Inevitabile, imperdibile: a Bologna è nel pieno il Festival 20.30

di Silvia Napoli

Mentre la città si interroga sulla sua nuova insospettata vocazione ittica, una vagonata ennesima di festival e rassegne si sussegue con moto invero ondoso sui fine settimana e oltre. Impossibile stendere un elenco ragionato di appuntamenti tematici che coniugano brillantemente impegno, letterarietà, cultura e intrattenimento di qui ai primi di dicembre.

“Tanta roba”, mi dice allegramente Enrico Baraldi, che di una parte di questo tutto-tanto è anche direttamente responsabile, in quanto membro organizzatore all’interno di Kepler 452, del Festival 20.30, ovvero il mitico festival dedicato a chi fa e vede teatro tra i 20 e i 30 anni, oggi più di un tempo, range anagrafico che sottintende il non permettere a nessuno di farsi supporre felice.

Il festival ha una diluizione diversa quest’anno e partito ufficialmente domani domenica 17 novembre al San Filippo Neri in serale con un lavoro di cui in anteprima già vi abbiamo parlato, quel Se mi dicono di vestirmi da italiano non so come vestirmi, dialogo affabulatorio tra Paolo Nori e Nicola Borghesi che non manca di far discutere e incuriosire.

Ma le novità sono diverse, essendo rappresentato un coté internazionale, uno spettacolo di danza, la presentazione di un libro arrivando spediti cosi al primo di dicembre. E un respiro palesemente più ambizioso si percepisce, già da questo spin off, o prequel del Festival stesso: stiamo parlando di EXit, una costola giovane giovane, ha soltanto due anni, del fratello maggiore che ormai ne ha sei, che possono sembrare pochi, ma diventano estremamente significativi in quel range famoso di età di transizione.

Infatti becchiamo Enrico, che salta tra Parma, con uno spettacolo ormai di repertorio dei Kepler, come quello su Ustica, Milano per Book City, in edizione molto pop, visto che ospita anche i cugini di Stato Sociale, per poi catapultarsi alla base, in tempo per la terza tranche di Exit, appunto.

Inevitabile crescere?, azzarda la sottoscritta: Enrico mi sembra preparato all’ovvietà a dovere. Questo problema della crescita, ce lo poniamo da quando siamo nati, perché effettivamente siamo nati su presupposti generazionali e noi stessi non siamo più quelli di prima:ma neanche quelli che ci seguono e performano, tanto che, appunto, già dopo due anni si erano formate le avanguardie 20.30, ovvero questo gruppo motivato di simpatizzanti si sarebbe detto un tempo, follower si dice ora, che di fatto co-dirigono e che nel tempo hanno maturato delle professionalità al loro interno, come ad esempio un addetto alla comunicazione come Marco Obino.

Io sono l’elemento jolly che va molto in giro a vedere le cose e incontrare le persone, ma poi me la devo vedere con loro e tutto viene passato al vaglio collettivo. Cosi diventa un lavoro lungo e complicato, ma in un certo senso mi alleggerisce della responsabilità sulle scelte finali. Poi si, sarà inevitabile dal prossimo anno cambiare le cose e stiamo dibattendo e studiando per farlo al meglio, radicandoci nel territorio e maturando belle sinergie con altre realtà.

La nostra generazione mediamente, non vedeva molto teatro, noi ci siamo costituiti un po’ su questo presupposto da cambiare e facendo leva sul fatto che però al contempo, siamo stati l’ultima generazione molto coccolata e dunque cui parallelamente sono state date opportunità e strumenti culturali molteplici sui quali poter lavorare. Cosi, anche il nostro impegnarci risulta un po’ – come dire? – introverso. Ci sentiamo dire che siamo speciali da sempre ma non ci basta più, anche perché constatiamo come i più giovani di noi, via via sono e saranno sempre più incazzati. Inevitabile, dunque, per tornare all’inizio, sarà comprendere che un ciclo è finito e che siamo in faccia a crisi verticali e irrimediabili con le pezze e i compromessi al ribasso.

I ragazzi più giovani in gran parte stanno proprio dentro il contenitore arty e performativo di Exit:gente che studia all’Accademia e non ha ancora chiare le sue possibilità in termine di sbocchi, ma che ha talento e voglia di misurarsi:anno scorso, dentro le abitazioni da fuorisede, quest’anno, genialata, nei negozi dei cosiddetti paki delle birrette, che sono poi ortofrutta bengalesi, per la verità. Proporre installazioni e azioni a ripetizione come è accaduto per tre fine settimana nelle botteghe laboriosamente selezionate di alcuni di questi, non è stato semplice. alla fine però, da un lato, hanno compreso che commercialmente poteva essere un vantaggio avere un certo flusso di gente che veniva per vedere eppoi comprava e infine anche loro hanno portato le famiglie a vedere e si sono fatti i selfie insieme ai regaz. Sono uscite cose buffe e anche tenere, tra mondi che spesso si sfiorano senza comunicare mai veramente.

