Perché l’Ue tiene oggi a equiparare nazismo e comunismo?

di Valerio Romitelli

Il vecchio continente sta proprio andando in pensione. In effetti, per come sta andando il mondo l’Europa pare proprio destinata a finire ai margini della storia. Il che non è proprio quella immane catastrofe che a volte si teme. Contrariamente a quanto sostiene tanta filosofia, il primato globale dell’Europa o dell’Occidente non è mai stato infatti un inevitabile portato del destino umano. Stando a quello che è successo dopo l’Impero romano, questo primato risale solo a tre, quattro secoli fa. Tant’è che nel 1776 Adam Smith, scrivendo il suo celeberrimo La ricchezza delle nazioni, quando parla di mercato ha in mente il mercato allora mondialmente più prospero e diffuso, quello cinese – come insegna il magistrale libro di Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino.

Se dunque l’Europa, dopo qualche secolo da prima donna, si sta avvicinando inesorabilmente all’età della pensione si comprende che, come tutti i pensionati, si ritrova preda di smaniose ansie da prestazione. Non altrimenti si spiega l’oscena e irresponsabile performance della risoluzione del 19/9 scorso. Quella in cui, come ben noto, viene assunta come obbligatoria l’equiparazione tra nazismo e comunismo.

A parte tutte le infinite considerazioni fatte e da farsi sull’aggressività ingiustificata di questo testo, ciò che più mi ha stupito è il punto16 dove si riconosce uno stato di “guerra” finora mai dichiarato e dunque implicitamente così innescato. Si tratta della presunta “guerra di informazione (…) contro l’Europa democratica, allo scopo di dividere l’Europa “(sic!) che sarebbe condotta dall'”attuale leadership russa”: guerra della quale “la distorsione di fatti storici volti ad insabbiare i crimini commessi dal regime totalitario sovietico” sarebbe una “componente”.

Così si può capire che la cosiddetta equiparazione tra nazismo e comunismo nasconde in verità una profonda asimmetria di trattamento tra i due accusati: il fatto che il primo abbia già subito i suoi processi (anzitutto a Norimberga come ricorda la stessa risoluzione), mentre il secondo sia per così dire ancora a piede libero non è privo di conseguenze. Mentre le condanne del primo sarebbero solo da ricordare e tutt’al più da ribadire, le seconde sarebbero ancora da specificare ed infliggere. L’inquisizione anticomunista sarebbe dunque ancora solo agli inizi. E dovrebbe riguardare non tanto i diretti rei di comunismo oramai sparuti sopravvissuti, quanto chi si rifiuta di collaborare alla loro caccia, soprattutto appunto “l’attuale leadership russa”.

Ora il punto è che così viene chiamata in ballo una motivazione identica a quella che a suo tempo nei primi anni quaranta ha permesso allo stesso nazismo di unificare sia pur per breve periodo un’Europa in gran parte consenziente: la russofobia o comunque la slavofobia. Ciò che i seguaci di Hitler più odiavano dei sovietici non era tanto il loro comunismo, quanto il loro essere slavi, cioè schiavi: schiavi che avevano l’ardire di cambiare il mondo!

Certo i parlamentari europei, “politicamente corretti” come sono, e che ciò nonostante hanno votato questa infame risoluzione, diranno certo che no, che lungi da loro ogni forma di russofobia, che amano pazzamente Čechov, Tolstoj e Solgenitsin e così via; ma senza un profondo disprezzo per un popolo intero come si fa a chiedergli di abiurare totalmente più di ottant’anni della propria storia, una storia per altro che ha comunque cambiato la faccia del mondo, che ha portato a prezzo di un sacrificio umano senza paragoni ad un evento come Stalingrado, cioè al primo eroico e irreversibile stop al dilagare della bestialità nazista nel mondo?

La vecchia Europa, terrorizzata dal suo declino incipiente, si è dunque ridotta a questo livello di abiezione. Così forse sta provando a rincorrere l’ondata sovranista che sta sconvolgendo il mondo, dagli Stati Uniti di Trump al Brasile di Bolsonaro, dalle Filippine di Duterte all’India di Modi e così via.

Con uno sguardo assai provinciale, cui confesso ho ceduto io stesso, si è creduto che il pericolo sovranista in Europa fosse rappresentato da Salvini, Orban, Le Pen e così via. Ma evidentemente si tratta di pesci troppo piccoli per rivendicare un proprio stagno. Anche il sovranismo oggi o lo si fa alla grande, a misura della globalizzazione, o risulta solo ridicolo, che si inciampa sui suoi stessi tanto amati confini. Ecco allora che forse l’Ue, anziché continuare a volersi una zona indenne da ogni tentazione sovranista, si è messa in testa di non restare da meno e di rivendicare un sovranismo tutto suo. Ma per fare ciò deve scontare il fatto di essere la zona più militarmente dipendente del mondo: completamente colonizzata da una Nato che oltre tutto – ad osservare bene lo stesso Trump – non pare neanche più troppo convinta della sua missione, salvo su un punto: di essere comunque rivolta contro l’est e dunque in primo luogo contro la Russia.

Così si potrebbero capire meglio gli strani perché di questo ritirare fuori la storia dei crimini in epoca sovietica, fino al colmo di incolpare la “leadership russa attuale” di sforzi bellici a livello di informazione tesi a insabbiarli. In tal modo, probabilmente l’Ue prova a serrare i ranghi dei paesi che ne fanno parte istigandoli a far di tutto per mostrarsi più che mai prostrati innanzi ad un padrone americano sempre più distratto e rivolto altrove. Quanto questa devozione danneggi gli scambi commerciali con la Russia pare non sia neanche messo in conto. Tanto può dunque questo inedito, inaudito, provocatorio e improbabile patriottismo europeo. Se così è si deve convenire che l’essenza di tale patriottismo sta nella sua quanto mai fedele e disinteressata sottomissione ai “destini dell’occidente”., dal 1945 in poi decisi comunque nella sua parte più estrema, oltre Atlantico.

Autore dell'articolo: Amministratore

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