Le nuove parole per dirlo: narrazione di cura e natura resiliente secondo Camilla Endrici

di Silvia Napoli

Se è difficile classificare il brillante talento di Camilla Endrici, refrattario fortunatamente a tutte le definizioni più scontate, è altrettanto arduo definire questo suo libretto per i tipi di Giraldi editore che è tale solo per la smilza forma editoriale e non già rispetto alla pregnanza dei contenuti, micidiali diretti assestati agli organi della sensibilità, seppure rivestiti di velluto.

194, in riferimento alla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, – Diciannove modi per dirlo, è anzitutto un libro di storie, o meglio, un libro di scorie, perché si tratta di una piccola collezione di tranche de vie, sepolte più o meno consapevolmente dalle loro portatrici al fondo di coscienze inquiete e complicate, perché dinamiche, come la vita è, del resto.

Una collezione di storie, definite dal nome proprio delle “volontarie”, tutte diverse fra loro eppure anche tutte molto simili a noialtre lettrici, empatiche tra loro in qualche modo, sia quando sono raccolte per passaparola e concatenazioni di frequentazioni e prossimità reciproca anche rispetto all’autrice, sia quando il procedimento euristico è la controllata casualità degli annunci su social media.

Le vicende si rispecchiano in una sorta di ipnotico flusso di coscienza continuo, che, infine, compiuto omaggio alle intuizioni del Privato politico degli anni 70, cosi dannati nella memoria eppure forieri di tanti passi avanti nei diritti civili, nel costume e nella condizione femminile, rappresentano un fil rouge – percorso intimo e aspro di presa in carico emotiva, operazione ben diversa dal gigantesco selfie collettivo in cui siamo immortalati tutti ogni giorno narcisisticamente parlandoci addosso senza ascoltarci veramente.

Endrici, sorprendendosi quasi delle proprie risorse nel corso di questo snodarsi di umane vicende che scrivono una trama di romanzo, accetta che il genere dello stesso sia quello della formazione :sua e di chi legge e per far questo assume lo scomodo ruolo del mediatore, nel senso più ampio del termine. Quello che entra in medias res, quella che porta il peso condiviso con le altre della prima persona, voce responsabile, quello che fa da medium per la trasmissione circolare di segreti che diventano infine saperi.

Quale l’ingrediente alchemico che rende possibile questa trasformazione? Naturalmente ve ne è più di uno: potremmo iniziare dall’empatia praticata costantemente ad ogni riga attraverso una scrittura ariosa, minimale eppure attenta a quei dettagli, di luce, di acqua, di colori, che fanno “vita”, anche quando in qualche modo si tratta di morte, di momenti bui, di tormenti e abbandoni. Una sorellanza che non è ideologica perché procede per affinità implicite come quella dell’amore per gli animali, i cani in particolare, la disciplina yoga, ma che supera anche differenze oggettive come l’avere o meno una situazione familiare stabilizzata, magari standard: insomma, anche figli,, spesso cercati scientemente, quasi puntigliosamente, con il right man o il compagno provvisorio, pari in un caso, al numero di aborti praticati. Mai con leggerezza. Mai, soprattutto, pensati sostitutivi della pratica anticoncezionale, checché questo assunto predichi una vulgata misogena.

Già aborto, questa parola scomoda, svalutativa e spregiativa, che macchia di bassezza, sgradevolezza, rozzo egoismo, una scelta sempre lacerante:e come potrebbe non esserlo una scelta che implica la violazione di una intimità tanto grande? Una scelta che non si propone neppure come tale, spesso associata a costrizioni, limiti, violenze sociali, belliche, personali, terapeutiche ed eugenetiche di ogni tipo e che dunque non trova le parole per raccontarsi compiutamente e farsi coro catartico che ci possa riguardare tutte.

Eppure i dati meramente statistici, quelli che quantificano ma non rappresentano, ci dicono che l’opzione di interruzione volontaria di gravidanza, seppure in calo costante, ci riguarda molto da vicino, con un’alta incidenza specie se consideriamo un range temporale di qualche decennio.