L’inaugurazione, però, quella ufficiale, che riprende uno spettacolo di grande successo della stagione di Agorà, è un tantino meno giovanilista, osservo: beh, fa i conti in senso anche politico con alcune inevitabilità di confronto tra due generazioni, su cosiddetti temi identitari e quindi è molto in linea col sentimento generale dell’edizione. Siamo sotto assedio in qualche modo, stiamo rischiando di…perdere le cose, parafrasando un’altra ripresa kepleriana di stagione e perciò ci sta di riflettere su qualcosa di originario, di fondativo.

Però siamo anche internazionalisti, ospitando un gruppo svizzero dal nome impronunciabile e ci apriamo alla danza, che per noi rappresentava una roba un po’ di nicchia, ma che rapidamente è diventata invece una realtà forte tra i giovani.

Il 24 novembre ci sarà poi il momento Risonanze, che nasce da una collaborazione con Tiziano Panicci da Roma, che ha creato la rete nazionale di teatri indipendenti Dominio Pubblico:una bella sfida, di mettere in condivisione e a valore esperienze senza fare del vittimismo programmatico, ma che vediamo sta proseguendo con molta voglia di crescere.

La cosa più curiosa che stiamo facendo in questi giorni, in cui abbiamo chiuso la call e selezionato alcuni soggetti e casi, diciamo, è questo laboratorio, Uguale ma più Piccolo, in cui puntiamo a esplicitare il confronto generazionale per come appare dalla angolazione primaria, genitori e figli: cercheremo nella resa pubblica finale di avere qualche genitore sul palco, cosa che a me procurerebbe grande imbarazzo, dice Enrico.

Chiedo a Enrico, quanti anni hanno i ragazzi prescelti per questo periglioso viaggio introspettivo-genealogico e mi stupisco sentendomi rispondere che vanno tra i 26 e i 28, età in cui secondo la mia visione si dovrebbe essere molto concentrati sulle proprie autonome esperienze. Consideriamo che l’età della autonomia oggi si diluisce nel tempo e che passata la fase, chissà come sono uscito da questi qua e chissà se sono veramente figlio loro, oppure non ho niente in comune con questi, si finisce con tutto il tempo per pensarci, in quella: oddio, ma ho qualcosa e più di qualcosa di almeno uno dei due.

Mi chiedo se questa prospettiva escluda il famoso conflitto generazionale, basato oggi su ruoli, appartenenze sociali e ascensori che non scorrono e non vanno mai verso l’alto, più che su conflitti etici e di costume, ma comunque Enrico mi stoppa subito osservando che il loro taglio, volutamente psicologico, intimo e personale ha, proprio per questo una valenza politica. Non si tratta di essere ombelicali, quanto di fare una operazione di sincerità fuori dagli slogan e di trovare cosi motivazioni e rivendicazioni più pertinenti e meno etero dirette.

Abbiamo infatti uno spettacolo nella rassegna, che si lega più evidentemente all’attualità:una ragazza di origine libica che ci narrerà delle sue vicissitudini per venire qui, ma anche qui, lo spunto sarà vero, antiretorico, perché personale e centrato sulla sua anima divisa in due e il rapporto con i parenti rimasti la, con tutte le sfumature del caso. temi di appartenenza molto cari all’analisi femminile, rifletto pensando ad analoghe testimonianze sentite al festival letterario Contrattacco del Vag: non si può dire che in fondo il femminismo come metodologia, come approccio biopolitico non abbia influenzato anche inconsapevolmente questi ragazzi.

Per la serie però, tutto quel che gira intorno, ci preme segnalare all’interno del festival anche la presentazione di un libro:Lo spettatore è un visionario, che raccoglie le esperienze di Lucia Franchi e Luca Ricci da Sansepolcro, compagni di scena e vita che sono riusciti a fondare un festival il Kilowatt festival sui presupposti pratico-teorici dell’impegno e della crescita dello spettatore attivo, che diventa cosi, una sorta di super curatore-programmatore. Modererà l’incontro Massimo Marino venerdì 29 novembre. Dopo tanto impegno, resterà il tempo per uscire dall’Arena del sole, anche se si faranno bei djsets pure li a firma Sistema solare, e dall’Oratorio per qualche apericena e qualche festa?

Certo che sì, anche se ci accusano di essere troppo quelli delle birre e degli spritz: di feste ce ne saranno e non manca il gancio abituale con il festival BILbolbul: sarà in comune il party al Locomotiv. Di molto tipico nostro c’è la collaborazione con il locale la confraternita dell’Uva e il 19 infatti parleremo del festival dalle 19 e qualcosa con un bel calice in mano con chi vorrà venire a sentirci proprio li:un bel modo di spiegarci senza fare una conferenza stampa, ma facendo una bolognesissima balotta.

Autore dell'articolo: Amministratore

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