Quello che ci dice la vicenda Segre

di Sergio Sinigaglia

“Tu senza odio hai fatto la cronaca senza retorica di Auschwitz, hai descritto quello che anche io avevo visto schiacciata dalla nostalgia, dalla fame, dalla solitudine…”. “Tu avevi capito, resta allora soltanto la memoria, sempre più difficile farsi capire dalle nuove generazioni, ma compito irrinunciabile finché avrà vita l’ultimo testimone”.

Sono brani del testo che Liliana Segre ha scritto per l’introduzione de “I sommersi e i salvati” di Primo Levi di prossima uscita nella versione audio-libro. Come è noto la senatrice a vita, sopravvissuta ai lager nazisti, da alcuni giorni è sotto scorta in seguito al crescente diluvio di minacce arrivate da marmaglia varia sui social e non solo. Una vicenda estremamente emblematica, corollario allo stillicidio di aggressioni razziste, intemperanze verbali di cui da tempo sono vittime un po’ in tutte le zone della penisola persone di origine straniera, rappresentanti delle comunità di immigrati, e coloro che sono al loro fianco.

Una canea razzista e xenofoba che ormai ha contagiato una parte consistente dei nostri concittadini, e che ha stabilmente espressione elettorale nei sempre più consistenti e crescenti consensi riversati verso la Lega salviniana. Ecco perché quell’immagine dell’anziana scampata allo sterminio nazista, sottobraccio ad uno dei carabinieri della scorta, ci fa rabbrividire e non può essere assolutamente sottovalutata. È l’immagine di un Paese, da sempre storicamente laboratorio e battistrada dei fenomeni più retrivi e reazionari.

Un Paese dove le radici del lontano ventennio fascista sono strutturalmente radicate e hanno attraversato la storia repubblicana. In queste settimane in occasione del cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana, sono usciti diversi volumi che ne ripercorrono la genesi e i suoi protagonisti, le sue vittime. Tra i felloni che dentro gli apparti dello Stato tramarono contro i movimenti e la democrazia, spicca quel Silvano Russomanno, uno dei pilastri dell’Ufficio Affari Riservati, vera e propria enclave eversiva, uno dei “cervelli” della strategia della tensione.

Russomanno, scomparso pochi anni fa, presente nella stanza del quarto piano della Questura di Milano da cui “volò” Giuseppe Pinelli, è uno dei più autorevoli rappresentanti dei numerosi transfughi che dopo la caduta del fascismo si riciclarono nelle forze di polizia diventandone pedine rilavante. Stiamo parlando di un figuro che dopo l’otto settembre del 43 non scelse neanche la Repubblica Sociale, ma si arruolò direttamente nell’esercito nazista.

Russomanno può essere considerato degno rappresentate dei tanti che trovarono spazio nei vari settori del Paese, civili e militari, migliore garanzia di una linea di continuità del cancro fascista, poi riemerso prepotentemente, con il berlusconismo, lo “sdoganamento” dei vari Fini, e il processo di revisionismo storico fattosi strada utilizzando vari strumenti, oltre che politici, soprattutto culturali; dai libri di Pansa, alle improbabili fiction. Per non parlare dei testi di storia a scuola. Questo nonostante la generosità intellettuale di singoli insegnanti e di chi come la Segre, e l’Associazione partigiani, hanno cercato di far capire alle nuove generazioni cosa sia stato il fascismo e di trasmettere i valori antifascisti, nonostante ci fosse il Violante di turno a cianciare “sui ragazzi di Salò”.

Tale è il panorama che ci troviamo di fronte, con la prospettiva molto probabile di avere tra qualche mese Salvini al governo, questa volta come premier, dopo aver scaldato i motori al ministero dell’Interno. In questo contesto sono solo i movimenti sociali, il circuito associativo antirazzista e antifascista di base, a fare da baluardo, visto che quella che ancora continua a essere percepita come “sinistra” è la causa della situazione in cui ci troviamo, mentre la sua componente “radicale” è morta e defunta da un pezzo, dopo aver esplicitato tutti i cronici difetti della sua componente partitica.

Ecco perché sulle spalle dei movimenti ricadono responsabilità enormi e non ci si può permettere “distrazioni” di nessun tipo. In tal senso il silenzio che ha caratterizzato il circuito in questione di fronte alla questione Segre, non può essere taciuto. Quando razzismo e xenofobia si diffondono così profondamente nella società, l’antisemitismo, che cova sempre sotto le ceneri, esce alla luce, come possiamo constatare anche in altri parti d’Europa, Germania in primis.

Non vorrei che la giusta avversione nei confronti di chi in Israele (governi e coloni, nel purtroppo crescente consenso di una buona parte dell’opinione pubblica) discrimina e uccide i palestinesi, e ha dato vita a una specie di apartheid, condizioni le reazioni e faccia da freno quando ad essere colpiti dal razzismo sono rappresentanti del mondo ebraico. Tra l’altro sui social capita di imbattersi nel microcosmo virtuale in minuscoli e insignificanti gruppi che in nome di un presunto “antisionismo”, fanno propri i peggiori luoghi comuni della storica propaganda antisemita.

Pochi giorni fa in uno di questi, che tra l’altro si rifà a un nome glorioso dei movimenti degli anni Settanta a cui sono particolarmente legato, c’era un osceno riquadro all’interno del quale erano riportati i simboli dei vari partiti; sotto una stella di David a cui era sovrapposta una svastica e la scritta che più o meno diceva: “puoi votare chi ti pare ma a vincere sono sempre loro”. Ogni commento su questa porcheria è superfluo.

In conclusione ci attendono ancora di più tempi difficili. Bisogna avere sempre la lucidità di non abbassare la guardia e saper intervenire tempestivamente per opporsi alla deriva politica, sociale e culturale in atto.

Questo articolo è stato pubblicato da Global Project il 14 novembre 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *