Gramsci dietro una pila di libri. E nacque la cultura socialista

di Massimo Novelli

“Questo foglio esce per rispondere a un bisogno profondamente sentito dai gruppi socialisti di una palestra di discussioni, studi e ricerche intorno ai problemi della vita nazionale e internazionale”. Così comincia “Battute di preludio”, l’editoriale non firmato, ma redatto o ispirato da Antonio Gramsci, del primo numero del giornale L’Ordine Nuovo. La Rassegna settimanale di cultura socialista, come era specificato sotto la testata, uscì cento anni fa a Torino, il primo maggio del 1919. Poco prima, il 23 marzo, a Milano Benito Mussolini aveva dato vita ai Fasci di combattimento.

L’Ordine Nuovo era nato per iniziativa di un gruppo di giovani della sezione socialista composto, oltre che da Gramsci, da Angelo Tasca, Umberto Terracini e Palmiro Togliatti.

Quei giovani e quel giornale ebbero presto un ruolo rilevante nella sinistra, visto che furono tra i protagonisti del movimento dei consigli operai e dell’occupazione delle fabbriche, e quindi della fondazione a Livorno, nel gennaio del 1921, del Partito Comunista d’Italia. Piero Gobetti, che sarebbe diventato un collaboratore del settimanale, lo avrebbe definito su La Rivoluzione Liberale del 2 aprile 1922 “il solo documento di giornalismo rivoluzionario e marxista che sia apparso (con qualche serietà ideale) in Italia”. Il primo numero del giornale, di cui Gramsci era l’anima, viene ora riproposto in un’edizione anastatica di 250 esemplari, assieme al numero unico di La Città Futura, altro foglio gramsciano, dalla Viglongo. È una ristampa che vuole essere anche un omaggio ad Andrea Viglongo (1900-1986), il fondatore dell’omonima casa editrice torinese e uno dei redattori di L’Ordine Nuovo.

La novità del settimanale, che in seguito divenne quotidiano, fu quella di porsi come un vero giornale completo, dalla politica allo sport, dalla cultura alla cronaca. Rammentava Viglongo che si voleva fare un giornale “che bastasse alla lettura del lettore più esigente”. E si prefiggeva, in particolare, di dare alla classe operaia una preparazione culturale moderna. “Si respirò una cultura internazionale”, ha detto lo storico Angelo d’Orsi, “inserendosi quella piccola impresa in un quadro europeo, e non solo, di discussione e rivitalizzazione critica del marxismo, nel quale si collocò, di lì a poco, per citare una istituzione destinata a grande fama, la cosiddetta Scuola di Francoforte”.

Da quel maggio del 1919, nel giro di tre anni, si sarebbero consumati l’occupazione delle fabbriche, il “biennio rosso”, lo squadrismo fascista, fino alla marcia su Roma e alla presa del potere da parte di Mussolini. In modo simile all’idea di rivoluzione di Gobetti, il giornale diretto da Gramsci, che vi compariva come segretario di redazione, scrive sempre D’Orsi, rientrava nel “progetto complesso capace di costruire grandi unità di masse ed élite, di operai e intellettuali, di proletari dell’industria e proletari della terra”, con al centro l’idea dei consigli di fabbrica come base di una democrazia operaia.

La sede torinese, al numero 3 di via dell’Arcivescovado, era nei pressi di un convento; nei primi anni Trenta avrebbe ospitato l’allora appena nata casa editrice Einaudi. Nelle memorie consegnate a Maurizio e a Marcella Ferrara, Togliatti avrebbe ricordato che la redazione era “composta da due grandi cameroni, in cui lavoravano tutti i redattori e i cronisti, uno stanzino per la stenografia e una dove stava Gramsci. Una stanza assurda era questa, piccolissima, con una scrivania messa di traverso e dappertutto libri e giornali”. La sua testa “si vedeva appena, entrando, dietro ai cumuli di giornali e di carte”.

Il sogno di Gramsci, come quello di Gobetti aggredito più volte dagli squadristi, e morto giovanissimo in esilio a Parigi, si frantumò con il fascismo. E Gramsci sarebbe stato emarginato in carcere dagli stessi compagni comunisti, legati a Stalin. Qualche settimana fa in un albergo torinese, in via dell’Arcivescovado, si è tenuto un comizio di CasaPound. A nessuno è venuto in mente che in quella strada, a pochi metri di distanza, nel 1922 i fascisti assaltarono e distrussero la sede dell’Ordine Nuovo.

Questo articolo è stato pubblicato dal Fatto Quotidiano il 12 giugno 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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