Ma questo libro che consapevolmente parte dal proprio sé e dal desiderio di progressivi, cauti avvicinamenti concentrici all’altro, attenzione, non ci consegna un campione in senso sociologico, scientificamente redatto tenendo conto di parametri bilanciati di provenienza geografica, classe sociale, fascia d’età, inclinazione sessuale, non avendo esigenza classificatoria o pretesa dimostrativa o persino di denuncia di un problema, di un metodo, di un sistema. Del resto anche il tono dei racconti stessi non è mai astiosa chiamata in causa. Degli uomini di dice e si nomina la loro fragilità, la loro assenza, la loro incomprensione come dato oggettivo che non attenua responsabilità personali, sempre riconosciute, persino enfatizzate.

Parimenti non ci sono donne presuntamente frivole o carrieriste in questa selezione, né tantomeno quelli che intendiamo come casi sociali, bensì donne che si misurano in uno strenuo corpo a corpo con la Maternità, o il suo desiderio o il suo onnipotente fantasma. Donne che sfidano nel loro stesso corpo titanicamente leggi riproduttive non scritte ma cogenti, perché si sa, siamo tutti e le donne più di tutti gli altri, prodotti in scadenza. E l’ombra di questo limen temporale, la piccola morte che ogni donna sperimenta da viva, sta li, come fatto di grande valenza sociale, normante, ampiamente interiorizzato.

Su tutto, l’inconoscibile del corpo che, in casi come questo, è senziente, raziocinante, esplica una sua legge con cui confrontarsi, a cui chiedere deroghe perché ci vorrebbe più tempo per stare sole con se stesse, o, viceversa poter essere accolte nella propria difficoltà. La solitudine forse inconsapevolmente cercata, forse inevitabile, forse rispettata dall’apparato sanitario, viene per lo più vissuta come sguardo giudicante in una estenuante dialettica interna, un dibattimento intriso di sensi di colpa che ha una fisionomia bifronte, volta al bilancio del passato e alla possibilità immaginativa del futuro:si fronteggiano in buona sostanza una donna e un bambino immaginato, sognato che forse non si concretizzerà mai, forse arriverà più tardi, forse verrà, in un caso, dato in adozione.

La domanda che aleggia discreta tra le pagine assomiglia ad un rovello, una ipotesi di ardua dimostrazione:hanno queste donne tuttora, o avrebbero avuto bisogno allora di consiglio, di indirizzo, di più consultorio, in definitiva, nella accezione di apparato preventivo, pianificatorio, paritetico di tutela e sostegno? Lo stigma avvertito da gran parte delle protagoniste, è in larga misura proiettivo e fisiologico, o dipende invece da uno smagliarsi progressivo delle ragioni obiettive che portarono ad una legge che avrebbe bisogno di revisioni o di essere vivificata dalle mille connessioni dal basso che contribuirono a produrla?

Una legge giovane, tutto sommato, ma mortificata dall’opzione strumentalmente e troppo largamente praticata dell’obiezione di coscienza? Quali le conseguenze a tutti i livelli di un passaggio dall’interruzione chirurgica a quella farmacologica, che sui tempi di legittimità per la prescrizione, assai restrittivi da noi e quelli che paiono invece penosamente dilatati, tra l’assunzione dei dosaggi, gioca un ruolo fondante nel definire l’immaginario di queste donne e la loro reattività fisica? Ed è meglio sentirsi tutelati da una struttura sanitaria, pubblica o privata che sia, o farsi carico domiciliarmente di questo protocollo?

Chi potrebbe curare l’anima provata di queste donne, di noi donne tutte, in definitiva, quando intuiamo in diversi passaggi del libro, il rispecchiarsi con il medico donna, un rispecchiarsi che può significare empatia, ma anche la constatazione di una sorta di fallacia nel dispositivo di ordinamento del caos, dell’errore, del controllo, che salvaguarda la società nel suo insieme, ma non garantisce sempre anche nei casi migliori autodeterminazione né tantomeno benessere psicologico. Quale istituzione potrebbe mai farsi carico di tanto dolore, se queste donne spesso non hanno mai parlato della loro esperienza neppure con le migliori amiche, senza tuttavia poterla dimenticare o rimuovere del tutto?

