È un patto d’armistizio. Se fallisce la vittoria della Lega è solo rinviata

di Alfiero Grandi

Un sospiro di sollievo. La formazione del nuovo governo Conte allontana la minaccia di una vittoria elettorale di questa destra becera, reazionaria, sanfedista coagulata dalla Lega.

Che subisce una battuta d’arresto per l’azzardo fallito di Salvini. Evitare di favorire l’avversario è importante anche per chi è perplesso sulla soluzione di governo, nella consapevolezza che ci sono opportunità che debbono essere colte, ma non è scontato che questa soluzione si trasformerà da successo tattico in una svolta. Del resto la peggiore destra in Italia è connessa ad un processo internazionale, variegato e contraddittorio, conseguenza di una globalizzazione subita, senza regole che sta generando reazioni estreme. La composizione del governo non desta entusiasmi, qualche ministro è ragione di critica non senza motivo, qualche altro desta perplessità.

Il programma contiene impegni positivi, condivisibili ma come la composizione del governo non desta entusiasmi perché sono spunti nuovi a volte nascosti. Del resto la polemica aizzata dopo il 4 marzo 2018 tra i protagonisti non può sparire di colpo, senza nascondere che il rifiuto imposto da Renzi al Pd verso il M5S ha fatto perdere 14 mesi e lasciato macerie che l’apertura attuale può nascondere.

Gli impegni importanti e nuovi sono all’interno di capitoli che contengono contrappesi e le radici fondamentali della futura azione di governo sono troppo pallide.

Qualunque sia il giudizio sugli esiti dei governi di centro sinistra del passato non si può negare che alcuni connotati erano nitidi, ora sono mescolati, quasi celati. Sembra più un armistizio che un programma. Forse non era possibile scrivere di più, comunque è difficile suscitare entusiasmi e in ogni caso mai come ora la coalizione vince o perde nell’insieme. Se il governo avesse la presunzione di racchiudere in sé le soluzioni commetterebbe un errore tragico, se vuole riuscire deve aprirsi alla società.

Qualche esempio. È evidente l’impegno a cercare di uscire dalla stagnazione. I singoli propositi possono essere utili, ma a monte c’è un problema politico non risolto. L’Italia è entrata in difficoltà nel settore cardine delle esportazioni – causa Trump ed altro – su cui aveva puntato per uscire dalla crisi. Occorre una novità politica prima che di tecnica di governo. La novità è ridare peso ed importanza ai sindacati e agli altri soggetti sociali, finora pressoché ignorati, ridotti a lobbies, rendendoli coprotagonisti delle scelte di fondo da compiere. Questo obbligherebbe il governo a definire obiettivi, a discuterli, a cercare intese su cui fare confluire impegni convergenti dei soggetti sociali, altrimenti i singoli interventi sono slegati tra loro. Il governo e il parlamento hanno sempre la possibilità di decidere in ultima istanza, ma oggi serve un impegno corale straordinario che faccia uscire i singoli dal proprio particolare, terreno che favorisce la destra peggiore.

Europa. La crisi di Johnson è il fallimento di un estremismo autoreferenziale, con una forzatura che ricorda Salvini, e questo offre all’Europa la possibilità di contrattaccare per tentare di evitare non solo il no deal ma forse un ripensamento della Brexit. Rilanciare un’idea di Europa diversa da quella conosciuta, egemonizzata dall’austerità, è indispensabile perché non si affronta uno scontro tra visioni del futuro senza una visione lunga.

L’Italia ora ha un netto indirizzo europeista, ma non basta, occorre che si proponga protagonista di una linea di riforma della Ue non solo per avere più spazio per il nostro bilancio pubblico ma per mettere in comune gli investimenti decisivi per il futuro: ambiente, lavoro, innovazione, salute, capitolo ignorato nella discussione nei trattati con altre aree del mondo. Sarebbe un modo nuovo di porre lo scorporo degli investimenti dal deficit pubblico.

Su migranti e accoglienza, integrazione vedremo in concreto, ma è certo che occorre esporre una linea alternativa a quella di Salvini che ha creato il dramma nell’accoglienza dei migranti. La Lega alzerà i toni, pazienza, la sottolineatura della diversità di questo governo conviene a tutti, inutile illudersi. Sul fisco va bene la sepoltura della flat tax e la riscoperta della progressività, un rilancio della lotta all’evasione, ma una premessa per escludere qualunque tipo di nuovo condono sarebbe stata importante. Una cabina di regia per la lotta all’evasione e all’elusione potrebbe aiutare ad ottenere risultati migliori.

Sull’autonomia differenziata delle regioni le posizioni sono ambigue. Il pericolo di rompere l’unità nazionale è troppo serio, l’abbandono del Sud inaccettabile. Non basta evitare slittamenti ulteriori ma occorre rovesciare la tendenza ad un crescente divario.

Sulla diminuzione dei parlamentari va bene il legame con una legge elettorale proporzionale, che rovesci la stupidità del rosatellum. (…) Se fallisce questo governo la vittoria della Lega potrebbe essere solo rimandata. Per evitare questo disastro occorre che acquisti forza e coraggio nelle scelte, ma per questo obiettivo occorre che entrino in campo i cittadini, diventando protagonisti di questa fase politica.

Ora occorre cambiare registro, senza attendere le chiamate dal governo, se ci saranno. La partecipazione democratica è decisiva. Se qualcuno pensa di ridurre le scelte ad un fatto interno al governo sta scrivendo, consapevole o meno, la fine di questa esperienza e una crisi della democrazia che abbiamo conosciuto dalla Liberazione ad oggi e l’attuazione della Costituzione ne è l’architrave.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto il 7 settembre 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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