L’arte non va più a scuola

di Salvatore Bianco

La Storia dell’Arte continua a ridursi come insegnamento nella scuola italiana, coinvolgendo ormai solo la metà degli studenti. Per poter visitare il “Cenacolo” di Leonardo a Milano, occorrono mesi di attesa e magari se si riesce entro l’anno si contribuirà a supererà la cifra record dei 416mila e rotti visitatori toccata nel 2017, fra l’altro uno dei ben 44 siti italiani inclusi nel Patrimonio Mondiale stilato dall’Unesco.

Come spiegare questo paradosso di un insegnamento che si sta riducendo sempre di più a fronte di una domanda di arte che non ha smesso di crescere negli anni? Si potrebbe affermare che sono fenomeni del tutto scollegati, eppure quel termine arte, che ricorre e li accomuna non consente di chiudere la pratica troppo in fretta. La tesi che qui si propone è che è possibile rintracciare un termine terzo che non sana la frattura ma ne dà conto. Una nozione sfuggente non perché marginale, ma al contrario perché divenuta senso comune e dunque in qualche modo sempre presente e per ciò stesso automatica, irriflessa. Accompagna ed in larga misura orienta collettivamente, ai vari livelli, le decisioni ed il nostro comportamento senza che neppure più ci facciamo caso.

A riprova della difficoltà che si fa oramai solo a pronunciarlo questo termine, operatori esperti del settore, giornalisti illustri, filosofi chiamati a raccolta alla radio da Pietro Del Soldà, al capezzale dell’arte e più in generale del bello, si affidano a ricette stereotipate quali una «differente narrazione» oramai divenuto il mantra di qualsiasi discorso pubblico. Confesso che se non mi fosse venuto in soccorso una lectio sulla Bellezza tenuta dal filosofo U. Galimberti anch’io avrei fatto fatica.

Perché tutti quanti siamo calati all’interno dell’«ordine del discorso» dominante che forse solo qualche accostamento audace o paradossale riesce per un attimo a scalfire. Nel rendere esplicito il legame di parentela tra amore e bellezza il filosofo pronuncia questa frase per me folgorante: «Amore e bellezza sono in stretta parentela perché entrambe non servono a niente, non sono in funzione di qualcosa, sono inutili. E sarà anche per questo che noi oggi abbiamo un mondo brutto, perché capiamo solo ciò che è utile».

Eureka! La categoria dell’utile non incontra mai la bellezza anzi è il suo più acerrimo rivale. L’utile non ha un senso in se stesso ma rimanda all’utile in una catena indeterminata di utilità al cui fondo non c’è più la bellezza ma il bene o risorsa culturale fruibile. Nell’epoca nostra, che nostra non è, la bellezza è stata prima catturata e poi smembrata in settori ed ambiti disciplinari. La sua colpa inemendabile è di essere inutile. Ridotta a brandelli e fruita in beni di consumo, chissà se riesce a suscitare da parte dei visitatori qualcosa in più di un laconico «questo è visto, mi rimane…»

Intercettato l’utile come nucleo centrale del paradigma che ci governa, agevolmente comprenderemo la riduzione nelle scuole dell’inutile insegnamento nelle scuole e, per converso, renderemo ragione delle fila interminabili di turisti-consumatori che fruiscono dell’arte ridotta a bene economico. Se si vuole sfuggire al pervasivo meccanismo e non limitarsi ad andare per boschi, se non sono recintati, bisogna con coraggio e collettivamente mettersi in gioco…

Salvatore Bianco è laureato in filosofia, precario nei licei e poi funzionario ministero interno dal 1996

Autore dell'articolo: Amministratore

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