Slow and gentle: il Festival di Santarcangelo a impatto morbido (e politico)

di Silvia Napoli

Siamo arrivati in un lampo alla boa-scadenza del fatidico contratto triennale alla Direzione del Festival di Santarcangelo dei Teatri, targata Niklayeva-Gilardino e l’idea di lasciare una impronta-indicazione implicita di accoglienza e inclusione sembra prevalere in seno ad una messe di spunti vecchi e nuovi, sapientemente intrecciati, come sempre accade per questo tempo di “eccezione” che ridisegna i contorni di una intera comunità simile a Fenice che risorga rinnovata ad ogni stagione. L’ispirazione sembrerebbe essere quella di proporre eventi ad impatto soft, mettendo tra parentesi un certo radicalismo estetico che ha contraddistinto diverse edizioni del Festival, senza dubbio uno dei più longevi d’Italia, uno di quelli che ha cercato sempre di definirsi come immagine in sé, anche oltre i lavori presentati.

Cosi abbiamo vissuto nel tempo, autentici passaggi generazionali, in qualche modo epocali mantenendo immutata da qualche parte la vena sorgiva democratica e largamente partecipativa, pur attraverso teatri di contestazione, poi provocazione, di autore e di strada, di riflusso e di risorgenza, di lotta alle paure oscure e di luminosità, fino ad arrivare alla soglia dei 50, un anniversario importante, che vedrà una conduzione nuova, eppure assai familiare e già in qualche modo provatasi anni orsono in quello che fu un vero tridente difensivo-offensivo dei gruppi di punta della vague romagnola:ovvero la direzione di Casagrande- Nicolò di Motus.

Intanto però, Niklayeva-Gilardino, chiamate nel già lontano 2016, dalla associazione, già consorzio dei Comuni limitrofi, per il festival, che aveva esaminato decine e decine di candidature, scegliendo poi evidentemente come convincente una proposta di apertura internazionale, di grande allure europea di avanguardia che evitasse rischi di imbozzolamenti e ripetitività, non si considerano a missione conclusa, cominciando a vedere proprio adesso cosa esce fuori da un lunghissimo lavoro preparatorio e quale sarà la vera natura di questo Festival che si può comprendere appieno solo vedendolo vivere pur sapendo bene con quali nutrimenti sia cresciuto.

E dunque, la prima cosa da dire è che il titolo non si riferisce tanto a supposti contenuti accomodanti:nessuna voglia di essere buonisti, proprio ora che il termine ha valenze ambigue e spregiative. Si tratta invece di ripensare il proprio sguardo e il proprio pensiero sul teatro, ma anche sul mondo e il proprio starci dentro, ampliando e dilatando l’esperienza con tutta la calma necessaria: una bella scommessa quando le proposte sono tantissime, con una accessibilità ecumenica e davvero trasversale, disseminate in un arco temporale dilatato anch’esso tra il 5 e il 14 luglio e distribuite fino a notte fonda, quando i djsets di Imbosco, ogni volta cosi connotati, così tematizzati cosi performativi, contribuiscono a fare spettacolo di una comunità che balla, riconoscendosi come tale pur nella persin auspicata disomogeneità.

La sfida è quella di attraversare le differenze non tanto seducendo frequentatori cinici, distratti, occasionali, naives, ma motivandoli in maniera mirata o ancor meglio, abbracciando tutte le possibili motivazioni. Raggiunta telefonicamente proprio in dirittura di pre-apertura festival, Lisa Gilardino, dioscure di Eva in questo percorso di cura a 360 gradi, non mostra segni di stanchezza, anzi, una sorta di serena e consapevole aspettativa sembra animarla mentre osservo che si vede in filigrana la qualità di questo lavoro che integra, o meglio, incastona il festival al luogo, creando vicinanza proattiva tra tutti, oltre gli stessi artisti, gli appassionati, gli addetti ai lavori. Cosi, ogni luogo, ogni spazio è alimentato di vita nuova da ognuno, senza si avverta quella separatezza che può capitare, tra kermesse artistica e proposta culturale in senso proprio e un altro mondo fuori fatto di miti, riti, edonismo e commerci, tutto sommato abbastanza inerte al resto o vissuto al massimo come contrappunto, riposo del guerriero, compensazione popolare.

