Il grande inganno del liberalismo

di Angelo d’Orsi

Il liberalismo è un grande inganno. Più i suoi teorici parlano di libertà, meno essa viene garantita alle masse popolari. Più i governanti dei Paesi “liberali” si riempiono la bocca di grandi parole, meno viene garantita la libertà di espressione a chi dissente. Più si finge trasparenza, nei sistemi liberali, più il potere vero è nascosto. Più si declamano le magnifiche sorti e progressive delle nazioni, più si scopre che si allarga la forbice tra la ricchezza (in aumento) dei pochi (che diminuiscono), e la povertà (crescente) dei molti (che diventano sempre più numerosi). Più si proclama la legge, più il potere liberale opera al di fuori dei limiti della legge. Il liberalismo si rivela la foglia di fico del capitalismo che del rispetto delle leggi, anche quelle che i suoi parlamenti corrotti e inetti approvano, se ne infischia. Più si declama la pace, più si fomentano guerre, si vendono armi, si pratica colonialismo e imperialismo. E si perseguitano i migranti additati come il nuovo capro espiatorio, per nascondere le magagne del sistema liberal-liberistico, e addomesticare i popoli europei.

In nome del profitto, tutto viene sacrificato: onestà, libertà, dignità dei popoli, che peraltro vengono imboniti ben bene da manipolatori professionali, ormai sistemati in agenzie di comunicazione che di fatto decidono i risultati elettorali attraverso procedure di “profilazione” degli utenti, ossia degli elettori, inducendoli a portare le loro preferenze su un candidato o un altro, o addirittura a votare o a non votare. La democrazia è morente, e le libertà rimarranno sepolte sotto le sue macerie. Pensiamo al Brasile dove una presidente, Dilma Roussef, è stata detronizzata in modo illegittimo, un ex presidente che ha fatto tanto per il suo Paese e il suo popolo, Lula, incarcerato illegalmente (e giace in prigione da quasi 600 giorni), e un militare, l’orrido Bolsonaro, è andato al potere con i metodi sudescritti, e ora sta facendo strame della democrazia, mentre minaccia di sterminio i popoli indigeni, e distrugge la grande riserva dell’Amazzonia.

Pensiamo al Cile, dove un certo Pinera, un miliardario giunto alla presidenza, sempre con quei sistemi estranei alla dialettica democratica, sta facendo in pochi giorni quello che Pinochet ha fatto in settimane e mesi, nel silenzio dell’Occidente. Pensiamo all’Ecuador, pensiamo alla Colombia, pensiamo all’Argentina (nella speranza che il suo popolo non si lasci ingannare e voti per il cambiamento). Pensiamo alla patria della democrazia, modello per il mondo occidentale e non solo, gli Stati Uniti d’America, dove la disuguaglianza è la sola regola, incentivata da un altro miliardario, uno dei più beceri personaggi che abbiano seduto alla Casa Bianca, mostra di ignorare le norme più elementari della grammatica politica, mentre appoggia governi illiberali, tutto sempre in nome del liberalismo.

E in Europa le cose non vanno tanto meglio. E non limitiamoci a segnalare il solito Orbán denunciando le sue malefatte in Ungheria: e gli altri Paesi ex socialisti. Ma vogliamo guardare alla Gran Bretagna, che detiene in prigione, in regime di restrizione di ogni libertà (anche quello di ricevere posta, di accedere ai media e così via) colui che se il Premio Nobel fosse una istituzione seria avrebbe dovuto ricevere quello per la Pace, già da tempo: mi riferisco a Julien Assange, il cui arresto e la cui detenzione costituiscono uno schiaffo a ogni teorica della libertà liberale. Stati Uniti, Inghilterra e Ecuador (del presidente traditore Moreno) condividono la pesantissima responsabilità di arresto e detenzione.

Oggi v’è seriamente da temere per la vita di un autentico benefattore dell’umanità la cui “colpa” è di aver rivelato gli inganni, le trame, dei poteri liberali a cominciare precisamente dagli Usa. Ecco: Assange in galera, come, nei limiti di un paragone un po’ azzardato, Mimmo Lucano in Italia, per fortuna libero, ma messo all’angolo, sono due esempi di come il liberalismo usi le leggi solo per reprimere chi lotta per il bene di tutti, e la libertà viene garantita solo a coloro che si adattano alla ricerca del bene individuale dei pochi, ossia dei ricchi e dei potenti. Gli interessi di poche imprese multinazionali prevalgono sugli interessi comuni, che si tratti di politica interna o internazionale, che riguardi una “grande opera” perlopiù inutile, o le scelte di politica estera, i diritti di libertà di singoli e di associazioni o partiti (si pensi alla cattolicissima Polonia dove tutto ciò che richiama “il passato regime” viene criminalizzato e perseguitato).

E anche nel resto d’Europa, dentro e fuori dei confini comunitari, il liberalismo si rivela sovente un grande inganno, scudo di un capitalismo disumano, bellicistico, pronto a schiacciare con la repressione più brutale il dissenso, anche quando espresso in forme nonviolente e comunque entro i limiti della legge. Il Parlamento della Unione, si conferma un istituto inutile e persino pericoloso: dopo aver votato la famigerata risoluzione sull’equiparazione nazismo/socialismo, ora decreta che la politica dei “porti chiusi” verso i disgraziati che fuggono da luoghi inospitali e pericolosi, può proseguire. Si guardi anche ai singoli Paesi, per esempio alla Spagna dove la repressione contro il movimento catalanista (peraltro una causa che io giudico sostanzialmente sbagliata e di fatto insostenibile da ogni punto di vista), sta toccando vertici paurosi. Già, perché, come dicevo, il capitalismo della legge se ne infischia e gli apparati di Stato – governi, magistrature, forze di polizia, esercito, e quasi tutti i media – sono altrettanti gendarmi pronti a ingannare, nascondere, fomentare, reprimere.

Disse una volta Filippo Turati, in un intervento alla Camera dei deputati, che i liberali italiani avevano sempre fallito e che era toccato ai socialisti fare la loro parte. Un amaro paradosso. Oggi anche i socialisti sono scomparsi, o quasi, e quando constatiamo, ad esempio, che tra Salvini e Minniti non v’è differenza negli indirizzi delle politiche migratorie, ci rendiamo conto che il liberalismo, questo gigantesco inganno, ha vinto proprio perché si è rivelato il suo opposto, ossia il capitalismo ha lasciato vincere il liberalismo in quanto illiberale, pronto ad ogni autoritarismo, e la sua vittoria che in realtà è stata una disfatta dei suoi princìpi, ha trascinato nel baratro anche il socialismo che era il suo diretto avversario e competitore.

Le parole d’ordine di questo “governo di svolta”, gli indirizzi politico-economici, e le azioni concrete messe in essere o non attuate (si pensi ai famigerati Decreti Sicurezza salviniani rimasti immutati), dimostrano appieno tali assunti. Si pensi alla persistente mancata tutela del lavoro, in quanto tale, e della sicurezza nei luoghi dove viene erogato: gli incidenti sul lavoro sono la vera emergenza nazionale, anche perché negletta, malgrado gli appelli, anche gli ultimi, lodevolmente energici di Landini. O alla persistenza di lavoro illegale (il caporalato nel Sud esiste e come!), non garantito, non protetto. Si pensi alle barzellette sulla caccia agli evasori fiscali. Polvere negli occhi, mentre tutto prosegue come sempre: e dire che Luigi Einaudi – uno dei padri del sedicente liberalismo italiano – aveva scritto un tempo, all’incirca, che è nella equità fiscale che si misura la civiltà di uno Stato…

Tutto ciò sottolinea la necessità e l’urgenza della (ri)costruzione di una sinistra autentica, pronta a battersi sulle piazze e nei consessi istituzionali, con ogni mezzo, a cominciare dai mezzi intellettuali, per recuperare una identità perduta, e ad agire di conseguenza.

