Televisione a effetto immediato

di Vincenzo Vita

L’«American Economic Review» ha recentemente pubblicato uno studio curato da Ruben Durante dell’Universitat Pompeo Fabra di Barcellona, da Paolo Pinotti della Bocconi di Milano e da Andrea Tesei della Queen Mary University di Londra. Tema: l’influenza sul voto della televisione commerciale di marca berlusconiana.

La ricerca è interessante non solo perché ribadisce e accerta scientificamente un’analisi antica di una parte (sì, solo una parte, purtroppo) della mediologia italiana, volta a sostenere l’influenza di quei «modelli culturali» sull’opinione pubblica.

Ma ancor più suggestiva è la riflessione sulla lenta preparazione del «D-day» della discesa in campo del Cavaliere di Arcore. La rete primaria del biscione – Canale 5 – si affermò come canale nazionale grazie ai decreti di Bettino Craxi di fine ’84 e alla legge dell’allora ministro Mammì del ’90. In quella transizione, e come prequel della formazione dell’impero Fininvest-Mediaset, si plasmava l’immaginario degli italiani. A cominciare, e a finire, con i settori a basso tenore scolastico e senza opportunità di socializzazione, incrociati – nello studio – con i luoghi dove il segnale televisivo privato otteneva una copertura maggiore.

All’epoca sugli usi e sulle gratificazioni dei fruitori influirono programmi come «Colpo grosso», infarciti di volgarità e di richiami sessisti; nonché «B-movie» pieni di violenza e di erotismo minore. Si osserva, giustamente, che sul pubblico l’intrattenimento esprime una forza superiore alle stesse rubriche di informazione.

Sulla materia rimangono fondamentali i volumi di Mauro Wolf sugli effetti a medio e lungo termine («Teorie delle comunicazioni di massa», 1985; «Gli effetti sociali dei media», 1992), che illustrano bene le sequenze della particolare «egemonia coercitiva» che esercita il flusso televisivo.

Tra l’altro, è bene chiarire come l’avvento dei nuovi media e della stessa geometrica potenza dei social non abbia cannibalizzato la vecchia regina, se mai facendone propri stili e modalità di rapporto con il consumo. Che era e rimane generalista: i tweet di Salvini assomigliano molto ai videomessaggi di Berlusconi. La relazione con le persone è impregnata dal e del nesso autoritario tra l’uno e la moltitudine. Non già di partecipazione bidirezionale partecipata e creativa.

Del resto, Berlusconi fu il prototipo del populismo mediatico, seguito dai capi e capetti contemporanei, che formano un filo indistinto di gioco di specchi tra vero, falso e verosimile. I fenomeni gravi e pericolosi delle fake o dell’odio in rete si sono rafforzati proprio in ragione dell’attacco senza quartiere alle intermediazioni riflessive legate a deontologie professionali adeguate.

Torniamo alla bella ricerca. Si citano persino numeri di seggi ottenuti da Forza Italia grazie alla fase dell’«accumulazione primaria» della rete ammiraglia: 18 nel 1994, 61 nel 1996, 40 nel 2001. Ma nel 2000, un anno prima delle elezioni politiche, era entrata in vigore la legge sulla «par condicio», che Berlusconi considerò la causa di una perdita dell’8% di percentuale. Questo potrebbe spiegare qualcosa.

Sembra proprio, dunque, che la televisione rimanga, eccome, ben piantata nell’infosfera: cattiva maestra permanente e, soprattutto, protagonista (e vittima) della inedita «lotta di classe» nel villaggio globale. Poca istruzione e dosi massicce di video sono le basi per plasmare la parte grande della piramide sociale, che si vuole suddita e ignorante. In alto, la serie A: i servizi «on demand» e qualitativi, naturalmente a pagamento. Si sta consumando un’altra secessione?

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto il 31 luglio 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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