L’appello di Zerocalcare: “Non possiamo voltare le spalle ai curdi”

di Gabriella Colarusso

«Quando senti “Ratatata”, è Isis. Quando senti “Tum.Tum.Tum”, siamo noi». Era il 2015, i fanatici dello Stato Islamico davano l’assedio a Kobane, la città simbolo della resistenza curda, e Michele Rech da Rebibbia, l’artista Zerocalcare, era a pochi chilometri da lì, prima a Mesher poi fino Ayn al-Arab, nel cuore del Rojava (una federazione del Nord-Est della Siria che di fatto è autonoma ed è controllata dai curdi, ndr). Aveva deciso di andarci, al confine turco-siriano, per capire, oltre la guerra, quello che i curdi stavano costruendo: «Un sistema di vita e di convivenza che qua non racconta mai nessuno perché fa più click uno che sega la capoccia a un altro», scrisse.

La storia di una guerra infame, e della resistenza democratica di un popolo, è diventata una graphic novel di culto, Kobane Calling, un libro, uno spettacolo. «Mi sembra incredibile che il Rojava possa finire di nuovo nelle mani dell’Isis, il pelo sullo stomaco dei nostri politici e il fatto che nessuno gliene chieda conto», dice Rech nelle ore in cui Trump annuncia di voler ritirare le truppe dalla Siria, abbandonando i curdi al loro destino, con il rischio di lasciare spazio a una nuova guerra tra turchi e curdi e una recrudescenza terroristica.

A che cosa ha pensato quando ha letto del via libera americano a Erdogan per entrare nella Siria del Nord?

«Alle case delle donne che oggi ci sono in ogni municipalità del Rojava e che combattono la violenza sulle donne: c’erano anche nel cantone di Afrin due anni fa, prima che entrassero i militari turchi. Ora non ci sono più. I turchi hanno distrutto tutto quanto i curdi avevano costruito, hanno di fatto realizzato una sostituzione demografica e consegnato il territorio di nuovo in mano ai jihadisti. L’idea che tutto il resto del Rojava possa fare la stessa fine e ricominciare con la sharia per me è incredibile».

La libertà delle donne, ma non solo, dice: cosa ha visto nel Rojava, questa utopia possibile che inseguono i curdi siriani?

«L’unico esperimento di democrazia nel giro di decine di migliaia di chilometri quadrati. Quando Assad ha cominciato a perdere il controllo della Siria del nord, la popolazione, che è fatta di curdi ma anche di assiri, turkmeni, yazidi, arabi, si è data una forma di autogoverno che è basata sulla convivenza e la libertà. Hanno abolito i matrimoni combinati, i matrimoni tra ragazzini, hanno stabilito che tutte le amministrazioni venissero gestite da un uomo e da una donna insieme. Nessuna donna può essere assoggettata agli ordini di un uomo. Parlano di ambiente, ecologia, stanno studiando come sviluppare le energie pulite e usare il petrolio – e in quella regione ce n’è tanto, che fa gola a molti – solo per gli usi bellici. Hanno fatto della convivenza religiosa il fondamento della loro organizzazione».

Se dovesse raccontarla con una storia?

«Le strade dei cantoni curdi erano un mosaico di culture e religioni. A Tell Abyad il sindaco era un turkmeno col turbante e la barba bianca, un uomo di modi e cultura tradizionale, la co-sindaca era una curda di 25 anni senza velo. Questo è il Rojava, un esperimento avanzatissimo non solo rispetto a quelle zone, ma anche alle nostre, secondo me».

Per Erdogan sono terroristi.

«Dovremmo chiederci chi vogliamo scegliere come alleati: chi ha sconfitto l’Isis e sta provando a costruire un sistema di democrazia, dimostrando che anche in quel territorio ci può essere convivenza di diversi popoli, che le donne possono avere un ruolo primario nella società ed essere libere, o se il nostro alleato deve essere un regime come quello turco che incarcera decine di migliaia di oppositori politici».

“Tradire i curdi sembra un diritto concesso a tutti”, disse una volta il giornalista americano Christopher Hitchens. Kobane resisterà?

«Non credo che si siano mai fatti grandi illusioni sul ruolo degli americani in quella regione. Hanno molto chiaro che le loro alleanze sono con i popoli, non con i governi. Gli amici dei curdi sono le montagne, non sono quasi mai gli Stati. Ma questo non significa che dobbiamo stare zitti: i curdi hanno combattuto e sconfitto l’Isis, difendono la democrazia, non possiamo voltargli le spalle, lasciarli soli».

Questo articolo è stato pubblicato da Repubblica il 7 ottobre 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

1 commento su “L’appello di Zerocalcare: “Non possiamo voltare le spalle ai curdi”

    Gianni Sartori

    (13 Ottobre 2019 - 15:21)

    ONORE AL POPOLO CURDO E FANCULO IL MONDO
    Gianni Sartori
    Fanculo Erdogan. Fanculo gli USA. Fanculo Putin…Ma sì, a sto punto fanculo anche Assad che ha preferito lasciarsi invadere da Ankara piuttosto che riconoscere l’autonomia (il Confederalismo democratico) ai curdi.
    E fanculo anche il regime iraniano che – non dimentichiamo – mantiene il record di impiccagioni di uomini e donne curde.
    Fanculo il Mondo intero che sceglie l’indifferenza e l’inerzia di fronte all’ennesimo genocidio. Così come ha sempre fatto. Con gli indiani, gli armeni, gli ebrei, gli herero, i tamil, gli aborigeni australiani, gli adivasi…
    L’attacco turco contro il Nord-Est della Siria ha già causato almeno 200 vittime curde, tra civili e combattenti.
    In parte dovute ai bombardamenti dell’aviazione turca (NATO), in parte agli attacchi sul terreno delle milizie islamiste, mercenarie di Ankara.
    Il 12 ottobre sulla strada di Gire Sipiè è stata assassinata, insieme ad altri otto civili, l’esponente curda Hevrin Khalaf. Le esecuzioni sarebbero state filmate e messe in rete dai terroristi.
    Domenica 13 ottobre (stando a quanto dichiarato da Ronahi TV) l’esercito turco avrebbe tentato di mettere in salvo i tagliagole dello stato islamico (Daesh) detenuti nel campo di Ayn Isa bombardando le aree circostanti. E molti di loro infatti sarebbero riusciti a fuggire, come riportava il giornalista curdo Zana Amedi.
    In Rojava una decina di villaggi yazidi (particolarmente esposti alle rappresaglie degli islamisti in quanto ritenuti “eretici”) sono già stati evacuati.
    Complessivamente si calcola che circa 200mila civili siano in fuga di fronte all’attacco. Ma un dramma umanitario di ben più ampie proporzioni – un bagno di sangue analogo a quello in atto dall’anno scorso in Afrin – sta per travolgere sei milioni di abitanti (curdi, arabi, assiri…) della regione nel Nord-Est della Siria.
    Per impedirlo non saranno certo sufficienti le tardive prese di posizione di Norvegia, Germania, Francia…che intendono sospendere la vendita di armi alla Turchia. Soprattutto dopo che nella recente riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (11 ottobre) non si è potuto – o voluto – condannare l’attacco in Siria.

    E come al solito, intorno alle belve scatenate, si agita la danza di sciacalli e avvoltoi. Qualcuno di destra, parecchi rosso-bruni, qualcuno anche di “sinistra”, a suo dire.
    Quelli – per esempio – che scrivono: “i curdi in fondo se la sono cercata”; oppure – parafrasando: “Washington non paga i traditori” (in riferimento all’alleanza anti-Isis, puramente militare, tra YPG e militari statunitensi )…
    Solo sciacalli, appunto. E chiedo scusa ai canidi citati.
    I curdi sono stati ingenui? Ma certo! Ingenui a fidarsi degli USA, ingenui ad accettare di smobilitare quel poco di artiglieria pesante che avevano confidando sul fatto che Washington, in cambio, avrebbe fermato l’attacco turco. Così come furono ingenui venti anni fa a fidarsi di qualche politicante italico che, in un primo momento, sembrava garantire l’asilo politico per Ocalan. E ingenui – forse – anche a illudersi che sia possibile – qui e ora – concepire e costruire una società decente, fondata sulla Giustizia e sulla Libertà.
    Il giornalista curdo Ossama Muhammed ha scritto:
    “E’ nostro questo cimitero, il cimitero dei nostri amati martiri che si sono sacrificati per il mondo intero. Guardateli, guardate quanto sono belli! Avevano famiglia, moglie e figli.
    Sono morti combattendo per proteggere l’UE, gli USA, il mondo intero. Hanno distrutto Daesh, il terrore del 21° secolo. Ma ora sembra che dobbiamo allargarlo ancora questo nostro cimitero. Per fare spazio ai caduti. Undicimila martiri evidente non bastavano al mondo per sostenerci.
    Traditi anche da morti!
    Tanti altri coraggiosi combattenti per la libertà verranno ad aggiungersi.
    Fanculo il mondo.
    Tutte falsità: diritti, principi, regole.
    Ma noi combatteremo fino alla fine anche se voi ci lasciate soli.
    La Resistenza è la Vita”.

    Gianni Sartori

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