempre che vive ancora con i suoi genitori nella città di Stip, un posto ai confini del mondo in Macedonia. Un paese ripiegato e aggrappato alle proprie tradizioni che non sembra far nulla per progredire, noto alle cronache per le infinite polemiche con la Grecia per quel nome così ambito che rimanda a una grandezza antica come la figura del condottiero Alessandro il Grande.

Petrunya consapevole di essere fuori luogo, resiste faticosamente al becero tradizionalismo che la circonda e che sostanzialmente vorrebbe ignorarla e renderla invisibile. Viene spinta dall’ossessiva e umiliante madre, disperata più per la grassezza della figlia che per la sua disoccupazione, a partecipare all’ennesimo colloquio di lavoro.

Tornando a casa da questo umiliante colloquio di lavoro andato male – il proprietario di una fabbrica tessile le chiede per prima cosa se sa cucire e la offende in vario modo:”sei brutta”, “non sei giovane” e “non ti scoperei mai”, le mette le mani addosso solo per umiliarla – Petrunya si imbatte in una cerimonia ortodossa che si svolge a ridosso dell’epifania riservata ai soli uomini che si svolge ogni anno allo stesso modo: il prete lancia una piccola croce di legno nel fiume e gli uomini si tuffano per prenderla, il vincitore avrà un anno di fortuna e prosperità, ma le donne non hanno diritto alla fortuna.

Petrunya sta lì sotto il ponte, infagottata e coperta da un pellicciotto nero informe e senza pensare si tuffa per prendere la croce, dice “mi sono gettata come un animale” un gesto istintivo, mettendosi in competizione diretta con i maschi e, colpa maggiore, vincendo la sfida. Gli uomini che partecipano alla gara reagiscono con aggressività, insultano Petrunya con appellativi vari: “sei una troia”, “hai rubato il crocifisso”, il prete rimane sgomento.

Ne nasce una rissa per strapparle la croce di mano e, più tardi, la giovane donna è portata al posto di polizia per essere interrogata su un gesto che è stato filmato dalla folla e postato in rete, attirando l’attenzione di una intraprendente giornalista di una emittente nazionale disposta a tutto pur di intervistare Petrunya e tirar fuori dal suo gesto un caso mediatico.

Ed è in questa stazione di polizia che la vicenda assume i contorni più grotteschi e che svela come il mondo vacilla intorno a Petrunya. La famiglia è incapace di difenderla, il religioso è obbligato a trovare giustificazioni dottrinali al maschilismo, le istituzioni sono incapaci di far rispettare i diritti fondamentali.

Petrunya è trattenuta al commissariato senza però essere arrestata in quanto non ha commesso formalmente un reato, è accusata di aver violato la tradizione che riserva ai soli uomini il diritto di prendere la croce e di avere fortuna, in poche parole ha minacciato l’ordine sociale che non consente alle donne di avere una propria identità che non sia quella riconosciuta dalla “sacra tradizione”.

È davvero un problema cosi grande se una donna prende la croce? Chiede Petrunya al prete presente in commissariato. Il prete risponde : “tu hai profanato la sacra tradizione, io devo volere il bene e la felicità dei miei fedeli “, Petrunya aggiunge “allora io non ho diritto di essere felice”.

Il commissario quando la interroga la invita a restituire la croce ma in prima battuta le chiede se è religiosa e lei risponde ma “lei è gay?” Sono questioni private che non c’entrano con i fatti accaduti, commenta la giovane donna. Poi le chiede se è sposata e cosa fa e quando Petrunya dice di essere laureata in storia il commissario commenta: “ah ho capito le interessa la storia di Alessandro il grande”; risponde no: “sono interessata a studiare come la questione comunista si integra nei paesi democratici”. E qui si capisce a maggior ragione la distanza tra i due mondi.

Intorno a lei solo ostilità e intimidazioni perché le donne, secondo il senso comune, sono più inclini alla conservazione, soffrono di più il conflitto, quindi meglio intimidirle. Un altro poliziotto del commissariato dice” se mia figlia che ha oggi 9 anni, facesse quello che hai fatto tu, le romperei le ossa”. Solo il più giovane poliziotto si mostra solidale e comprensivo con lei, le invidia il coraggio che ha avuto, anche lui isolato e costretto pur di avere un lavoro a lavorare in quell’abbrutente clima lavorativo.

Petrunya comunque decide di non mollare, con coraggio decide di non accettare come legge la parola degli uomini, non cambia se stessa per compiacere gli altri, vuole sovvertire le convenzioni di una società patriarcale attraverso gesti simbolici, e questo la rende meno debole e sempre meno indifesa e capisce che sta lottando per qualcosa di più importante di una croce: la sua libertà e la libertà di tutte le donne. Riconosce che la madre non potrà cambiare e restituisce la croce, non ne ha più bisogno.

Il film è in sala in questi giorni.

Recensione del film “Dio è donna e si chiama Petrunya” di Teona Strugar Mitevska

Autore dell'articolo: Amministratore

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