Tortorella: “La riforma del Pci doveva essere quella dell’ultimo Berlinguer”

di Daniela Preziosi

«No, la crisi della sinistra di oggi è molto diversa da quella del post 89», risponde Aldo Tortorella se gli si chiede di qualche tratto comune fra lo scossone provocato dalla svolta di Occhetto e la frana dei nostri giorni. Novantatré anni, partigiano, poi direttore dell’Unità di Genova, Milano e Roma, deputato e berlingueriano «dell’alternativa», fondatore dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra e direttore delle nuova serie di Critica Marxista, Tortorella nell’89 disse no alla svolta ma con Ingrao restò «nel gorgo» – per poi uscire con Giuseppe Chiarante al tempo della guerra alla Serbia.

«All’epoca la sinistra era composta dai comunisti, dai socialisti e da altre forze minori laiche. Il Psi fu disfatto dalla questione morale. Ma nel Pci, che questo shock non l’aveva subito, ci fu una parte, sia pure composita, che manteneva una critica al capitalismo e ideali socialisti. Alcuni dogmaticamente come i “filo sovietici”. Altri criticamente come Ingrao e i cosiddetti berlingueriani. E c’era ancora una vasta parte del popolo lavoratore che guardava a sinistra. Il referendum sul nome generò fatalmente una gara e poi una scissione tra nuovisti e nostalgici. La parte critica che chiedeva un diverso mutamento fu sconfitta, anche perché aveva ragione nel voler mantenere una critica al capitalismo, ma non conosceva a fondo i suoi mutamenti. Oggi sono molti a intendere che quella critica va ripresa e che bisogna ripartire dalla ridiscussione dei fondamenti per creare una sinistra aggiornata. Ma intanto trent’anni di tatticismi suicidi e di neoliberismo hanno disperso il popolo della sinistra. Dopo la caduta del muro di Berlino e la Bolognina la sinistra, non solo italiana, si convinse che il suo compito fosse quello di essere una migliore amministratrice dello stato delle cose presenti. Chi spingeva per trasformare il Pci in un partito socialdemocratico non vedeva la crisi dei socialdemocratici. C’è stato l’errore dei vincitori e anche quelli dei vinti».

Il Pds punta alla socialdemocrazia ma poi cambierà rotta verso il Pd, un partito postideologico.

Il Pd non è un partito post ideologico, animale che non esiste, ma con due ideologie. Quella neocentrista (sicurezza, sviluppismo, moderatismo), quella quasi socialdemocratica. Infatti, le due anime si sono, parzialmente, scisse. Ma l’ala socialdemocratica ebbe a che fare con una socialdemocrazia essa stessa già in crisi. Lo statuto dell’internazionale socialista, così come quello del partito laburista inglese, contenevano l’obiettivo finale della proprietà sociale dei mezzi di produzione. Blair costruì il nuovo Labour abolendo quell’articolo e il manifesto di Anthony Giddens non nominava neppure la parola lavoro. Schroeder proclamò la Spd come “nuovo centro” e tagliò lo stato sociale. Clinton abolì le ultime tracce della legislazione di Roosevelt per porre limiti all’arbitrio della finanza. Nel fine secolo la sinistra socialdemocratica o progressista era al governo in Italia, in tutta Europa e in America e credeva così di aver dato la giusta interpretazione dell’89. Pensò che liberalizzando e riducendo al minimo l’intervento pubblico nell’economia il mercato avrebbe provveduto per il meglio. Non vide le sofferenze create dalla globalizzazione. Non si accorse che a Seattle in prima fila c’erano i lavoratori licenziati. Fu sorpresa del sopravvenire della crisi nel 2007/8. Non capì che la globalizzazione avrebbe fatto risollevare i nazionalismi. È perciò che è avanzata la destra sciovinista, xenofoba, razzista. Solo ora la sinistra moderata si viene in parte scuotendo dal sonno neoliberista.

Una sinistra fu rifondata. La scissione portò alla Rifondazione comunista, che non era un’operazione di conservazione ex pci, tant’è che vi si associarono altre culture critiche e anticapitaliste.

