La bella stagione: le aperture che ti aspetti

di Silvia Napoli

A un certo punto, ti accorgi che è autunno e che tutto sta per ricominciare, ovvero nuove stagioni di un po’ di tutto e, siccome sei nella terza città più culturalmente smart, tra le medie d’Italia, ti assale anche una leggera vertigine da overstimolazione.

Per fortuna, in un certo senso, le consuetudini e le antiche certezze, salvano sempre dallo stress e riescono sempre a supplire eventualmente alla bulimia da nuovismo, con la conferma di scelte contenutisticamente coerenti e progettualmente efficaci. Queste sono un po’ le riflessioni a coté delle conferenze stampa e presentazioni rispettivamente del festival GenderBender, in scena, considerando il vernissage tra il 23 ottobre e il 3 novembre, e della prima produzione di Ert Fondazione Teatro, all’Arena del Sole tra il 19 ottobre e il 27 del mese, nella sala Thierry Salmon, gloriosamente a vocazione sperimentale.

Inizieremo il nostro sintetico excursus, proprio da Arena, in virtù della successione cronologica. Sei, sono le etichette che definiscono gli spettacoli in cartellone per questa stagione: Avventura del nuovo, gli Abissi della Storia, Novecento e oltre, Anatomia del Presente, La macchina del Tempo, Microcosmo famiglia.

Arizona, una tragedia musicale americana, si colloca nella sezione Anatomia del Presente, seppure sia questa una rilettura dal testo dello spagnolo Juan Carlos Rubio, datata 2005 e, in questi tempi liquidi, turbolenti e spasmodici, questo potrebbe essere già un pezzo storicizzato. Sicuramente è già una piccola storia, il fatto che si ricostituisca la coppia teatrale Laura Marinoni-Fabrizio Falco, consacrata dal successo sempre targato Ert del 2015, di Fedra e oggi di nuovo insieme, con la novità di Falco contemporaneamente interprete e regista, per un lavoro che, come assicura Longhi, direttore nella sede centrale in questo caso, pur non essendo inserito esplicitamente in quel particolare cartellone, riguarda molto da vicino i temi del progetto, davvero encomiabile di Atlas of transitions, che tante emozioni ci regalo, qualche mese orsono.

Si potrebbe pensare ad un musical, ma si tratta di due interpreti in scena e dunque comprendiamo benissimo come il titolo sia una allusione ai codici espressivi d’oltreoceano che declinano un po’ tutto in commedia cantata sotto la pioggia. Che sia inossidabile ottimismo, che sia pura faciloneria, come chiosava volentieri mio nonno e come forse vuol suggerirci un giovane drammaturgo europeo, sta di fatto che fino ad arrivare al discusso Locker, ancora nelle sale cinematografiche, lo stilema da commedia brillante e musicar ella spesso accompagna anche contenuti drammatici e non proprio banali. In questo caso una riflessione quanto mai puntuale sui confini con il centro e sud America emblematicamente monitorati, vegliati e accuditi da una stramba quanto basta coppia fondata apparentemente su prevedibili stereotipi di machismo da parte di lui e sudditanza funzionale di lei, in nome di una nuova premiante colonizzazione ai confini della civiltà bianca, l’Arizona, appunto.

Chi si diverte sicuramente a scavallare confini e a giocare con stile e impertinenza su stereotipi di genere e appartenenze identitarie è la crew di Gender Bender, uno dei festival più amati in città, giunto alla diciassettesima edizione, particolarmente monstre, in senso latino, a causa di 120 appuntamenti distribuiti su 12 giorni per 20 location. Location peraltro territorialmente espanse sulle periferie e la cintura bolognese, con il fattivo coinvolgimento di Mercato Sonato a S Donato e progetti da S Lazzaro a Casalecchio, sotto i buoni auspici delle fortunate esperienze di Teatro Arcobaleno, nato inizialmente al Testoni ragazzi 6 anni fa, come esperimento pilota di riflessione sulle differenze per famiglie democratiche e argute e oggi, vero e proprio originale incubatore di esperienze artistiche d’avanguardia e di limen.

Le novità, a ben vedere tra le righe sono tante, già al tavolo di conferenza stampa, che rimarca una direzione più collegiale e condivisa della kermesse. Il genius ex machina Daniele del Pozzo, condivide la sua leadership artistica con il giovane Mauro Meneghelli, per autentica convinzione personale, rinuncia alla partnership con la compagnia aerea KLM e, pur non abbandonando lo schema tipico di composizione tra Danza, da sempre fiore all’occhiello delle rassegne, Cinema, Conversazioni e Reading, Workshop e Party, pone al centro non una disciplina in particolare o una rivendicazione di generi e sui generi, ma il radical choc, forse mai stato cosi autenticamente chic, di una presa di coscienza sulle condizioni del mondo e della morale ipocrita che lo governa, per cui, ad esempio, fingiamo di non conoscere il tremendo impatto ambientale dei voli aerei ed usiamo un po’ ogni criticità, specie negli ambienti culturali, come pretesto di vittimismo, al fine di non ammettere che il re è nudo e che la Cultura, forse non paga abbastanza, ma inquina e consuma al pari di diversi altri ambiti, ma apparentemente indisturbata e giustificata.

