Tumori da lavoro, numeri da aggredire

di Riccardo Falcetta, medico del lavoro

Pochi conoscono i dati reali sulle cosiddette “morti bianche”: causate da infortuni sul lavoro, ma anche da malattie occupazionali e, tra queste, i tumori (circa il 60%). Pochi sanno che, a fronte di circa 700 morti per infortuni sul lavoro (al netto delle morti in itinere), si stimano probabilmente per difetto circa 7 mila morti per tumori occupazionali all’anno. Quando si parla di tumori, ciascuno ha a portata di mano una serie di gesti “scaccia sfortuna”. L’epidemiologia però ci fa sapere che abbiamo una possibilità su tre di ammalarci di tumore e, frequentemente, di morirne.

Un altro fatto di cui essere consapevoli è la differenza tra infortunio e malattia professionale. L’infortunio è un fatto violento, immediato. Provoca uno (o più) cadaveri immediatamente visibili. Un tumore occupazionale mortale provoca anch’esso un cadavere. Ma è il risultato di esposizioni a cancerogeni che risale, mediamente, a 30-40 anni prima della diagnosi. Usando una metafora, la diagnosi di tumore occupazionale è la luce di una stella: la vediamo oggi, ma la sua origine risale a molti anni prima.

Oggi facciamo diagnosi di tumori causati da esposizioni a cancerogeni occupazionali verificatesi negli anni 70 e 80 del secolo scorso. Per un infortunio l’indagine penale risponde a una esigenza di giustizia, indennizzo e risarcimento della vittima. Serve a chiarire responsabilità ed eventuali violazioni delle norme sulla sicurezza sul lavoro. Per un tumore occupazionale l’indagine penale deve rispondere alle stesse esigenze, ma è molto più difficoltosa perché spesso l’esposizione a cancerogeni occupazionali è spalmata su più aziende (ma la responsabilità resta individuale) e risulta impossibile da ricostruire (spesso le aziende non esistono più). Quando si parla di esposizioni a cancerogeni occupazionali il pensiero corre all’amianto: anche i non addetti “al lavoro” sanno che l’amianto è cancerogeno per la pleura e il polmone (ma non solo).

Invece molti non sanno che la Iarc (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) di Lione, organo tecnico dell’Oms (Organizzazione Mondiale per la Salute) ha individuato altri 120 agenti certamente cancerogeni (classe 1) e 82 probabilmente cancerogeni (classe 2A) per l’uomo, molti dei quali presenti in ambienti di lavoro. Dall’aprile 2019 è in vigore una nuova legge che istituisce la “rete dei registri tumori nazionale” che ha tra i suoi obiettivi quello di “valutare l’incidenza dei fattori di carattere professionale sulla diffusione delle patologie oncologiche”. Perché il caso dei tumori occupazionali è “strano”? Perché solo meno del 20% viene individuato. Siamo di fronte a una clamorosa sottonotifica.

Dinanzi al cadavere di un morto sul lavoro lo Stato si comporta in modi differenti a seconda che la causa sia un infortunio (causa violenta, immediata, individuabile) o una malattia tumorale occupazionale (causa remota nel tempo e di complessa analisi). Il risultato di un infortunio mortale è evidente e non c’è bisogno di cercarlo. Il risultato di un tumore occupazionale mortale è lo stesso, ma il “nesso di causa” è molto meno immediato, salvo che le cause non vengano cercate attivamente da medici del lavoro esperti. Pertanto non esiste tanto un tumore occupazionale, quanto un malato di tumore occupazionale. Un tumore è un tumore: la differenza la fa la risposta alla domanda “Che lavoro ha fatto?”.

Conclusioni: 7-8 mila morti all’anno per tumore occupazionale sono un grave problema di salute per gli italiani. Individuarne le cause è fondamentale per la prevenzione: per evitare, cioè, future esposizioni rischiose e cancerogene in ambiente di lavoro. Ma c’è anche un enorme problema di giustizia per le vittime di questa strage silenziosa: lavoratori e lavoratrici che si ammalano e muoiono per pregresse esposizioni cancerogene sul lavoro. Problema per il neonato governo: far funzionare i servizi territoriali e ospedalieri (cronicamente sotto organico) che si occupano di salute in ambiente di lavoro; armonizzare la normativa (i professionisti che si occupano della questione non devono avere conflitti d’interessi e, pertanto, devono potersi interessare solo della questione); obbligare l’Inail, nell’esercitare la sua funzione di assicurazione sociale, a non avere utili di esercizio (che, oggi, si aggirano sui 2 miliardi di euro all’anno e sarebbero, pertanto, la Mecca di una assicurazione privata); garantire l’applicazione del sacrosanto principio giuridico “in dubio, pro misero”, favorendo la spesa di quelle risorse per indennizzare i malati (e i morti, nel caso dei tumori) per causa di lavoro. Uno stimolo dunque per un premier che – meritoriamente, a mio avviso – si è definito “avvocato del popolo” e un impegno che non aggiunga la beffa al danno per centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici che, nei prossimi anni, si ammaleranno e, spesso, moriranno per un tumore da lavoro. Lavoro che era, è e rimane il concetto costituzionale su cui si fonda la nostra Repubblica.

Questo articolo è stato pubblicato dal Fatto Quotidiano il 26 settembre 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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