Matera 2019: se la città dei sassi si interroga sui terremoti (e magari su di sé)

di Michele Fumagallo

Devo dire la verità: quando ho saputo dell’iniziativa sui terremoti e i loro lasciti, a cavallo del 39° anniversario del terremoto del 23 novembre 1980 nel contenitore delle manifestazioni per Matera capitale europea della cultura, ho reagito con fastidio. Quasi a dire: ma non è possibile, ancora a parlare di terremoti? E cos’altro c’è da dire? Non sarebbe il caso ormai di tacere e quindi di fare? Poi ho fatto almeno in parte marcia indietro.

In fondo, sia pure in un Sud e in un’Italia chiacchierona, non è proprio sbagliato riandare a vicende tragiche ma consuete per capire, analizzare ciò che è stato fatto o non fatto, riaccendere la memoria nelle giovani generazioni, vedere se è possibile davvero svoltare nel rapporto politica-ambiente. E allora, tant’è. Ben venga anche quest’altra discussione. La rassegna, che va dal 22 al 24 novembre, vede la partecipazione di esperti di varie discipline scientifiche e umanistiche, con relazioni, dibattiti, conferenze e proiezioni.

È concentrata sugli effetti del terremoto e infatti il suo titolo è un programma: “Il tempo del dopo. Narrazioni, analisi e visioni del dopo sisma in Italia”. Adesso non sono in grado di dare un giudizio su questa manifestazione (lo farò magari dopo) perché mentre esce questo scritto essa è ancora in corso. Voglio soltanto fare due considerazioni, come si suol dire, “a latere”.

La prima è che, anche nel clima ovattato di Matera 2019 e delle sue ottimistiche manifestazioni, l’irrompere della tragedia, parliamo dell’alluvione che ha trasformato nei giorni scorsi i Sassi in un agglomerato attraversato da “fiumi” in piena, è come l’irrompere della verità (vedremo altre verità scomode e nascoste farsi largo nel prossimo futuro). Quel disastro ci ha detto non solo della fragilità territoriale ma umana. Ci ha raccontato un’altra verità che stride con l’ottimismo, a volte davvero stucchevole, delle manifestazioni di Matera 2019.

Ci ha ricordato che sotto il vestito della festa si nasconde una Matera addolorata e fragile, che trattiene a stento la preoccupazione per tante cose che non vanno: dalla fuga e disoccupazione giovanile ai ricatti su lavori super precari, dal vuoto politico e di prospettiva alla mancata partecipazione popolare alle scelte. E bisognerebbe far tesoro della “verità che esplode” come uno schiaffo in faccia o come un alluvione. È un segnale che solo ipocriti “ottimisti” possono fingere di non vedere.

La seconda considerazione è una domanda forse retorica che si sono già posti in tanti ma che fa fatica a diventare non solo senso comune ma politica attiva. È possibile che sia così difficile capire che 40 miliardi (è la cifra che circolò qualche tempo fa in ambienti governativi) di investimento, diluiti in alcuni anni di intervento sul territorio per metterlo in sicurezza, sarebbero salutari da tutti i punti di vista?

Per il “rientro” e la ricchezza economica che si espanderebbe, per il rafforzamento di vecchie e nuove figure professionali, per le vite umane che si salverebbero, per i dolori e le depressioni (lascito di ogni catastrofe) che si eviterebbero; infine per la fiducia straordinaria che la popolazione acquisterebbe nel futuro proprio e collettivo.

Ecco, se anche nel convegno odierno facessero capolino alcune domande di questo tipo, forse non sarebbe un parlare invano.

Autore dell'articolo: Amministratore

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