Nazionalisti in nome di dio ma senza il papa

di Francesco Peloso

Alla fine il leader della Lega Matteo Salvini, tra un rosario e un’invocazione alla Madonna, l’ha dovuto urlare chiaro e tondo dal palco della manifestazione di Milano in piazza Duomo, il 18 maggio scorso: “Qui non ci sono fascisti!”. È una vecchia regola non scritta della comunicazione che quando si associa una parola controversa a un partito o a un leader politico, quel che conta non è tanto il contesto e il senso dell’affermazione, quanto il fatto stesso che venga pronunciata: è la spia, il segnale, che un problema esiste. In sintesi: la lingua batte dove il dente duole.

Salvini, del resto, deve aver sentito il peso crescente di quel termine che gli veniva scagliato addosso di continuo, quel paragone sempre più frequente tra i suoi slogan e quelli del fascismo italiano tornato a essere, almeno in parte, motivo di imbarazzo dopo lunghi anni di progressiva riabilitazione storica e ideologica.

Non è stato quindi un caso se, nel medesimo periodo, un leader spirituale mondiale come papa Francesco abbia più volte paragonato l’ondata nazionalista e populista che percorre oggi l’Europa con il periodo tra le due guerre del secolo scorso, cioè la crisi economica mondiale, la Repubblica di Weimar, l’avvento e il consolidamento del fascismo e del nazismo in Italia e in Germania. Il parallelo è tornato recentemente anche nel colloquio tra il papa e i vescovi italiani riuniti in assemblea in Vaticano. Da sottolineare che Francesco per biografia – ha 82 anni – è un testimone diretto di quell’epoca, sia pure da un punto di vista particolare, l’Argentina, ma pur sempre cresciuto all’interno di una famiglia di migranti italiani.

Bergoglio, insomma, è preoccupato – e non lo nasconde – per l’ascesa in Europa di movimenti nazionalisti di destra, in Italia fiancheggiati o accompagnati da organizzazioni di estrema destra come Forza Nuova o Casa Pound, identificati come il veleno che può corrompere lo spirito europeo, le sue fondamenta umanistiche, cristiane e democratiche. A ciò si aggiunga che, per la Santa Sede, il nemico in un certo senso è in casa. Se Salvini è capace di baciare il rosario o il crocifisso, il capo riconosciuto del fronte sovranista, l’ungherese Viktor Orbán, si dichiara cattolico nonostante i fili spinati eretti ai confini, la distanza dal magistero sociale della chiesa, la progressiva demolizione del sistema democratico e del welfare nel suo paese. Il suo stesso partito, Fidesz, è stato sospeso dal Partito popolare europeo (Ppe, il quale però non ha trovato l’accordo al suo interno per una misura più drastica come l’espulsione).

D’altro canto non va nemmeno dimenticato che durante il comizio milanese Salvini, sempre più leader totale – religioso oltre che capo della Lega, ministro dell’interno e vicepremier – ha scandito: “Affido l’Italia, la mia e la nostra vita al cuore immacolato di Maria che sono sicuro ci porterà alla vittoria”. Il problema di un rapporto stretto tra simboli cristiani e neoautoritarismo non è solo italiano: anche il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, la cui visione antidemocratica del potere e della società è fonte di preoccupazione a livello internazionale, ha partecipato a una cerimonia di consacrazione del Brasile al cuore immacolato di Maria. Al rito era presente un vescovo, monsignor Fernando Rifan, amministratore apostolico del gruppo ultratradizionalista di San Giovanni Maria Viennay, organizzazione rientrata, a differenza dei lefebvriani della Fraternità di San Pio X, in comunione con la chiesa di Roma.

Questo articolo è stato pubblicato da Internazionale il 23 maggio 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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