Piero Scaramucci, il rigore, la creatività, l’abnegazione

di Mario Agostinelli

Questa brutta fine estate si è portata via, l’una dopo l’altra, due belle persone: Sergio Veneziani dal sindacato, Piero Scaramucci dall’informazione. Un po’ simili e vicini, non solo per l’aspetto disordinato che accompagnava riccioli mai pettinati, ma, soprattutto, per quell’ironia che supporta una necessaria fermezza con cui ci si attrezza ad affrontare battaglie lunghe senza cambiare mai fronte.

Simili anche nella convinzione che, soprattutto in politica, alterare la verità, per non vedere il vedibile e non ascoltare l’udibile, evita forse nemici, ma allontana dal giusto.

Ho solo accennato a Sergio per rendere meno irrazionale la mia rabbia per la scomparsa imprevista di Piero. Sono molte le generazioni che hanno potuto apprezzare il “Diretur”, standogli a contatto e ricevendo telefonate inaspettate per anticipare, arricchire o rincorrere la notizia cui lui spesso dava priorità, anche a costo di mantenersi fuori dal coro.

Ricordo le notizie giornaliere sulla Siria, la necessità di «risarcire» Pinelli e Valpreda, la minuta ricostruzione della continuità delle stragi fasciste, la guerra del Golfo e l’attacco aereo a Belgrado, ripetutamente commentati in antitesi con la retorica della «guerra giusta».

Il suo rientro nel 1992 a Radio Popolare (strumento davvero «proletario», unico nell’area milanese) di cui era stato fondatore nel 1976, risultò un dono per il sindacato, perché non c’era fabbrica o vertenza che non ricevesse da lui attenzione e commento. In moltissimi luoghi di lavoro le pause corrispondevano a sintetizzarsi sulla frequenza 107.6, mentre le campagne abbonamenti per sostenere una comunicazione originalissima in Lombardia erano scandite in diretta dalle stesse voci che io ascoltavo nelle assemblee della Cgil.

Di lui ricordo un episodio, quando nel 1987 seguì per il Tg2 l’alluvione in Valtellina. Per testimoniare la tracimazione dell’enorme massa d’acqua che si era formata per l’accumulo dei detriti, mi chiamò in ufficio per avere il nome del miglior guidatore di ruspe a disposizione della Fillea Cgil.

«Un mago – mi disse – che “pennelli” con la pala per far rotolare a valle i pini abbattuti senza che l’acqua lo porti via». Il migliore, ovviamente, secondo Piero lo conosceva il sindacato e lui non l’andava a chiedere a manager o proprietari di aziende superspecializzate, che avrebbero chiesto mille garanzie e chissà quanti soldi, per non mettere a repentaglio la loro reputazione.

E i detriti vennero spostati uno ad uno sotto lo «sguardo» della sua cinepresa e nell’ammirazione di milioni di telespettatori, che oggi ricordano e rimpiangono tutti il rigore, la creatività, l’abnegazione e – perché non dirlo – l’opera instancabile di un indimenticabile compagno.

Con un forte abbraccio a Mimosa.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto il 13 settembre 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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