Non a caso, ci sono termini oggi abusati e fraintesi, come il succitato che non compaiono nell’idioma distintivo del Festival, nonostante l’attenzione a tutte le forme espressive e alle tradizioni sia alta, come testimoniano le interviste santarcangiolesi in conferenza presentate dalla estrosa performer Eva Geattio il laboratorio a cielo aperto di polka chinata, tenuto dal pluripremiato danzatore Alessandro Sciarroni, giusto per non perdere di vista un aspetto aggregativo della danza e il fatto che fare storia significa anche declinarsi nei contesti e nelle varie fasi della vita., rileggendo se stessi e le proprie visioni del mondo.

Questo per esempio, è quello che accadrà nella seconda parte del Festival, con il gruppo brasiliano Dominio Pubblico, che è inviso per le sue idee ele sue pratiche teatrali all’attuale regime, tanto da essere stato incarcerato e che qui presenta una interessante rilettura della Gioconda di Leonardo come fenomeno di mercato e comunicazione.Un vettore di pulsioni, desideri, contenuti interpretativi di volta in volta influenzati dallo zeitgeist, dalla morale corrente che stabilisce ciò che fa “scandalo”, da valori simbolici e commerciali che impediscono quasi di “vedere” oltre lo sguardo: e non è forse ciò che oggi accade ad una opinione pubblica globalizzata e connessa, ma deprivata di strumenti interpretativi? “Considero questo lavoro estremamente politico”, mi dice Gilardino e tutto il Festival lo è, nel senso più largo del termine.

Del resto, possiamo aggiungere, non potrebbe essere diversamente, stante le ascendenze familiari di Niklayeva, figlia di un noto poeta bielorusso perseguitato dal governo oppressivo del suo paese ed essa stessa attivista di diritti civili impegnata su diversi fronti. Formatasi culturalmente come giovanissima curatrice artistica, in quella Finlandia che tante opportunità sembra offrire alle donne di talento e a cui l’Italia più attenta guarda evidentemente con simpatia ed interesse, considerata la prossima direzione del Biografilm, si è mostrata da subito entusiasta cittadina santarcangiolese e ha saputo assimilare rapidamente e rielaborare i lasciti della conduzione precedente targata Silvia Bottiroli.

Un ideale dreamteam femminile che ha a cuore le differenze in generale, comprese quelle di genere, comprese quelle dei corpi non conformi sempre con quel tocco gentile che tutto trasforma e impedisce di attecchire alle basse speculazioni, come quelle annose sul gender, sulla sessualità di certi performer, sul nudo agito in pubblico, sulle presunte lobbies lgbtqi che condizionerebbero la scena artistica e di costume un po’ ovunque: ogni anno, chiosa Gilardino, ci chiediamo di cosa sia urgente parlare, argomentare, anche e soprattutto qui e riteniamo che il bios in generale, la parte di ambiente e di corpo che ha bisogno ci si prenda cura di lei, è fondante in questo momento.

Per questo sono previste tante pratiche olistiche di benessere aperte a tutti, tante forme spettacolari che prevedono un rapporto one to one con lo spettatore partecipante, si evitano in tutti i modi possibili passività e manipolazione e dove si creano dinamiche di gruppo aperte allo sguardo pubblico, di piazza, come in Moltitud dello scorso anno, uno dei lavori pensati qui più belli degli ultimi anni, gli avvertimenti su eventuali momenti di nudo erano esplicitati in tutte le salse, onde evitare morbosi misunderstanding.

Non per caso una sorta di bestiario fantastico, la cui principale caratteristica è quella metamorfica, è al centro della simbologia del festival: un sirenetto spiaggiato nella fontana del paese per il 2017, un unicorno inafferrabile come guida degli spazi boschivi per l’edizione dello scorso anno, quella forse più incline a recuperare un’intimità con il verde, uno stupefacente drago marino miracolosamente ricreato da altrettanto meravigliose performers di nuoto sincronizzato evento designato per quest’anno ad aprire ufficialmente il festival all’estero, alla piscina comunale di S Marino, congiuntamente anche inserito nelle programmazioni della notte Rosa, spalmata su due serate del weekend, per la verità.

