Il “Comitato” è “invisibile”: le rivolte no

di Sergio Sinigaglia

“Comitato invisibile” è il nome di un collettivo anonimo francese di area anarchica.. La sua nascita, ormai più che decennale, trae origine dalla rivista “Tikkun” che tra il 1999 e il 2001 pubblicò tre numeri monografici. L’intento era di rifondare un pensiero critico affrancandosi sia dall’impostazione tradizionale della estrema sinistra, sia dallo stesso anarchismo storico e nello stesso tempo esprimere dissenso con lo stesso movimento altermondialista che a partire dalla rivolta di Seattle ormai era diventato un protagonista della scena internazionale.

Punti di riferimento erano le riflessioni di Walter Benjamin e, sul piano contemporaneo, di Giorgio Agamben, in un’ottica di evoluzione del pensiero situazionista. Nel 2005 uscì un breve pamphlet intitolato “Appel” in un contesto caratterizzato dalla rivolta delle banlieue e successivamente dalla mobilitazione contro la CPE (contrat de premier embauche, contratto di primo impiego). A questo opuscolo, che ebbe una buona diffusione, nel 2007 seguì il saggio “L’insurrezione che viene”, successivamente “Ai nostri amici” (2014) e “Adesso (2017).

Sono tre saggi piuttosto “corposi” di cui sicuramente bisogna tenere presente i contesti diversi in cui vedono la luce. Principali punti di riferimento sono la situazione francese e, a seguire, le primavere arabe, Occupy, le mobilitazioni in Spagna, ecc. Tutte i volumi hanno avuto una notevole diffusione in molti Paesi, eccetto in Italia dove editori del circuito più vicino ai movimenti hanno declinato la proposta di chi ha tradotto i testi. Meritoriamente la casa editrice “Nero” ha rotto questo ostracismo proponendo in un unico volume i tre testi, “Comitato invisibile”, 2019, 354 pagine, 20 euro.

Recensire dei volumi usciti in anni diversi, e quindi in situazioni diverse, inevitabilmente in evoluzione (o involuzione a seconda dei casi), non è semplice, ma al di là delle differenze temporali, ci sono alcune tematiche comune denominatore che fanno, secondo noi, da filo conduttore.

Diciamo subito che le tesi del “Comitato invisibile” sono alquanto “scomode”. Le riflessioni proposte non risparmiano nessuno. Un ragionare non superficialmente “estremista” o alla ricerca di un “radicalismo” ad effetto, ma riflessioni che mettono in discussione molti dogmi e teorie obsolete, per proporre una rifondazione del pensiero critico, attingendo anche da narrazioni del passato riproposte però in chiave attuale (vedi la parte dedicata alla destituzione del potere).
Proviamo quindi a individuare alcune tematiche essenziali sulle quali il “Comitato invisibile” propone la sua narrazione.

Lavoro, città, nuove tecnologie

Da tempo assistiamo alla parcellizzazione, alla precarizzazione della sfera lavorativa, esplicitate dalle innumerevoli leggi, in Francia come altrove, che ne attestano la sua frammentazione. “L’economia non è in crisi, l’economia è la crisi”. Un contesto paradossale perché in un ambito dove trionfa la dissoluzione della società, la sua disgregazione, dove il lavoro è sempre di meno e disperso in ambiti più disparati, continua a trionfare una ideologia lavorista a 360 gradi. È la logica capitalista del “capitale umano”, in cui ognuno in quanto “imprenditore di se stesso”, come ormai recita il mantra indiscusso, si vende nel Far West dell’attuale mercato del lavoro, in cui sono messi a valore, mercificati, gli stessi aspetti del nostro carattere, la simpatia, le capacità relazionali, nonché il nostro aspetto, che deve essere accattivante, avere “appeal”. Siamo nel mondo delle “professioni creative”, immateriali dove conta l’apparire.

La distinzione marxista tra valore di scambio e valo d’uso, salta nel momento in cui anche quest’ultimo è mercificato, inglobato nel mondo ridotto a mercato, dove ogni ambito di vita non riesce a sottrarsi alla dittatura del Capitale. Nella giungla in cui ci troviamo questa è solo una delle facce della medaglia del “lavorare”; naturalmente c’è l’universo dei lavori poveri, supersfruttati dato dalla logistica, dai servizi, dal settore agricolo, ecc. Un’altra ulteriore faccia è l’evoluzione della fabbrica, trasformata da una “concentrazione di operai”in “siti di produzione” di cui la raffineria è stata antesignana. L’operaio si trasforma in “operatore” e controlla il ciclo produttivo totalmente automatizzato. Del resto, più in generale, autorevoli rapporti ci dicono come nel giro di dieci anni il 40% dei lavori scompariranno a causa della robotica.

Lo scenario è dato dalle metropoli moderne. Non c’è più una città, ma un “ambiente urbano”. Soprattutto ci sono vere e proprie “regioni metropolitane” in spietata concorrenza tra loro per attirare “capitale”, realizzare profitto. Poi ci sono i “poli metropolitani di seconda fascia”, che cercano di arrangiarsi investendo sulla “specializzazione”, magari sui “grandi eventi” scimmiottati dalle città di provincia che si inventano appuntamenti estemporanei, che poco hanno a che fare con la storia della comunità, ma possono attrarre migliaia di “visitatori”. A conferma che “il Capitale non si pensa più nazionalmente, ma territorio per territorio. Lascia che il mondo si suddivida a forte estrazione di plusvalore in zone abbandonate. C’è l’Italia del Nord.Est e c’è la Campania, come c’è Tel Aviv e c’è Gaza”.

Territori attraversati dalle reti tecnologiche che ci governano e sovrintendono le nostre vite. La cibernetica si è introdotta nelle fessure della crisi di civiltà e di sistema dell’Occidente, fessure che sono diventate voragini. Il tutto ha assunto la forma di governo ( e di controllo) delle cose e delle persone. Facebook ha una vocazione poliziesca. “Il capitalismo cibernitizzato pratica un’ontologia, e quindi un’antropologia”. L’economia politica ha prodotto “l’homo economicus gestibile negli Stati industriali”, la cibernetica produce la propria umanità”, la propria filosofia di vita. “L’economia regnava sugli uomini lasciandoli liberi di perseguire il proprio interesse, la cibernetica li controlla lasciandoli liberi di comunicare”.

Non viviamo l’era della tecnica, ma quella della tecnologia. La prima, come la intendevano i padri greci, comprende tutte le attività umane, le nostre capacità siano esse artistiche, culinarie, spirituali, architettoniche,ecc. La tecnologia è viceversa espropriazione di queste capacità. La figura chiave non è l’economista, ma l’ingegnere.

Conflitti, movimenti e le Comuni

L’opposizione allo stato di cose presente si è dispiegata nelle forme diverse. C’è stato il movimento altermondialista, ma per il Comitato la sua composizione piccolo borghese nonché certe ritualità (per esempio i controvertici), così come la gabbia delle organizzazioni ne hanno frustrato le potenzialità. Il suo carattere “evanescente” dimostrato dal fatto che come si è elevato “il vento della controrivoluzione” il movimento si è polverizzato “in poche stagioni”. Ben altra cosa sono state, pur nella loro diversità sociale e contestuale, le rivolte nelle banlieue, le primavere arabe, l’opposizione alla Loi de traval, le lotte contro le “grandi opere”, dalla Val Susa, allo Zad. Conflitti in cui ciò che prende forma e sostanza, è il dispiegarsi delle comunità, anzi delle Comuni. Vengono bypassate le logiche “militanti” calate dall’alto, gli strumenti rituali assembleari.

A Piazza Tahir, come a Gezi Park non c’era “chi dava ordini”, ma chi arrivava veniva assorbito in una specie di organismo vivente in cui ognuno dava il suo contributo, dove a essere messo a “valore” era il legame che si stabiliva tra le migliaia di persone. E il territorio era attraversato da queste dinamiche perché non si tratta di “abitare il territorio” ma di “essere il territorio”. Nella migliore tradizione della Comune del 1871, nulla è strumento di nessuno, ma c’è una fusione di corpi, di idee, di pratiche. Perché a fronte del potere costituito, non si tratta di contrapporre un potere costituente, ma di destituire il potere. Il suo significato etimologico è mettere in disparte, appartarsi, in sostanza chiamarsi fuori. “Il suo vero gesto è l’uscita”.

Le alternative non si possono trovare in “economie alternative”, perché la stessa economia solidale, al di là della generosità di chi la compone, è assorbita pienamente nel logica del mercato; né nella “decrescita”, risposta “morale” che vuole portarci ad un consumo di alcune decenni fa ma che non mette in discussione il sistema. Viceversa destituire significa chiamarsi fuori. Una uscita anche dal nostro antropocentrismo, dalla centralità dell’umano, da quella Umanità che è la responsabile dei disastri attuali. Mettere al centro la Terra, e viversi come terrestri, insieme alle altre specie. Il “buen vivir” degli indios, la consapevolezza di un mondo “fatto di mondi” (come recitava il Sub). Se siamo immersi in un contesto di “frammentazione”, accettare la sfida e mettere in relazione i “frammenti”, acquisirli come una valore. Avere la consapevolezza che non si tratta di creare nessun “contropotere”, perché come ha dimostrato la storia è poi il “potere a prenderti”. “Il gesto rivoluzionario non consiste più in una semplice appropriazione violenta di questo mondo”, ma assume un duplice volto: “mondi da costruire, forme di vita da far crescere, e il mondo del Capitale da distruggere”. Destituire l’economia.