Non c’erano le fondamenta, neanche da quella parte. Noi terzinternazionalisti ma anche gli altri eravamo una sinistra novecentesca. Alcune categorie usate erano già fuori tempo. Perciò ho ricordato che con Ingrao e con altri non negavamo la necessità della trasformazione del Pci, ma volevamo che fosse senza il taglio delle radici e che avviasse un ripensamento delle categorie cui si era ispirato il nostro movimento. L’abiura è la stessa cosa dell’esaltazione acritica, entrambe impediscono un esame delle cose giuste e di quelle sbagliate. Nei documenti della “seconda mozione” ci sono le tracce di un’ispirazione che teneva conto del pensiero comunista “eretico” a partire dalla Luxemburg. Le distinzioni sottili (ad esempio sul senso della parola “comunismo”) cui avevamo lavorato con alcuni dei compagni più innovatori, cito Cesare Luporini per tutti, caddero di fronte all’alternativa tra nuovismo e nostalgia.

Con Gorbaciov avevate capito che il socialismo reale era irriformabile?

Noi abbiamo sperato che ci fosse una riformabilità del sistema sovietico, Gorbaciov è stata l’ultima speranza. Forse era una speranza fallace. Ma la verità è che a Gorbaciov non fu dato il tempo per provarci. I gruppi dirigenti americani, con il consenso europeo, decisero di farlo cadere. Gorbaciov aveva attuato la distensione internazionale e proclamato la ristrutturazione economica (la perestrojka) e la trasparenza politica (la glasnost). Ma gli venne negato l’aiuto finanziario indispensabile nel collasso creato dall’inefficienza del sistema. Fu preferito Eltsin, garante di una privatizzazione selvaggia, di un liberismo primitivo e dell’ancoraggio al primato americano.

Il Pci invece era riformabile?

Credo che fosse trasformabile senza generare la metamorfosi nel proprio opposto. La parola d’ordine della svolta fu «sbloccare il sistema politico». Non ci si accorgeva che il sistema era marcio e si assumeva sul partito comunista la colpa di aver bloccato il sistema. Non che non ci fossero nostre responsabilità. Ma una settimana dopo il voto del ’76, quello del Pci al 34%, si riunì a Portorico il G7. Per l’Italia andò Moro, presidente del consiglio ancora in carica. Moro venne tenuto fuori dalla porta, mentre in un vertice a quattro, voluto da Helmut Schmidt, cancelliere socialdemocratico tedesco, e da Gerald Ford, presidente Usa, si stabilisce, nonostante la rottura di Berlinguer con i sovietici, che se il Pci fosse andato al governo l’Italia non avrebbe avuto più diritto ad alcuna agevolazione economica.

Dunque il Pci era riformabile.

Il Pci era già sulla via della riforma con l’ultimo Berlinguer, che io sostenni. Ma Berlinguer nella sua ultima fase era in minoranza. La rottura del governo detto di solidarietà nazionale fu approvata con il voto contrario della corrente riformista.Ma la maggioranza stessa era composita. Molte delle sue tentate innovazioni parevano isolare il partito, rompere la concezione della politica come capacità di alleanze. Fu uno scandalo quando andò ai cancelli Fiat in una lotta aspra e perduta. Berlinguer si era avvicinato all’ecologismo, al nuovo femminismo “della differenza”, al pacifismo, alla comprensione della trasformazione tecnologica, al bisogno di una aggiornata critica al capitalismo nuovo e alla necessità di una rifondazione etica della politica e dei partiti, a partire dal suo. Questo significava “questione morale”.

Oggi Occhetto parla delle scissioni e delle divisioni come ‘male oscuro’ della sinistra. All’epoca si fece abbastanza per tenere unito il partito?

Il male oscuro c’è. Ma bisogna anche cercare di guarirlo e volerlo guarire. Tra il primo e il secondo congresso, da presidente del comitato centrale – mi avevano nominato mentre ero in ospedale a causa di un malore dopo la relazione da me svolta per la minoranza – concordai con Occhetto una riunione dei capi delle tre mozioni. Nell’introduzione proposi di verificare se c’era la possibilità di una composizione, forse anche studiando forme di convivenza nuove ad esempio di tipo federativo. Appena finii per primo prese la parola Garavini, che diverrà il primo segretario di Rifondazione – per dire che era impossibile perché «il contrasto era di fondo». Mussi, per la maggioranza, disse altrettanto. La verità è che ognuno riteneva necessario correre la propria avventura. Il miracolo del Pci era stato di aver tenuto insieme riformisti e rivoluzionari, che ora non si soffrivano più. Sapevo bene delle intenzioni scissioniste della terza mozione e perciò, con Ingrao, votai contro la unificazione, che ci fu, tra noi e loro. Qualche anno dopo Garavini è uscito da Rifondazione , ha fatto una’associazione che si congiunta con l’Ars (Associazione per il rinnovamento della sinistra) fondata anche da me. E Mussi ha rifiutato l’ultima escogitazione, cioè la confluenza nel Pd, fondando la Sinistra ecologia e libertà.

Al comitato centrale del 22 novembre 1989 tu dicesti: «Chiunque vincesse avrebbe perduto insieme agli altri».

Con quella conduzione era chiaro l’esito. Occhetto e i nuovisti – D’Alema era il più dialogante – avevano fretta , timorosi di rimanere sotto le macerie del muro. C’era il convincimento forte che dovessimo assolutamente cancellare “la macchia”. In una sezione mi mandarono contro il fratello di Berlinguer, Giovanni, che pure era uomo pacato, ma nel suo dire pareva che io, entrato in segreteria del Pci con Enrico solo quando ogni rapporto con i sovietici era stato rotto, fossi un uomo di Mosca. Ma anche con Giovanni Berlinguer ci ritrovammo, anni dopo, in una comune posizione politica di sinistra.

Ma la “macchia” c’era.

C’era. Ma una cosa è riconoscere i propri errori altra cosa è la cancellazione di se stessi. Soprattutto la generazione cui appartengo aveva peccato di debolezza verso l’Urss. Ma da questa medesima generazione era venuto, con Berlinguer, a differenza degli altri partiti comunisti, il rifiuto e la rottura, sebbene tardiva. Non era giusto, mi pareva, dichiararci quasi pari a coloro che ci avevano combattuto anche aspramente, come avevano fatto i sovietici e i loro seguaci dopo lo strappo, anche finanziando la dissidenza filosovietica. Il guaio era che quella cancellazione di sé aveva come molla il governismo. Tempo prima ero andato a Reggio Emilia a fare un congresso nella sezione di una grande cooperativa, esponendo le ragioni del dissenso. Applausi, baci e abbracci, e poi al voto presi 4 voti su 400 con pranzo finale di consolazione e, credo, di affetto. Agli operai avevano spiegato che se si andava al governo sarebbe stato meglio anche per loro. Purtroppo quella cooperativa non esiste più da gran tempo.

Il nuovo Pd fa venire qualche barlume di speranza?

Mi chiedi se vedo qualche barlume nel mondo? Sì. In giro per i mondo c’è un’inquietudine, ci sono sollevazioni anche se di vario segno. Nessuno avrebbe pronosticato Sanders. La Warren, non socialista, dice cose nuove per la riforma del capitalismo Usa. Il movimento anti Trump mosso dalle donne è un fatto nuovo, non è elitario ed è pieno di giovani. Certo c’è da avere paura perché nasce lo spirito nazionalistico nella potenza egemone, gli Usa, che chiude le frontiere, sconfessa la globalizzazione e minaccia il mondo, ma nascono di conseguenza anche nuovi movimenti. E forse questi movimenti spingeranno a proporre alcuni valori ancora validi e alcune idee nuove “di sinistra” anche a quella parte che occupa la sinistra delle nostre aule parlamentari.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto il 12 novembre 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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