I movimenti denunciano i governi, mille cause per la giustizia climatica

di Cecilia Erba

Nel corso degli ultimi anni, il numero di azioni legali correlate ai cambiamenti climatici è aumentato esponenzialmente. Secondo il Climate Change Litigation Database, sono oltre 1000 i casi già depositati nei tribunali di tutto il mondo che riguardano gli impatti dei cambiamenti climatici, i rischi che questi implicano per la società e la popolazione, la mancanza di misure di mitigazione o azione, la responsabilità degli Stati e delle imprese, l’inadempienza delle autorità locali o nazionali.

Se ogni caso è differente per ovvi motivi legati al contesto giuridico, al tribunale competente e al tipo di azione, tutti chiedono l’intervento del giudice per contribuire ad arrestare la crisi climatica in atto.

Da oltre trent’anni, la comunità scientifica lancia infatti allarmi sempre più gravi. I rapporti dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici istituito già a fine anni ‘80 che raccoglie migliaia di scienziati da tutto il mondo, restituiscono un quadro sempre più preciso e drammatico dei danni causati dall’uomo al clima mondiale e di quello che ci attende se continueremo sulla stessa strada: lo stravolgimento dei nostri ecosistemi e la distruzione di larga parte di quelle risorse naturali che attualmente sostengono le società umane. Allo stesso tempo, la soluzione è sempre stata chiara: tagliare le emissioni di gas serra, abbandonare i combustibili fossili, smettere di sfruttare il pianeta in modo eccessivo.

Tuttavia, le misure finora adottate dai governi sono assolutamente inadeguate alla portata della crisi, se non in molti casi in direzione contraria. Secondo Carbon Brief, dal 2000 a oggi la capacità di generazione energetica a carbone è raddoppiata nel mondo, mentre ad agosto 2019 il tasso di deforestazione dell’Amazzonia era cresciuto del 300% solo rispetto all’anno precedente. E senza andare troppo lontano, lo Stato italiano continua a identificare nel gas una risorsa strategica nel proprio mix energetico, rimandando l’abbandono dei combustibili fossili a dopo il 2040, come emerge dal Piano Nazionale Energia e Clima pubblicato a inizio 2019. Tutto ciò trova riscontro nel fatto che, nonostante i proclami dei rappresentanti governativi durante gli annuali summit internazionali sul clima, come quello che nel 2015 ha portato all’adozione del tanto sbandierato Accordo di Parigi, le emissioni globali di anidride carbonica, invece che diminuire, continuano ad aumentare: dell’1.7% nel 2017 e di ben il 2.7% nel 2018.

A fronte di tutto ciò, una serie di organizzazioni, movimenti, comitati e singoli cittadini ha deciso di ricorrere ai tribunali e all’azione legale per chiedere che la crisi climatica, nelle sue molteplici sfaccettature, venga arrestata. Nel 2015, con la storica sentenza della corte distrettuale dell’Aia, la Fondazione Urgenda e circa 900 cittadini hanno vinto la causa intentata contro lo Stato olandese. Per la prima volta, un giudice ha richiesto che uno Stato adotti misure di precauzione sui cambiamenti climatici, riconoscendo l’obbligo legale di proteggere i propri cittadini e le generazioni future. Nel verdetto, si sottolinea come l’Olanda, in quanto Paese sviluppato, debba assumere un ruolo guida nella riduzione delle emissioni di gas serra a livello globale, adeguandosi alle misure individuate dalla comunità scientifica per prevenire le conseguenze più pericolose dei mutamenti del clima.

Il caso Urgenda non ha ancora concluso definitivamente l’iter giudiziario, ma le successive sentenze nei vari gradi di appello non hanno fatto altro che rafforzare quanto stabilito dalla prima corte, e i principi espressi hanno ispirato nuove azioni legali in vari Paesi. In Francia, quattro organizzazioni hanno lanciato l’Affaire du Siècle, citando in giudizio lo Stato francese per l’inazione sia in campo di mitigazione che di adattamento dei cambiamenti climatici, sostenuti da una petizione che ha raccolto oltre 2 milioni di firme di cittadini che condividono l’iniziativa.

Con il People’s climate case, dieci famiglie di diversi Paesi europei ed extraeuropei che già stanno subendo gli impatti dei cambiamenti climatici hanno deciso di fare causa contro l’intera Unione Europea, contestando l’inadeguatezza delle azioni e dei target adottati per la riduzione delle emissioni, non in linea con quanto richiesto dalla comunità scientifica. Secondo la loro argomentazione, se non vengono adottate misure adatte ad evitare stravolgimenti climatici disastrosi, misure che tra l’altro sarebbero nel pieno delle capacità economiche e tecnologiche dell’Unione, la tutela dei diritti fondamentali della popolazione viene messa a rischio. La Corte ha respinto in primo grado la causa per motivi procedurali, riconoscendo tuttavia che i cambiamenti climatici hanno delle conseguenze su ogni individuo, e già sono stati depositati i documenti per l’appello.

Sulla stessa linea, anche in Germania, Irlanda, Svizzera, Gran Bretagna, Grecia e altri Paesi europei sono stati lanciati o sono in preparazione azioni legali per contestare l’azione dei governi e chiedere la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, il rispetto dei principi di equità tra le nazioni e di giustizia tra le generazioni, l’applicazione del principio di precauzione. In Italia, la campagna Giudizio Universale, promossa al momento da circa 100 associazioni, comitati, movimenti e realtà della società civile e lanciata il 5 giugno 2019, anticipa la prima causa climatica contro lo Stato. Le emissioni italiane si sono infatti ridotte di appena il 17% rispetto al 1990, una cifra molto deludente se si pensa che già nel 2007 l’IPCC chiedeva che i Paesi sviluppati le tagliassero del 25-40% entro il 2020.

Dato che gli allarmi della comunità scientifica sono rimasti inascoltati per così tanto tempo, e che nel frattempo la concentrazione di gas serra in atmosfera, da cui dipende la gravità del riscaldamento globale, è aumentata, sono necessarie adesso misure ancora più drastiche di quanto non si pensasse in passato, come spiegato nell’ultimo rapporto speciale dell’IPCC pubblicato nell’ottobre 2018. Eppure, l’Italia non sembra preoccuparsene: nonostante a causa della posizione geografica nel bacino del Mediterraneo, delle caratteristiche del territorio e dell’eccessiva urbanizzazione e sfruttamento rischiamo che il cambiamento del clima globale abbia conseguenze catastrofiche nel nostro Paese, si continua a investire nelle fonti fossili e a rimandare la transizione verso una società a zero emissioni.

E se allora gli Stati falliscono nella fondamentale missione di proteggere i diritti dei propri cittadini, se le imprese sono libere di continuare a emettere e inquinare, la sentenza di un giudice può rappresentare un ulteriore strumento di rivendicazione in una battaglia che, in fondo, è per la nostra sopravvivenza.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto il 30 settembre 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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