Ricardo Galvão, lo scienziato che ha affrontato Bolsonaro per difendere l’Amazzonia

di Janaina Cesar

“Abbiamo bisogno di azioni costruttive per difendere l’Amazzonia. Dallo scorso anno abbiamo registrato una crescita continua della deforestazione”. Ricardo Galvão, ex direttore dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali (Inpe) del Brasile, è stato licenziato dal presidente Jair Bolsonaro per avere resi pubblici i dati che denunciano l’aumento della deforestazione dell’Amazzonia dell’88% a giugno 2019 rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Non solo.

Come ha ricordato Lorenzo Ciccarese dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), nel corso del 2019 sono stati registrati “circa 75mila eventi incendiari nella foresta pluviale amazzonica, un numero record, quasi il doppio rispetto al numero d’incendi nello stesso periodo del 2018”. E l’istituto guidato fino a poco tempo fa da Galvão ha rilevato che “nel mese di luglio sono stati bruciati 225 mila ettari di foresta pluviale amazzonica, anche questo un dato senza precedenti, il triplo rispetto a quelli del luglio 2018”.

Bolsonaro, uomo politico di estrema destra e “scettico” sui cambiamenti climatici, considera gli ambientalisti come suoi nemici. Per questo ha accusato Galvão di mentire e danneggiare l’immagine del Brasile. Cosa che non è piaciuta per nulla allo scienziato, tacciato peraltro dal capo dello Stato di “essere al servizio di alcune Ong” e aver diffuso “dati bugiardi”. Dopo le accuse del presidente, Galvão si era rifiutato di dimettersi, ma è stato licenziato all’inizio di agosto. “Quando i dati dicono cose che non vogliono sentire, le autorità reagiscono infastidite”, spiega ad Altreconomia dal suo laboratorio presso la facoltà di Fisica all’Università di San Paolo.

Professor Galvão, come si è sentito di fronte alle accuse dal presidente Bolsonaro?

Quella di Bolsonaro è stata un’aggressione molto grave non solo a me e all’istituzione ma anche alla scienza brasiliana, poiché l’Inpe ha una grande credibilità. I ricercatori che lavorano su questo tema del monitoraggio dell’Amazzonia sono rispettati, hanno un livello molto alto e prestigio mondiale. Nel dire che i dati erano finti, il governo stava sostenendo che gli scienziati avessero commesso un falso ideologico, un crimine. È stato davvero un colpo per me e i miei colleghi. Oltre a dire che ero al servizio di una ONG internazionale.

Quando è iniziata questa crise fra governo e Inpe?

La crisi si è verificata con la divulgazione dei dati sulla crescita della deforestazione dell’Amazzonia. È stato il culmine di una difficoltà che si è verificata da quando Bolsonaro è entrato in carica. Il suo ministro dell’Ambiente, Ricardo Salles, da tempo criticava il nostro sistema di monitoraggio. In realtà, per contrastare la deforestazione, il governo avrebbe dovuto assumere iniziative che invece non ha preso.

Che cosa sta accadendo in Amazzonia?

Quello che succede alla fine della stagione delle piogge è che i taglialegna entrano nella foresta e abbattono gli alberi, lasciandoli in attesa della stagione secca. Quando iniziano ad asciugare danno fuoco al bosco. L’Amazzonia è umida, questo fuoco non si manifesta naturalmente. Quindi quello che stiamo vedendo ora è un aumento molto grande dei punti di incendio che sono dovuti allo sgombero di questi alberi abbattuti.

Quali sono le principali attività che causano la deforestazione?

Premessa di fondo: è necessario ricordarsi che la maggior parte della deforestazione è illegale e chi compra questo legname incentiva il disboscamento. Gli europei si lamentano del fuoco nella foresta, ma si dimenticano che questo legno viene esportato principalmente in Europa. I Paesi europei continuano ad acquistare legname non regolamentato. Non esistono piantagioni di soia nella foresta nativa che è appena stata disboscata. Dal 2008 abbiamo una moratoria della soia che prevede che le piantagioni vengano fatte in zone rigenerate o di pascolo. Così gli agricoltori che non fanno parte dell’agroalimentare brasiliano mettono il bestiame o alcune piantagioni per occupare l’area e quindi ottenere un certificato di proprietà della terra. È allora che potrebbe anche arrivare la piantagione di soia.

Oltre a questo esiste anche l’occupazione della foresta per l’estrazione mineraria. Gran parte delle cave sono in terra indigena. Sono loro le vittime di questo sfruttamento della foresta. Il problema nell’Amazzonia è molto complesso e questi sono alcuni dei motivi per cui i taglialegna la invadono.

Quali funzioni svolge una foresta come l’Amazzonia?

Tra le principali c’è il controllo dell’effetto serra e del riscaldamento globale. Ma l’Amazzonia deve essere preservata anche per la sua importanza in relazione all’acqua dolce: il regime di pioggia di buona parte del Sudamerica proviene dall’Amazzonia. E per la biodiversità che include: lì si trova il 60% della biodiversità del Pianeta.

E il governo?

L’esecutivo ha un punto di vista sbagliato su come sfruttare l’Amazzonia. Si tratta di una visione capitalista fondata sulle grandi aziende e sull’estrazione mineraria. Non mi sfugge che preservare e sostenere lo sviluppo della foresta sia estremamente complesso. Ma non si può nemmeno incolpare soltanto il governo.

Perché?

Quei Governi di Paesi terzi che si spendono pubblicamente per l’Amazzonia tengono gli occhi chiusi sulle aziende di estrazione mineraria, in gran parte straniere. Abbiamo bisogno di un’azione più costruttiva per la conservazione dell’Amazzonia.

Il taglio di fondi all’Istituto brasiliano per l’ambiente e le risorse naturali rinnovabili (Ibama) ha facilitato in qualche modo il diffondersi degli eventi incendiari?

Certamente. Dall’inizio dell’anno sono crollate le iniziative dell’ispettorato dell’Ibama in Amazzonia. Il ministro dell’Ambiente Ricardo Salles ha completamente disarticolato l’Ibama cambiando direzione e mettendo nei posti di fiducia i “suoi”. Non c’è dubbio che il governo abbia dato un messaggio quasi diretto ai taglialegna. Tra l’altro, se ricorda, Bolsonaro è stato eletto con l’appoggio del settore agroalimentare. Il presidente prima di entrare in carica, mentre era ancora in campagna elettorale, ha criticato gli ispettori, chiamandoli “ambientalisti sciiti” e si è detto favorevole allo sfruttamento del suolo amazzonico.

Questo articolo è stato pubblicato da Altreconomia il 29 agosto 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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