Il sottotesto forte che fa da filo conduttore tra i movimenti e le lotte delle Donne di ieri con la realtà complessa, sfaccettata di oggi, per certi versi fortemente frammentata e individualizzata, per altri attenta ad evitare le semplificazioni omologanti, è certamente il grande portato del principio di autodeterminazione femminile che ci ha insegnato ad avere cura delle differenze e poi tra queste, anche delle molteplici diversità.

Certo una legacy non semplice da declinare per ognuno di noi, che diventa, per servizi universalistici per definizione, una sfida a intercettare bisogni e aspettative molteplici e a inserirli in una sistematicità coerente e d efficace. In mezzo ci sta spesso anche tutto ciò che non conosciamo o identità culturali che presumiamo o pretendiamo di conoscere e, peggio, direi, integrare al nostro modello relazionale, quando dovremmo rispettarne comunque i codici altri. L’autodeterminazione rende plausibile un racconto corale, comunitario, senza che diventi appiattito e uniformante e si serve di uno strumento potente che è il deteuragonista del libro: la Parola, che si riscopre, si rinnova, si spoglia di retorica e incrostazioni e assume la Verità di ogni vissuto.

La parole che Endrici mette in filo come perle donate dalla sofferenza, ma anche dalla vitalità, dalla solarità, dall’amore che sgorgano da queste biografie, dunque curano e sono dotate di poteri insospettati, poteri che tracciano anche una strada, se questo libro non solo viene apprezzato con il passaparola delle amiche, viene presentato da un anno in una lunga tournée di librerie, circoli, feste, su cui forse per la varietà dei commentari e la ricchezza delle relazioni si potrebbe scrivere un altro libro-reportage, ma, cosa forse inaspettata per l’autrice viene consultato, compulsato come un manuale presso numerosi consultori della nostra Regione e fa parte anche del kit di strumenti per i focus e le sperimentazioni agite per esempio dal progetto pilota regionale condotto da Giulia Rodeschini. In qualche misura dunque, un libro nato da una caparbia esigenza emotiva e conoscitiva, tuttavia scevro da intenti scientifici, viene invece riletto e utilizzato in ambito tecnico, in buone prassi di settore.

Questa risultanza lo rende un libro importante, che potremmo inserire a buon diritto in un filone di studio e pensiero ancora agli inizi qua da noi e che non riguarda soltanto questioni di donne e da donne. Mi sto riferendo alle ricerche sui pazienti consapevoli, alle esperienze innovative sulla medicina narrativa, dove è centrale l’ascolto della persona, prima che la diagnosi e la prescrizione e poi la ricetta sul cosiddetto utente. Non proprio un sovvertimento di ruoli, non un fai da te terapeutico, non un vagare per blog zeppi di monologhi in collegamento, ma un ripensamento condiviso dei classici strumenti di lavoro come la cartella clinica.

Spazi di aggregazione, di condivisione e di racconto cercasi dunque, anche in un ambito difficile come quello sanitario, teatro di battaglie etiche e comunicative molto accese tra inquietudini millenariste, pretese taumaturgiche, spettacolarizzazione del dolore, ritorno controverso al self help, tagli di spesa, sistemi di appalto e management, ricerca di nuove appropriate competenze. Un calderone del disagio epocale e sociale, in cui ogni tanto emergono intuizioni proattive perché capaci di muovere animi, discussioni, processi.

Di tutto questo zeitgeist in qualche modo, abbiamo una eco, proprio a partire da una scrittura intima, appartata, dolente e coraggiosa che ci consegna dunque un libro limpido e onesto, in cui tutti si mettono in gioco a partire dall’autrice. Questa onestà lontana dal mainstream dominante ha colpito i lettori, decretato la fortuna del libro e ha rivelato a Camilla Endrici, la sua curiosa natura di esploratrice di anime e cacciatrice di storie.

Autore dell'articolo: Amministratore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *