Le periferie vanno a destra: la vendetta dei luoghi che non contano

di Silvia Vaccaro

L’abbandono dei luoghi pesa sulle urne ma occorre una lettura attenta e non stereotipata per leggere bene i risultati elettorali. Non solo quelli italiani, si intenda, ma i tanti appuntamenti elettorali che si sono succeduti in Europa e oltreoceano da dopo il 2008. Una lettura interessante è quella del Prof. Andrés Rodriguez-Pose, docente alla London School of Economics, studioso internazionale e autore di un’analisi sulla relazione fra declino economico e sociale e comportamenti elettorali, intervenuto qualche giorno fa all’evento Territori abbandonati dalle politiche, organizzato dal Forum Disuguaglianze Diversità (ForumDD) in collaborazione con ASviS e GSE nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile.

“Il risentimento e il voto per i partiti percepiti come anti-sistema non si concentra nelle aree a minore reddito, e neppure sempre nelle aree rurali; la contrapposizione semplificatrice città-campagna non aiuta. A determinare rabbia e voto anti-sistema è piuttosto un declino di lungo termine, economico, sociale e identitario”, afferma Rodriguez-Pose, che fonda queste considerazioni su un’analisi di oltre 60mila distretti di tutta Europa.

Per molti anni le politiche di sviluppo hanno concentrato i loro sforzi economici e di visione sui grandi centri urbani, immaginando che le possibilità di crescita e sviluppo e quindi di benessere per le persone potessero pienamente avverarsi solo nei grandi agglomerati urbani densamente popolati e fertili per i mercati. E tutte le altre aree? In alcuni casi, ricorda il Professore, hanno ricevuto fondi compensativi o sono state oggetto di politiche di assunzione massiccia nella pubblica amministrazione, ma di fatto sono stati considerati “luoghi senza futuro”, subendo un abbandono che negli anni è diventato motore di rabbia e risentimento da parte dei cittadini e delle cittadine.

In una precedente intervista, Rodriguez-Pose, ricordava la dinamica del voto per la Brexit, paradigmatica rispetto al trend rilevato dalla sua analisi: “Attraverso le elezioni abbiamo sentito la reazione delle zone che sono state trascurate. Se prendiamo il caso del Regno Unito, le zone dove in generale ha vinto il voto per il “Remain” nell’Unione Europea sono le zone più internazionalizzate, più dinamiche, dove vivono più stranieri, tipo Londra. Nel mio quartiere, Islington (al centro della capitale), il 75% delle persone ha votato per il Remain.

Ma se andiamo nelle aree che sono state abbandonate, come il Lincolnshire – la contea col livello di crescita più basso dopo il 1990 – e, in generale tutto l’Est dell’Inghilterra, la percentuale è invertita e il 75% ha votato per Brexit. Zone che hanno conosciuto un passato più glorioso, ma che già ben prima della crisi hanno visto un livello di crescita che è stato al di sotto della media britannica: zone che sono state abbandonate dall’attività economica, da cui le persone con più capacità sono andate via e dove le politiche pubbliche britanniche, soprattutto politiche di welfare, non sono riuscite a creare l’attività economica necessaria per renderle capaci di competere in un mercato più integrato. Perciò la reazione non è stata solo un grido per dire “noi esistiamo, non dimenticatevi di noi”. Si tratta di una reazione più forte. Dopo il fallimento delle politiche territoriali, soprattutto a partire dal 2005, la politica del Governo britannico è stata di provare a concentrare lo sviluppo su Londra ed il Sud-Est. L’obiettivo e stato di attrarre i talenti provenienti da zone periferiche, cercando di “make the cake bigger”. Ma ci sono due questioni. Non siamo certi al 100% che se scommettiamo su Londra e sui dintorni, ne beneficeranno effettivamente anche altre zone del paese e tutto il Regno Unito in maniera complessiva. E soprattutto non si può certo dire per anni alle persone, che hanno dei legami familiari e amicali in un certo territorio, che il loro futuro è altrove. La reazione dunque è stata “Se non c’è un futuro per noi, non ci sarà neanche per voi”.

Mentre i politologi si sono concentrati a lungo sulle caratteristiche individuali degli “elettori anti-sistema”, comunemente anziani con reddito basso, scarse competenze e livello di istruzione e stanziali, ovvero residenti per tutto l’arco della vita nello stesso luogo, altre analisi si sono concentrate sul fattore geografico e sulla distanza dei cittadini dai luoghi dove si prendono le decisioni. L’analisi del Prof. Rodriguez Pose si spinge ancora oltre considerando come causa del voto anti-sistema quella di un prolungato declino economico e industriale, che aiuterebbe anche a comprendere il risultato elettorale delle città che non hanno livelli di PIL pro-capite basso ma che non crescono da trent’anni e che hanno visto peggiorare le loro condizioni con il passare del tempo.

La lettura di Fabrizio Barca, coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, intervenuto a margine del convegno e ripresa in un’intervista, è in linea con quella di Rodriguez-Pose. “I risultati delle elezioni non ci colgono di sorpresa. Sono il frutto di un declino di lungo corso non solo economico, ma anche declino sociale e di impoverimento dei servizi. E terza categoria importante, che come ForumDD crediamo debba essere presa in considerazione nell’analisi, una forte disuguaglianza di riconoscimento. Per sentirsi abbandonati non devi per forza sentirlo nella tua busta paga. L’abbandono lo si legge nel fatto che le classi dirigenti nazionali ti ignorino. Stiamo dunque attenti nell’analisi del voto.

Non è un tema solo di città e campagna ma vanno considerate diverse aree: quelle remote, le campagne deindustrializzate, le aree relativamente ricche rispetto al resto dell’Italia ma che non crescono da decenni, le periferie dei centri urbani. Sono state sbagliate le politiche e al tempo stesso si è persa la fiducia che lo Stato possa fare programmazione e strategia lasciando alle grandi corporation questo ruolo. Adesso bisogna cambiare tutto e disegnare politiche rivolte ai luoghi a monte, allocando bene e con questo criterio l’intero budget dello Stato.”

Cosa fare?

Contrastare le disuguaglianze territoriali, rispondere alle preoccupazioni delle comunità locali che si sentono “lasciate indietro”, “abbandonate” è oggi la priorità politica. “Il benessere delle persone è molto influenzato dal luogo in cui si vive e si lavora e ci sono notevoli differenze tra territori. L’OCSE ha stimato che nei prossimi 15 anni serviranno seimila miliardi di dollari di investimenti pubblici e privati a livello globale per affrontare i cambiamenti tecnologici, demografici, ambientali. Questi investimenti pubblici sono una responsabilità condivisa tra regioni, comuni e stato centrale: occorrerà allineare le priorità, promuovere complementarietà geografiche e settoriali, selezionare e valutare bene i progetti”, afferma Flavia Terribile, Presidente del Comitato per le politiche di sviluppo regionale dell’OCSE che, durante il convegno, ha ricordato i dati drammatici dell’esodo dal sud Italia negli ultimi anni: oltre 1 milione di residenti ha lasciato il Mezzogiorno per andare al Nord o all’estero, la metà sono giovani tra i 15 e i 34 anni, e un quinto è laureato. “Questo deflusso di giovani lavoratori istruiti compromette le prospettive di crescita di questi territori. Come osserva anche l’OCSE, le disuguaglianze che oggi osserviamo non sono frutto di cambiamenti fuori dal nostro controllo, di forze inesorabili come la globalizzazione o l’innovazione tecnologica, ma sono la conseguenza dei cambiamenti nelle politiche degli ultimi trent’anni. I mercati non si muovono nel vuoto. Sono i governi che stabiliscono le regole del gioco e le politiche, e il modo in cui le attuano influenza l’efficienza e la distribuzione.”

“Questa diagnosi – ha continuato Rodriguez-Pose – necessita di un radicale cambiamento delle politiche di sviluppo: non si tratta più di realizzare interventi compensativi che mortificano territori ricchi di dinamismo. Servono piuttosto interventi strategici rivolti ai luoghi, ossia disegnati a misura delle persone nei territori. Per questo la Strategia Nazionale per le aree interne rappresenta una strada importante e innovativa per l’Italia”.

Partita nel 2014, coordinata sinora da Sabrina Lucatelli e finanziata da tutti i Governi compreso quello attuale, la SNAI – Strategia Nazionale per le aree interne, è stata costruita attraverso un processo partecipativo con i cittadini e le cittadine, concentrandosi sul potenziamento dei servizi essenziali (scuola, mobilità, salute). Investimenti e progetti che riguardano circa il 60% circa di tutto il territorio della Penisola e il 22% della popolazione, che si sono concretizzati in 41 strategie d’area approvate per un valore complessivo di quasi 650 milioni di euro.

Il Forum Disuguaglianze e diversità, nelle sue 15 proposte per la giustizia sociale, ha avanzato l’ipotesi di disegnare e attuare “Strategie di sviluppo rivolte ai luoghi“, nelle aree fragili del paese e nelle periferie traendo indirizzi e lezioni di metodo dalla Strategia nazionale per le aree interne: strategie che, attraverso una forte partecipazione degli abitanti, combinino il miglioramento dei servizi fondamentali con la creazione delle opportunità per un utilizzo giusto e sostenibile delle nuove tecnologie.

La chiave per ottenere risultati è la qualità della spesa per gli interventi: una spesa che risponda a una visione di lungo periodo maturata nel confronto con gli abitanti e che sia frutto di una strategia integrata che offra opportunità di sviluppo economico ma che in primo luogo accresca l’accesso e la qualità dei servizi fondamentali per i ceti deboli.

La proposta muove dalla considerazione dei profondi divari economici e sociali che si sono aperti in questi anni in Italia, in modo granulare: fra aree rurali e aree urbane, ma anche all’interno delle aree rurali e delle aree urbane; fra città medie che tengono e altre in grave difficoltà; fra centri e periferie delle città. È una mappa del paese che non segue vecchi confini (fra Sud e Nord, o fra Nord-Est e Nord-Ovest, o fra montagna e pianura), ma neppure i confini funzionali utilmente sviluppati e utilizzati dalle diverse discipline. Lo mostrano in modo evidente i molteplici e variegati studi e le molte mappe raccolti nel recente volume Riabitare l’Italia.

Accanto alle “aree interne” identificate in termini della distanza dai cittadini da un’offerta completa di servizi fondamentali (salute, istruzione, mobilità), emergono altre aree in difficoltà segnate da caduta demografica e da un patrimonio abitativo sottoutilizzato o degradato. Sono manifestazione diverse di quella categoria che altri identificano con il termine di “aree fragili”. Mentre all’estremo opposto dello spettro, si trovano aree congestionate – i “pieni”, come sono definiti – nelle periferie delle aree urbane del paese. Con questa più articolata chiave di lettura emergono differenze significative all’interno delle stesse categorie. Aree interne abbandonate, ma anche altre con decisi segnali di rientro di giovani o di capacità attrattiva. Campagne produttive in spopolamento, ma anche alcune in ripresa grazie alla multifunzionalità agricola e alla valorizzazione del paesaggio. Coste consumate da cattiva urbanizzazione in crisi, ma anche alcune capaci di un’offerta turistica dignitosa.

Una strategia di sviluppo che voglia orientare i dividendi del cambiamento tecnologico alla riduzione delle disuguaglianze territoriali deve sapersi adeguare ai bisogni e alle aspirazioni delle persone nei luoghi. Deve essere una politica place-based o “rivolta ai luoghi”.

Daniela De Leo, docente all’Università la Sapienza Roma e membro della rete Urban@it ha provato a riassumere in dieci punto gli indirizzi di intervento sui territori che necessitano di una rinnovata e vigorosa azione pubblica: dall’uso dei dati messi in relazione tra loro a un’azione stabile di governo che mette al centro diseguaglianze e trappole delle povertà per progettare lo sviluppo delle comunità insediate provando a non lasciare indietro nessuno e coinvolgendo le popolazione locali e i soggetti attivi sul territorio per giungere a forme evolute di co- progettazione.

“Occorre non più politica, ma una politica migliore, sensibile alle caratteristiche del territorio, che cerchi soprattutto di creare dinamismo economico, basato sul potenziale di ogni regione, sia interna, periferica o centrale”, sostiene Rodriguez-Pose. “Bisogna fare politiche territoriali, specifiche per ogni territorio. Bisogna creare indicatori e basi teoriche ed empiriche che orientino tutte le politiche e tutti gli interventi, ma tutte le azioni specifiche devono essere sempre legate alle caratteristiche di ogni singolo territorio e alle sue potenzialità inespresse”.

Questo articolo è stato pubblicato dal Micromega Online. Silvia Vaccaro cura la comunicazione e l’ufficio stampa del Forum Disuguaglianze e Diversità

Autore dell'articolo: Amministratore

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