Raggiungiamo al telefono un impegnatissimo ex monocrate e chiediamo a Del Pozzo qualche ragguaglio circa i punti salienti della edizione che va a cominciare. In effetti, dopo qualche affiancamento, mi è venuta naturale la decisione di condividere onori ed oneri con un bravo e giovane organizzatore:mi sento alleggerito nelle decisioni, mi piace condividere i punti di vista, mi arricchisce di nuovo slancio e voglia di fare sempre meglio:non sarà per caso, se i partner di GB, siano diventati addirittura 80. Non mi interessa far uscire un prodotto elitario o nuovista. Qui c’è spazio per il mai visto e la riconferma e per l’incontro generazionale. A me interessano tutte le differenze e il farle conoscere e quindi comprendere una platea più vasta possibile, si sperimenta, ma poi ci si incontra anche per spiegarsi.

In questo sta la radicalità, nella presa d’atto che la realtà è davvero imprevedibile e tanto avanti. Soprattutto la radicalità scioccante è ammettere le evidenze che emergono inevitabilmente quando si decide di ascoltare gli altri. Questo esercizio, che io definisco di democrazia, di precisa responsabilità, è piuttosto svicolata da chi agisce i contenuti artistico-culturali.

Si pensa di avere tutti gli alibi, perché minoritari o perché sono quelli che pensano ed operano in certi settori a mandare il messaggio e a dover essere ascoltati. Invece, io vorrei rovesciare questo paradigma, perché basta pensare ad una questione banale: moltissimi progetti culturali vivono di finanziamenti europei, anche il mio festival soprattutto si fonda sul mitico scambio di artisti ed esperienze di performing gender, ebbene, voi non potete avere idea di quanto una questione come la Brexit rischi di mandare all’aria un sacco di partnershipi.

Parimenti però, pur nella massima libertà di espressione artistica a costo di sfiorare il politycally scorrect, l’arte non deve fingere di stare fuori dalle contraddizioni del presente. Un bagno di verità, di ammissione di privilegi, un passo indietro rispetto ai tanti punti di sofferenza è quello che chiedo orizzontalmente a tutti. Tra i tanti incontri, reading e workshop, quello che preferisco è a bocca aperta, un format in cui spettatori e performer sono contigui e i primi possono davvero fare domande su ciò che stanno vedendo.

Prendiamo per rimanere sul territorio danza, la pluripremiata coreografa israeliana Yasmeen Godder:qui sarà presente con due lavori e con Common Emotions accetta di andare in periferia in uno spazio altro come il Mercato Sonato, poi con Stereotypes games, accetterà anche di vedere spezzata l’azione in forza dei perché che verranno proposti, anche in base a criteri non artistico performativi. È commovente il fatto di artisti generosi che si spogliano della loro sacralità per darsi in pasto, quasi, ad un pubblico eterogeneo quale il nostro.

Un altro spettacolo di punta per il valore di coinvolgimento antropologico è senz’altro Passing the Bechdel test, del coreografo belga Jan Martens, che ha avuto l’agio di lavorare per ben nove mesi su una originale inchiesta effettuata su 13 adolescenti e preadolescenti cui è stato posto un quesito relativo al loro posizionarsi rispetto al concetto di femminismo oggi e che vedrà dunque una traduzione, una narrazione, potremmo dire, di natura performativa. Ma se dire Belgio, per la nuova danza è ormai affermare quasi un mainstream, dobbiamo anche ammettere che compaiono anche paesi extraeuropei in questa edizione. Per esempio il tanto discusso Iran e nel caso della danza è imperdibile il lavoro del danzatore trans gender emigrato in Francia Sorour Darabi con il suo struggente lavoro dedicato al padre.

Per la sezione Cinema, in verità sempre più frequentata trainata anche dalle ottime abituali performances qualitative e numeriche di Ci neteca, tra le proiezioni di punta al Lumiere, DelPozzo ci segnala due importanti docu a tematica contigua, quali Female Pleasure, una originale inchiesta consigliata dal brillante staff di Comunicattive, riguardo al piacere femminile esplorato tra cinque storie dai 5 continenti tutte convergenti nella denuncia del controllo patriarcale sulla sessualità femminile e le sue facoltà riproduttive e il toccante in the name of your daughter, sconvolgente viaggio nel mondo regressivo delle mutilazioni genitali femminili in Tanzania.

A questo punto bisognerebbe forse parlare della mitica iconica spilletta di genderbender, che invece stavolta non ci sarà forse in ossequio ad un principio di frugalità ed equità economica, perché basta volontariato e tutti i collaboratori debbono essere pagati. Deve essere ripagato anche l’ambiente e pertanto un dieci per cento del budget di GB va anche al rimboschimento dell’Amazzonia. Se infatti non avevamo pensato già, che la discussa Greta avesse una sua radicalità donnesca che la rende invisa a tanti e lo stesso numero di anni del festival o che le questioni ambientali e Lgbti siano legate a doppio filo a questioni ecologiche, ci pensa la nostra diarchia nei materiali introduttivi alle rassegne citando un articolo di qualche tempo fa per Scientific American che ci svela le sorprendenti resistenze maschili mainstream, naturalmente, a occuparsi e preoccuparsi dell’ambiente.

Anche questo, è un piccolo choc con cui vale la pena fare i conti per un festival che vive di corpi e di incontri, fuori dalle logiche della virtualità e delle tecnologie social, di cui si parlerà poco. Usiamo i social, certo, ma per gli appassionati consapevoli di videogiochi esiste lo spazio apposito, per esempio, creato dalla Gilda, che lavora all’interno del Cassero già da qualche anno, mentre per noi, chiosa DelPozzo, festival, ha una sua radice etimologica nella Festa e pertanto non può che essere un rimescolarsi di fisicità, di ruoli e di generi, fuori dallo schema della paura di ciò che non si conosce.

Autore dell'articolo: Amministratore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *