Bologna, il flash mob delle “sardine” risveglia il popolo di sinistra. Ora però tocca ai partiti

di Sergio Caserta

“Li abbiamo disintegrati con mezzi che non conoscono: la gratuità, l’arte, il sorriso, le relazioni umane”. È in questa frase pronunciata alla fine del breve discorso di Mattia Santori che ha concluso il flashmob dei 10-15mila bolognesi (le valutazioni sono queste tra un minimo e un massimo) che si condensa il significato del flash mob che ha segnato lo spartiacque della vicenda elettorale che si sta svolgendo in Emilia Romagna e non solo. Quattro ragazzi che hanno individuato con la loro proposta di “6000 sardine contro Salvini” la chiave per aprire il cuore e la mente di un popolo di sinistra addormentato e, diciamo la verità, anche spaventato dai sondaggi e dai risultati elettorali precedenti, che davano la Lega di Matteo Salvini possibile vincitrice delle elezioni del prossimo 26 gennaio.

Elezioni cruciali, abbiamo detto in tempi non sospetti, e inesorabilmente così è stato dopo un anno di governo “giallo verde”, che ha visto Salvini da ministro dell’Interno scorrazzare indisturbato in tutt’Italia a raccattare consensi, abilmente accompagnato da una campagna di comunicazione mai vista e da una gestione altrettanto disinvolta e spregiudicata del suo delicato ruolo di governo che avrebbe richiesto ben altra correttezza istituzionale e politica.

Dopo la crisi agostana al Papeete e il temporaneo offuscamento della strategia salviniana di assalto al Paese, l’offensiva è ripresa con ancor più vigore in prossimità della scadenza delle elezioni umbre, segnate da una difficoltà soggettiva per le tristi vicende del governo precedente e aggravate dalle ulteriori gravi difficoltà nell’azione del governo, nel frattempo diventato Conte 2, per l’aggressione esterna e interna e per la fragile struttura politica alla base dell’alleanza Pd-M5S-MdP.

Ora tra incerta navigazione del governo, allagamenti a Venezia e a Matera, Ilva a Taranto, ogni disgrazia è buona per Salvini e Meloni per sparare a zero in attesa di raccogliere copiosi voti anche tra Piacenza e Rimini e piantare il vessillo populista sul pennone di via Aldo Moro.

Se questo sogno della destra non avverrà, sarà anche perché giovedì 14 novembre una folla ininterrotta di cittadini abitanti di Bologna, composta da autoctoni e da migranti, da residenti di lunga data come chi scrive, una poliedrica, colorata, gioviale, seria, colorata, creativa, consapevole, attiva e arrabbiata folla di cittadini, di ogni età e di ogni condizione sociale (il termine classe sembra desueto) ha sentito che doveva radunarsi per segnalare che ci sono e che si aspettano dalle forze democratiche un sussulto di vitalità e di coraggio per scacciare i fantasmi di una sconfitta, nella regione che è stata simbolo della sinistra, del buon governo, della tradizione progressista e antifascista per tutta l’Italia.

Improvvisamente le colline di Bologna stanno assumendo i connotati di quelle altre storiche colline del Carso su cui si combatté la battaglia finale per l’indipendenza nazionale. Il segreto e il valore di questa esperienza sono stati nella spontaneità, nell’originalità, nella sensibilità di chi l’ha proposta, che ha saputo interpretare il momento e il bisogno profondo del popolo, questo sì, come nessun altro politico o politologo abbia finora saputo fare.

È auspicabile che l’esperimento continui sulle stesse direttrici e non si faccia fagocitare dalla società mediatizzata che anche a Bologna è capace di assorbire, manipolare e snaturare qualsiasi fenomeno di successo si appalesi sul palcoscenico pubblico.

C’è da chiedersi se i partiti che si muovono o dicono di muoversi nello spazio politico di cui questo popolo è espressione saranno in grado di recepirne il messaggio, che non riguarda solo i contenuti del progetto politico, ma anche i modi di attuarlo, lontani dai vizi della politica cui siamo purtroppo abituati, autoreferenzialità e individualismo in primo luogo. Magari non dimenticando che in mezzo a quelle sardine c’era anche chi nel 2014 ha fatto parte della maggioranza dei non votanti, facendo sì che per la prima volta nella storia di questa regione un presidente fosse eletto solo con il 18,5% dei consensi.

Invece i partiti dovrebbero ora impegnarsi a proporre quel che loro compete: programmi buoni e innovativi, liste elettorali degne di questa ritrovata voglia di partecipare che s’è rivista a Piazza Maggiore.

Questo articolo è stato pubblicato dal FattoQuotidiano.it il 18 novembre 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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