Il tema ambientale come dicevamo è stato sempre sottinteso nelle scelte del festival perché intrinseco alle sensibilità delle curatrici: anche questa contrapposizione industrialista tra Cultura e Natura, che tanto ci nuoce dovrà essere superata a cominciare dalle figure dei rispettivi esponenti intellettuali e qui diventa discorso relazionale e interattivo piu che rivendicativo, ma, d’altro canto, le buone pratiche a valenza ecologica nella logistica del Festival, sono attivate da un pezzo:si pensi alle fontanelle d’acqua gratuita in piazza, i materiali di riciclo di ogni tipo di catering e materiale cartaceo, oppure ancora i manicaretti delle cene nel portico, il Centro festival, realizzati con materiali a km zero a scadenza ravvicinata.

Naturalmente gli stimoli dati da un’attualità sempre più pressante si fanno sentire, vogliono farsi ascoltare anche nel momento fuori dell’ordinario che una situazione come questa può costituire. Per esempio, mi dice Gilardino, tutto il progetto di Francesca Grilli, anche questo radicato nella comunità del luogo, che ha lavorato con un gruppo di bambini in età scolare, addestrati da apprendisti stregoni a leggere la mano degli adulti, ci parla di un rovesciamento di valori e di poteri che non ha potuto che nutrirsi della limpida caparbietà di Greta a livello ispirativo. Quel suo j’accuse contro la nostra autoreferenziale adultità, è del resto inglobato in altri lavori visti di recente e sto pensando per esempio, al Purgatorio delle Albe, a Santarcangelo presenti da anni con la loro non scuola di teatro per giovanissimi.

All’insegna dei giovani è stata la pre apertura di giovedi scorso 4 luglio, non solo con la non scuola nello Sferisterio, ma anche con i “washupper” in residenza: un cospicuo laboratorio e una programmazione continua per giovani talenti che copre praticamente tutto l’anno e che ormai si autogestisce, venendo anche in soccorso volontario come staff per le giornate topiche di luglio. Ma le iniziative che maggiormente marcano il senso civile del festival sono quelle legate alla presenza di questi collettivi internazionali denominati Forensic Oceanography e Forensic A rchitecture, che, un po’ come accade per i gruppi di lavoro legati al mega progetto Anthropocene, in corso espositivo al Mast di Bologna, constano della commistione di artisti e operatori visuals insieme a scienziati ed anche attivisti, in questo caso.

Il tema dei temi aggredito dalle puntuali indagini dimostrative di questi gruppi è la militarizzazione delle acque del Mediterraneo avvenuta in apparenza almeno, in seguito alla presunta emergenza migranti.

Questa issue era per noi vitale sin da quando abbiamo pensato questa edizione, tanto da ritenere di poter posizionare al centro di piazza Ganganelli un container appunto di quelli che trasportano per mare armi, merci illegali o pericolose e persino umani e che è una installazione dedicata alla vicenda della nave tedesca Iuventa, approntata da un gruppo di giovani generosi per il soccorso marittimo ed oggi posta sotto sequestro, vicenda benissimo raccontata da un docu recentemente proiettato anche in Italia. Ma la realtà stupisce, precede, amplifica ogni istanza e cosi l’anticipata del festival accanto ai concerti e alla componente festosa, prevede un talk organizzato dai collettivi di cui sopra cui partecipano anche componenti dell’equipaggio dell’altra discussa imbarcazione, stavolta battente bandiera olandese ed appartenente alla Ong Sea Watch, oggetto delle più diverse speculazioni.

Doveroso stare sul pezzo, doveroso stare nella realtà anche se il clima ospitale di Romagna indurrebbe all’idillio, dunque molte produzioni, aspetto che il Festival ha rafforzato nel corso del tempo, vertono su altri aspetti scomodi della globalizzazione, altre sfaccettature del territorio molto meno accattivanti e soprattutto fasce generazionali ingombranti, persistenti, ma che si vorrebbero accantonare o rottamare.

Non è un caso che la conferenza stampa di presentazione del Festival si sia tenuta nella sede del centro anziani Franchini e ancora una volta le Donne tengono la scena, come nel progetto in cui Kristina Norman raccoglie tranche de vie di badanti straniere di stanza in loco e a Bologna per mostrare straordinari percorsi di resilienza, di creatività e di sorellanza che consentono a queste donne in qualche misura persino eroiche, di tirare avanti con dignità, vitalità e senso del futuro. Non si può dire poi che questo festival viva di trovate e sorprese senza sedimentare esperienze, che sono di vita e teatro insieme, come nel caso delle ormai celeberrime Azdore, che qualche tempo fa Marcus Ohrn, artista in residenza ha galvanizzato per una trasposizione in chiave punk della vulgata della reggitrice di casa romagnola: forte, risoluta, senza peli sulla lingua, instancabile lavoratrice e formidabile sfoglina a tempo pieno, ma forse non cosi emancipata da modelli culturali patriarcali.

Il fatto che questo gruppo di donne mature ed oltre, si sia poi costituito in una crew che ha saputo fronteggiare i Mutoids, ormai sorta di Lari e numi tutelari della Valmarecchia, ma anche rivoluzioni personali che le hanno portate a rivedere l’immagine di se stesse e il proprio assetto familiare, fino a renderle anche compartecipi della logistica di ospitalità del festival, la dice lunga sulla potenza deflagrante dell’arte intesa come esperienza totale che nulla può lasciare cosi come ha trovato. O che può farci accogliere magie, come accade per esempio nelle coreografie di un’altra stella fissa del festival quale Silvia Gribaudi, che grazie ad una perizia tecnica strepitosa, un senso dell’umorismo contagioso apre ogni tipo di pubblico al ribaltamento dei ruoli tradizionale e delle stereotipie prescrittive sull’estetica “giusta” dei corpi, ma anche ribalta qualche certezza su generi e tipologie di performance artistica. Senza nulla togliere alla creatività maschile, del resto come avrete capito qui steccati non se ne fanno e le mescolanze paritarie e rispettose delle peculiarità sono altamente incoraggiate, si può ben dire che mentre altrove il Futuro è donna, qui sia già Presente.

Non si può chiudere una certo non esaustiva carrellata, senza menzionare peraltro la ricca componente musicale unplugged, dunque delicata e a forte trazione femminile anche questa, che anima ogni sera Piazza delle Monache o anche la quotidiana programmazione cinematografica in piazza Ganganelli, ma soprattutto dobbiamo riferirci a quello che può diventare potenzialmente il Manifesto di questa edizione nella sua interezza: sto parlando della performance Kiss, o nuovo esempio di convivenza su un potenziale palcoscenico, come amano definirla Silvia Calderoni, ormai consacrata icona di espressività artistica a tutto campo e Ileana Caleo che l’hanno ideata, ispirandosi idealmente ad una realizzazione filmica di Andy Warhol dei tardi anni Sessanta.

Il film,che riprendeva in silenzio una serie di baci scambiati in totale libertà dal pregiudizio sui generi e le etnie, aveva allora una forte valenza anticensura e oggi? Quale potrebbe essere l’impatto sugli spettatori scafati, di due esplosioni di baci scambiati attraverso una rete da parte di 23 selezionati performer, nei giorni 11, 12 e 13 luglio, rispettivamente alle ore 20 e 21 e 30? Le prove, in parte aperte al pubblico, iniziano il sei luglio alle ore 16. Facile intuire che questi baci non cosi scontati e giustapponibili per contrasto, ad una realtà di insorgenti paranoie, di divisioni indotte tra esseri umani, di contatti ormai virtuali e resi pornografici dalla esclusione della totalità, faranno il loro effetto, perché il bacio è la persona nella sua interezza che lo scambia ed è una sorta di prova alchemica.

Spesso si fanno magie anche con i numeri e concludiamo la nostra conversazione sulle fonti di finanziamento del festival, che ha molti sponsor privati, ma che fondamentalmente ed è con grande soddisfazione che lo scriviamo è in salde mani pubbliche, partendo dagli organi centrali del MIBAC per scendere alla Regione ER e naturalmente alla Associazione dei comuni, che se non sempre sono performativamente coinvolti forniscono comunque il loro prezioso contributo. Poi, mi dice Gilardino ci sono le contribuzioni dei progetti europei con varie scadenze temporali e del resto, il Festival dalla Romagna si irradia ovunque, con coraggio e non mi sto riferendo solo alla tappa sanmarinese, ma anche alle Azdore che concluderanno la loro avventura con Ohrn in Lapponia, a rendere omaggio alla tomba di Eva, nonna dell’artista. Insomma, nostra patria è un mondo senza confini e tante possibilità da immaginare per cominciare un futuro diverso sin da ora. Non mi resta che suggerirvi: enjoy!

Autore dell'articolo: Amministratore

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