La diversità aiuta l’economia, la segregazione no

di Vittorio Pelligra

“Gli opposti si attraggono”. Così recita il detto popolare. Non è sempre così, anzi, a dire il vero, quasi mai gli opposti si attraggono. La legge fondamentale della dinamica delle interazioni sociali, infatti, vede i simili attrarsi, non i diversi.

È il cosiddetto principio dell’omofilia, dell’amore (philia) per il simile (omo), secondo la definizione introdotta negli anni cinquanta da Paul Lazarsfeld e Robert Merton. Dalle antiche società di cacciatori-raccoglitori fino alla nostra vita nell’infosfera digitale, l’omofilia guida le nostre scelte: i compagni con i quali intraprendere una battuta di caccia nella savana, gli amici con cui condividere le foto delle vacanze sui social; il quartiere nel quale andare ad abitare, fino alla scuola materna dove iscrivere i nostri figli. In questo senso si direbbe che quanto a realismo, il detto “moglie e buoi dei paesi tuoi”, batte “gli opposti si attraggono” dieci a zero.

Negli Stati Uniti meno dell’un per cento dei cittadini bianchi sposa un ragazzo o una ragazza di colore, nonostante i neri rappresentino circa il dieci per cento della popolazione totale. Analogamente, meno del cinque per cento dei neri si sposa con bianchi, benché questi rappresentino più del sessanta per cento della popolazione. Al di là di questi fatti quasi banali, la questione dell’omofilia può produrre ulteriori conseguenze, profonde e pervasive. Pensiamo per esempio alla struttura dei quartieri delle nostre città, soprattutto quelle che hanno subito, nel passato, intense ondate migratorie. In ogni grande centro degli Stati Uniti, per esempio, è possibile trovare una “Little Italy” o una “China Town” e innumerevoli altri quartieri di matrice irlandese, germanica o nordica.

Negli anni delle grandi immigrazioni questi centri sono cresciuti numericamente molto in fretta attirando immigrati europei che si sono stabiliti in luoghi differenti delle stesse città, in genere i più poveri e malfamati. Nelle ondate successive, anno dopo anno, i nuovi immigrati sono stati naturalmente attirati verso quei quartieri dove più frequentemente si parlava la loro lingua, si festeggiavano gli stessi santi patroni, si mangiava lo stesso cibo, dove maggiore era la probabilità di avere un amico o un parente. In questo modo, l’omofilia ha plasmato le grandi città e le abitudini di milioni di persone, ma anche, spesso, i loro pregiudizi e le loro paure.

Un fenomeno simile è in corso da qualche anno anche qui da noi. Quartieri che si svuotano degli indigeni “sciur” e delle originali “madamin” e che progressivamente vengono occupati da immigrati provenienti dall’Africa o dall’Asia, in un processo cumulativo che il Nobel per l’economia Thomas Schelling ha definito “tipping-in – tipping-out”. La conseguenza è una forma di segregazione nella maggior parte dei casi involontaria. Basta un livello anche molto basso di omofilia (tra il cinque e il venti per cento, secondo alcune stime empiriche), per attirare una famiglia straniera in un vicinato dove c’è già una famiglia della stessa nazionalità e per far sì che una famiglia indigena decida di lasciare il suo quartiere d’origine. Questa famiglia immigrata che arriva, ha affittato la casa da una famiglia italiana.

Effetto netto: una famiglia italiana in meno ed una famiglia straniera in più. Al crescere del numero delle famiglie straniere diventa sempre più conveniente, in quel quartiere, aprire attività commerciali a matrice etnica: un ristorantino, un piccolo supermarket, magari al posto della vecchia pizzeria e del vecchio pizzicagnolo. E così il processo di modificazione procede, non per una volontà segregante o per un complotto di sostituzione etnica finanziato da Soros, ma sulla base di una preferenza, anche limitata, per il simile, sia da parte dei vecchi residenti, che tenderanno a trasferirsi lasciando case e attività (tipping-out), ma anche da parte dei nuovi residenti che troveranno nuovi spazi e vicini affini (tipping-in). Ecco che, nel giro di pochi anni, quartieri e intere zone delle nostre città, avranno assunto una struttura etnicamente, religiosamente e spesso anche linguisticamente, segregata.

Questo avrà un effetto importante anche sulle scuole, perché le scuole di quei quartieri avranno una maggioranza di alunni stranieri, che quindi interagiranno più frequentemente con bambini stranieri, rendendo la segregazione ancora più profonda. Non è necessario che una società sia razzista affinché questo accada; è una conseguenza naturale della nostra, anche ridottissima, preferenza per il simile, della nostra, anche sottile e quasi impercettibile, omofilia. Chi cerca di far credere il contrario è in malafede e spera di utilizzare la paura, l’insicurezza, la mancata comprensione dei fenomeni, a fini elettorali. Essenzialmente per conquistare e gestire potere. Detto questo, è legittimo, però, chiedersi cosa ci sia di male in una società nella quale i simili stanno coi simili, quando questa segregazione non sia frutto di discriminazione, ma di una naturale tendenza a voler interagire con coloro che ci appaiono più simili a noi? Di male, da un punto di vista morale, niente. Sarebbe un’etica-patetica, come ogni tanto sottolinea mio figlio adolescente.

Però qualche controindicazione potrebbe effettivamente esserci. Per esempio, società con un livello più elevato di segregazione tendono ad essere più diseguali; società che forniscono opportunità di mobilità sociale solo ad alcuni e non a tutti; società dove troppo spesso i destini sono segnati dalla fortuna e non dall’impegno e dal merito. Sono, inoltre, società dove i gruppi di interesse economico-politico la fanno da padrone, influenzando in maniera rilevante, la vita di tutti. Diversi studi hanno mostrato, tra le altre cose, come un elevato livello di segregazione sia correlato negativamente con la qualità dei governi (Alesina, A., Zhuravskaya, E. “Segregation and the Quality of Government in a Cross Section of Countries.” American Economic Review, 2011, 101(5): 1872-1911) e come a livelli maggiori di segregazione corrispondano performance economiche, espressa in termini di PIL pro-capite, decisamente peggiori (Jackson, M., 2019. The Human Network. Pantheon Books).

A leggerli bene, questi risultati sembrano metter in luce un interessante paradosso: da una parte vediamo società segregate, incapaci di cogliere tutti i potenziali benefici della cooperazione sociale, che si danno istituzioni meno efficienti e ottengono risultati economicamente inferiori rispetto alle società meno segregate.

Dall’altra, però, osserviamo anche nazioni, pensiamo agli Stati Uniti o alla Gran Bretagna, per esempio, che sono estremamente frammentate da un punto di vista sociale, ma che hanno istituzioni politiche solide e performance economiche invidiabili. La soluzione a questo apparente paradosso sta nel fatto che la variabile rilevante, la cui azione questi studi provano ad isolare, non è tanto la diversità etnica, religiosa o linguistica all’interno dei vari paesi, quanto piuttosto il modo in cui ciascun paese, storicamente, è riuscito a gestire tale diversità. In altre parole, i dati mostrano che a parità di frammentazione, società meno segregate possono avere performance economiche molto differenziate, ma ciò che è certo è che paesi molto segregati hanno tutti livelli di PIL pro-capite più bassi.

Sembra emergere questo messaggio, dunque: la diversità “può” essere una grande opportunità di crescita economica e politica, ma deve essere gestita in maniera tale da ridurre al minimo il livello di segregazione o, che è lo stesso, da favorire al massimo il livello di inclusione e integrazione. Come questo obiettivo si ottenga è, per molti versi, una questione aperta. In Italia si erano avviate, negli anni scorsi, interessanti sperimentazioni, due per tutte: la grande tradizione nostrana dell’inclusione scolastica. Classi miste, dove la lungimiranza di alcuni dirigenti, ha evitato la ghettizzazione su base etnica, reddituale o culturale delle famiglie di origine. E poi il modello SPRAR, fatto di piccoli gruppi di immigrati richiedenti asilo, integrati nel tessuto sociale e nelle comunità accoglienti, su base volontaria. Modelli a basso impatto, a basso costo e potenzialmente capaci di trasformarsi, in breve, tempo in una risorsa soprattutto per i territori più fragili, quelli, per esempio, a rischio invecchiamento e spopolamento.

Mentre la prima esperienza è sempre soggetta alla discrezionalità del dirigente, ma, in qualche modo, tutelata, la storia degli SPRAR è stata forzatamente interrotta, senza che da essa potesse emergere un vero e proprio modello e senza che ad essa potesse essere sostituita una proposta alternativa altrettanto credibile. Politiche attive ed efficaci per l’integrazione al momento non ce ne sono e, come ci ha spiegato Schelling, senza una politica attiva di contrasto, la tendenza sarà quella naturale verso una maggiore segregazione, con tutto ciò che questo implica. E’ questo quello che vogliamo? Quelli migratori sono fenomeni epocali che non potranno essere fermati, tanto più da uno singolo Paese che opera in maniera ideologica e isolata. Occorrerebbe, invece, iniziare a gestirli con intelligenza e mettendo a frutto le migliori conoscenze che al momento abbiamo. Il paradosso frammentazione-segregazione, in questo senso, ci indica una via interessante. Occorre avere il coraggio e la lungimiranza per perseguirla. Chissà se il nuovo assetto politico che sembra affacciarsi all’orizzonte, avrà la volontà e la forza per procedere in questa direzione? Chissà? Il Paese, certamente, potrebbe averne un grande beneficio. Sempre che questo sia l’obiettivo ultimo dei nostri governi.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il Sole 24 Ore il 18 agosto 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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