Matera 2019: qualche inizio di considerazione su “approcci antropologici” e crisi della democrazia

di Michele Fumagallo

La Basilicata sta diventando una regione sballottata da opposte visioni. L’oscillazione tra “sguardo antropologico” e consumi omologati è la linea che si segue ovunque in regione in questo anno di Matera capitale europea della cultura.

Certo non aiuta un programma troppo carico di cose che impediscono di soffermarsi sull’essenziale e soprattutto sullo strutturale e il duraturo. Cosicché bisogna ballare al ritmo frenetico delle iniziative che rischiano di lasciare un vuoto come spesso accade, nel nostro tempo, alle feste caricate di pesi eccessivi ma svuotate di valori e linee forti per il futuro.

Ai “cercatori” di ripetitività e banalità non ho molto da dire; agli “antropologi” forse qualcosa. A cominciare dal fatto che l’antropologia ha bisogno di un rinnovamento radicale se non vuole diventare una materia banale.

Per esempio, già chiamare da parte di molti, “spedizione” lo studio sul campo che Ernesto De Martino fece in Basilicata negli Anni Cinquanta del secolo scorso era un’espressione snob che spesso metteva in luce un atteggiamento altezzoso e inutile dei cronisti e commentatori di quei viaggi.

Oggi si rischia, in un tempo del tutto mutato da quello in cui agiva De Martino, di commettere errori ma senza portare a casa studi di rilievo che fanno epoca e storia, come furono quelli dello studioso di allora.

Voglio dire che troppi “scendono” in Basilicata a cercare cose che non esistono, miti del tempo che fu che la storia ha liquidato da tantissimi anni. Cosicché gli approcci alla realtà lucana oscillano da una curiosità del tutto fuori dal tempo storico a una superficialità sconfortante.

Mai che uno cerchi di vedere la realtà in termini normali: lavoro che non c’è, emigrazione, contraddizione uomo-donna, strutture e investimenti che mancano, classi dirigenti inadeguate, sudismo deteriore, eccetera.

Mai che uno cerchi di inquadrare le cose in ambito nazionale ed europeo.

È vero, De Martino scrisse una cosa sacrosanta: chi non ha un villaggio vivente nella memoria a cui ritornare sempre è costretto a vivere in modo alienato e disumano. Ma questo vale ovunque, non c’è bisogno di andare in Lucania per cercare questo villaggio.

È vero, chi non sa cercare nel passato il nucleo forte di verità da trasportare nel futuro può solo produrre o ritorni spaventosi all’indietro o progresso malato. Tuttavia questo vale anche per Venezia, non solo per Matera.

Come si vede tutto ci porta a una parola che sta diventando, ahinoi, tabù: “politica” e “soggettività della politica”. Senza movimenti nuovi e politici non si può andare avanti, né a Matera né altrove.

Non capire quanti pericoli può portare con sé un mondo bloccato nelle sabbia mobili del presente, senza passato e senza futuro, è non capire nulla della democrazia, dei suoi valori e del suo sviluppo futuro, ma anche delle sue possibili spaventose degenerazioni.

Non a caso molti cominciano a rassegnarsi a un mondo dove la partecipazione democratica è già venuta meno da tempo e cominciano a considerare questo un dato acquisito della storia. Ma non è così: si scambiano lucciole per lanterne, cioè si scambia il decadentismo odierno per normale e fatale.

Ma c’è qualcuno che vuole battere un colpo? Qualcuno preoccupato dei pericoli per la democrazia che un approccio sbagliato alla realtà può portare con sé? Qualcuno che vuole provare a uscire da queste sabbie mobili?

Autore dell'articolo: Amministratore

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