Questo articolo è stato pubblicato da Micromega Online il 25 ottobre 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

1 commento su “Il grande inganno del liberalismo

    Gianni Sartori

    (26 Dicembre 2019 - 09:14)

    ALMENO SESSANTA EX GUERRIGLIERI ASSASSINATI IN COLOMBIA NEL 2019

    (Gianni Sartori)

    Risale al 21 dicembre l’ennesima uccisione di un ex guerrigliero colombiano.
    Ender Elias Ravelo, in passato militante delle FARC, smobilitato con gli accordi di pace, è stato ammazzato nel quartiere di Santander della municipalità di Tibu. I suoi assassini erano a bordo di una motocicletta e hanno sparato sia contro Ender che contro la moglie. Ormai l’eliminazione fisica di ex guerriglieri da parte delle squadre della morte (si presume parastatali) è un evento abituale nella Colombia “pacificata”(?). Con questo ultimo episodio siamo ormai alla sessantesima vittima, almeno tra quelle accertate.
    Solo un mese fa, il 9 novembre, era stato rinvenuto a Santa isabel di Tolima il corpo senza vita di Carlos Asrena, altro ex guerrigliero diventato militante del FARC (Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune, il partito politico derivato dalla smobilitazione delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia e di cui mantiene l’acronimo). Sempre il 9 novembre il partito FARC denunciava l’assassinio di un altro suo membro, Diego Fernando Campo, nella regione del Cauca (sud-ovest della Colombia).

    Ancora in maggio erano almeno 22 gli ex guerriglieri assassinati dall’inizio del 2019 (o almeno quelli di cui si era conoscenza). All’epoca l’ultimo a cadere sotto il piombo di una squadra della morte nel dipartimento di Arauca era stato Juan Vicente Carvajal («Misael»), già comandante del 10° fronte delle FARC e liberato dal carcere in seguito agli accordi di pace del novembre 2016.
    In ottobre le vittime erano già una quarantina (tra ex guerriglieri e loro sostenitori) a cui si dovevano aggiungere almeno una decina di leader comunitari che in qualche modo apparivano legati al nuovo partito, legale, denominato FARC.
    Come è noto, le ripetute uccisioni di ex guerriglieri hanno costituito il principale motivo per cui in molti hanno ripreso le armi riunendosi a quella componente delle FARC che aveva rifiutato di sottoscrivere gli accordi di pace (pace a senso unico, evidentemente, almeno per le forze filogovernative).

    Sulla stessa linea l’annuncio, risalente al 7 ottobre, della comandante del 18° fronte (un gruppo dissidente delle FARC). «La Reina», nome di battaglia, aveva annunciato che la loro formazione si riconosceva nel progetto di Ivan Marquez (l’ex negoziatore che in agosto aveva annunciato di riprendere le armi) per rifondare le FARC. Quindi, aveva precisato «La Reina», il 18° fronte avrebbe seguito le direttive del gruppo guerrigliero formato da Marquez, Seuxis Pausias Hernandez («Jesus Santrich») e Hernan Dario Velez («El Paisa»).
    Il 18° fronte, posizionato su un’area della Colombia occidentale (dipartimenti di Antioquia e di Cordoba) conterebbe su un totale di circa 120 combattenti, tra guerrigliere e guerriglieri.
    Altra questione irrisolta, quella relativa ad almeno 600 prigionieri ex combattenti delle FARC che nonostante gli accordi rimangono ancora in cella.
    Alcuni di loro, detenuti nella prigione di La Picota (Bogotà) il 18 dicembre hanno diffuso alcune rivendicazioni, in particolare di poter usufruire dell’amnistia concordata nel 2016.
    Alcuni rischiano l’estradizione in paesi stranieri e molti denunciano di essere stati ripetutamente torturati.
    A complicare ulteriormente la faccenda, il fatto che il partito FARC riconosce non a tutti, ma soltanto a circa 200 di loro lo status di ex combattente e di prigioniero politico.
    Gianni Sartori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *