A tutto Pop: Biografilm Festival esce dagli schermi e sogna con Bologna

di Silvia Napoli

Siamo giunti al cuore caldo, è il caso di dirlo, di uno dei festival più amati in città, questa festa mobile di exempla di vita, visioni, prodotti cinematografici che è il Biografilm Festival. Liberatosi, si fa per dire, perché come dice il suo deus ex machina Romeo, a Bologna si stringono accordi e compromessi che altrove sembrano impossibili, della diretta concorrenza di altri big events, esso sfodera le sue situazioni più intriganti e disvela tutta la potenza di fuoco di un lavoro che da anni dura per 365 giorni e che produce contenuti interessanti, narrazioni sorprendenti, spunti anche imprenditoriali innovativi. Che facciano sentire Bologna un po’ ombelico del mondo, che la possano far tornare ad antichi splendori creativi, che la rendano sempre up to date e soprattutto un po’ speciale.

Ci sarà una ricetta per tradurre in realtà queste ambizioni e coniugare una vocazione culturale non banalizzata e contemporanea con aspetti più popolari e mainstream del vivere civile? Andrea Romeo con il suo efficiente staff, da 15 anni si dedica a perfezionare il ricco piatto proposto, testando ingredienti e sapori mescolando fiction e documentarismo in parti uguali in una dialettica che potrebbe ricordare quella tra verismo e realismo, shakera il tutto con l’innata capacità di tessere relazioni e inserirsi nel tessuto complesso di tutto quello che oggi caratterizza una città.

Ovvero, una serie di aspettative molto alte in termini di opportunità, stili di vita, qualità delle proposte, ritorno d’immagine, in un equilibrio precario perché non determinato una volta per tutte tra numeri, dati quantitativi e qualcosa di decisamente più indefinibile perché almeno teoricamente pensato come un vestito su misura, che potremmo chiamare “pacchetto esperienza”. In questo pacchetto multifunzione si parte dall’idea di esser un po’ tutti fatti della materia dei sogni, coniugata alla maniera degli americani però con una buona dose di pragmatico ottimismo e di pedagogia emozionale. Il colpaccio comunicativo è di avere come testimonial di questo passaggio successivo del Festival da rassegna cinematografica poi entità produttiva e distributiva a parte integrante e dinamica di un ridisegno del sistema dell’offerta culturale in città, un pezzo importante di una lunga storia avanguardistica europea quale Werner Herzog, per una certa generazione ancora adesso una sorta di guru non solo del pensiero filmico, ma anche del pensiero tout court di un occidente tormentato.

Cosi, in questo caleidoscopico contenitore di lezioni, conferenze, retrospettive, incontri con il pubblico e ripetute conferenze stampa che mobilitano a ciclo pressoché continuo fotografi e cronisti, ecco il maestro coinvolto appunto in una conferenza per la stampa molto aperta che dovrebbe lanciare il cuore urbanistico di questa edizione, quel Pop up village che farà dimenticare in fretta il Guasto village delle ultime estati. Se è convinzione tutta del maestro che la tecnologia odierna in fondo sogni se stessa, potremmo proprio dire tornando ai fondamentali estivi, che una volta di più Bologna si compiaccia di sognare se stessa proiettando alcune sue peculiarità leggendarie almeno in centro storico, quali per esempio edonismo e biassanottismo in versione turismo internazionale.

Cosi grande regista cinematografico e teatrale tedesco, grande organizzatore e curatore, brillante giovane assessore con accenti e motivazioni diverse ma complementari tratteggiano un disegno dell’anima di questo festival che finalmente sembra prevalere persino sulle mille sezioni in cui è divisa la fittissima programmazione e sulle aree tematiche che pure ci sono. Quali per esempio le donne, il mondo Lgbtqi, ma anche l’arte, lo sport, l’ambiente, la musica.

E l’anima è fatta di cose che si vogliono durevoli e in evoluzione insieme:ecco spiegato, anche se giuria nazionale, giuria internazionale e giuria del popolo pure sono presenti a sancire un gradimento sulle singole opere presentate di volta in volta, il continuo attribuirsi di riconoscimenti che si trasmettono di anno in anno cosi come la possibilità con finanziamenti di quest’anno di presentare sulla base di un progetto o lavoro abbozzato, un lavoro compiuto nel corso della edizione successiva.