Alla verticalità, alla gerarchia della tradizione comunista, un comunismo che non è da istituire, ma un qualcosa che è “in cammino”.

Considerazioni

Con il “Comitato invisibile” ci troviamo di fronte ad un contributo, sarebbe meglio dire ad una serie di contributi, riflessioni, analisi, pur nella loro diversità temporale, di spessore. Porre l’attenzione sulla “Comune”,che potremmo declinare anche come “comunità”, come pratica, modalità che le proteste hanno assunto in questi anni nelle loro fasi “insurrezionali”, mette da parte tutte le tentazioni di far rientrare dalla finestra ciò che il totale fallimento dei “comunismi novecenteschi” ha irreversibilmente buttato fuori dalla porta principale della Storia. Una vicenda che ha avuto nel Moloch dello “Stato” il suo centro. E a seguire il “partito”, e tutto quell’armamentario gerarchico che ha soffocato le istanze che nascevano dal basso. Quindi le Comuni.

Ma anche la comunità, almeno nell’accezione che, secondo noi, Roberto Esposito ne ha fornito a suo tempo, a partire dalle origini etimologiche della parola. “Il munus che la communitas condivide non è una proprietà o un’appartenenza. Non è un avere, ma al contrario, un debito, un pegno, un dono da dare”.E ancora: “Il comune non è caratterizzato dal proprio, ma dall’improprio, o più drasticamente, dall’altro”. Quindi non il comunitarismo escludente, ma impermeabile, includente. E del resto le Comuni di cui parla il “Comitato”, le piazze ribollenti rivolta e autorganizzazione, da Tunisi, a Istanbul fino al Cairo o Atene, che altro erano se non “comunità aperte”, dove ognuno era incluso, accolto, senza “leader” e dinamiche rituali ? Cosa altro sono le esperienze di resistenza territoriale come la Val Susa o la Zad ? Un divenire dove il legame sociale, le amicizie, le complicità che si stabiliscono sono il cemento della protesta. “La comunità non deve soddisfare un concetto, bensì una situazione”(Martin Buber).

Dunque una conflittualità includente, non appannaggio di pochi “esperti”. E un certo “militantismo” è nel mirino delle analisi critiche del “Comitato”. Critiche in parte condivisibili, ma che portano il collettivo francese a giudizi eccessivi e ingenerosi nei confronti del movimento che a partire da Seattle ha per alcuni anni preso la scena mondiale. Misurarne l’efficacia, la sua importanza, sul grado di una “muscolarità” piuttosto machista, o sul fatto che di fronte ai manganelli alzati c’era chi se le dava a gambe, ci sembra piuttosto discutibile. In realtà quel movimento ha messo a nudo la macelleria sociale globale in atto, e per certi aspetti ha poi fatto da battistrada ai conflitti che si sono dispiegati in diverse parti del mondo, seppur su basi diverse e con protagonisti differenti.

Del resto criticare la “simmetria” con cui storicamente le rivoluzioni del Novecento si sono poste di fronte al potere, non facendo altro che assumere le sembianze del potere che si stava abbattendo, rivendicare viceversa una “asimmetria” del conflitto, sfuggendo alle suggestioni dello “scontro frontale” con lo Stato e il potere, declinare il concetto di “violenza”, in quello di “forza”(almeno implicitamente”), e poi liquidare in quel modo l’esperienza del “movimento dei movimenti”, ci sembra sbagliato. E sulla “forza” ci possono aiutare le parole di Hannah Arendt: “La forza , che spesso nel linguaggio quotidiano usiamo come sinonimo di violenza, dovrebbe essere riservata per le “forze della natura” o per la “forza delle circostanze”, cioè per l’energia sprigionata da movimenti fisici o sociali”. Con buona pace per le strizzattine d’occhio verso i “black block” che si incontrano nel volume, cosa contraddittoria se giustamente si critica certo “militantismo”.

Così come, su un altro versante, lasciano perplessi le tesi con cui si liquidano tematiche così complesse e tutt’altro che banali come la “decrescita” , ma sarebbe meglio parlare di movimento per la decrescita, o la questione ecologica. Ma ci fermiamo qui.

In ogni caso pensiamo che il “Comitato invisibile”, al netto delle tesi criticabili, sia un libro da leggere, da discutere, perché utile alla riflessione teorica dei movimenti, con indicazioni anche concrete per chi è impegnato in questi contesti.

Riferimenti bibliografici

  • Roberto Esposito, “Communitas”, Einaudi, 1998
  • Martin Buber, “Sentieri in utopia”, a cura di Donatella Di Cesare, Marietti, 2009
  • Hannah Arendt, “Sulla violenza”, Guanda, 1996

Autore dell'articolo: Amministratore

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