Così i vari celebration of lives awards, sanciscono tributi tutto sommato a persone, artisti, che con i loro percorsi complessivi, meglio sembrano intercettare lo spirito dei tempi raccontando storie di persone o addirittura biografie di luoghi:tutto sommato poco importa se reali, fittizi, immaginati o ritoccati. Importante è essere emotivamente credibili ed è in questo contesto, tra un evento mondano, ma democraticamente mondano come usa qui e un altro, sembra assai naturale rincorrere i fili di un discorso frammentato ma insistente sul fake, sulle manipolazioni dei social media, gli inquietanti orizzonti della robotica.

Proprio su questi argomenti, con un garbo e una disponibilità davvero inusuali per un artista di immagine già sulfurea e radicale, oggi signore elegante e rilassato senza affettazione, Herzog, venuto a presentare due sue opere recenti assai diverse tra loro, si era espresso con ironia alla première di questo suo Family Romance, ambientato nell’odierno Giappone di funerea stilosità borghese, ma ferocia sentimentale tutta imperiale, amplificata dai sofisticati gingilli che sappiamo essere dispositivi in senso effettivo e metaforico.

Si capisce che questa sorta di asceta della visione non ha in gran simpatia né le attuali forme di comunicazione, né l’aberrante sviluppismo come orizzonte economico, né la futurologia escapista, che pretenderebbe di mandarci tutti su Marte, foss’anche incarnata dal genialoide Tesla, partito con le migliori intenzioni green e ora approdato a dubbie sperimentazioni. Curioso affermarlo nel contesto di un festival di pratiche artistiche e lavorative che molto si avvalgono spesso e volentieri di ritrovati tecnologici, contenuti utopistici e canali di trasmissione come la rete o le televisioni on demand. In fondo coerente, però, per Herzog in quanto consapevole inquilino del pianeta ed essere umano che considera prioritariamente amici suoi, non tanto quelli del suo ambiente, quanto quelli che incontra camminando. Fu con una inquieta, perturbata camminata lungo i perduti confini che Herzog celebrò, cosi racconta, un evento che si annunciava foriero di inedite problematiche per gli spiriti più visionari, quale la caduta del muro di Berlino.

In ogni caso qui tutti convergono, compresi gli illustri sodali assenti giustificati di Cineteca e Cinema ritrovato che si apprestano a fare la staffetta tra Piazza e Lumiere con il Biografilm, quest’anno asso pigliatutto con ben 8 sale a disposizione, sulla superiorità di una visione filmica più possibile condivisa e pubblica su grande schermo.
Questo pronunciamento plebiscitario è parte di un approccio alla Cultura che viene definito militante, perché valorizza l’ambiente, preserva i luoghi storici, favorisce la socialità, ma anche sviluppi produttivi, incremento occupazionale, ricadute commerciali che non guastano e se questo non bastasse, si sottolinea come esista nei fatti, un patto di sussidiarietà tra istituzioni e società civile, associazioni, operatori culturali, per cui non avremo una Bologna estate e più in generale, una Bologna Cultura tutta pilotata dall’alto e fatta solo di grandi propositori e qui si ascoltano e mettono in pratica le buone idee che vengono dal basso e si soddisfano i palati più esigenti, perché Bologna è un posto dove vedi e incontri le star, come in fondo questo è il caso, a misura umana, quasi in incognito da sé stesse.

Dove mai in Italia o in quale kermesse altrove, potrebbe capitare che Herzog faccia una preview della sua intervista a Gorbacev, in un parrocchiale della mitica Bolognina, con tanto di selfie finale collettivo e pugno chiuso da parte del giovane livornese Gabbriellini da whatssappare allo statista ammalato in ospedale, pazienza se i device ogni tanto servono? Gorbacev scelto come soggetto-oggetto di indagine in quanto prima di tutto un tempo camminatore e poi come specie forse in via di estinzione di politico a tutto tondo.

Se si presentasse un uomo cosi, in qualche contesa elettorale, qui o in Germania il maestro assicura lo voterebbe subito, anche per la sua correttezza e umanità, del resto evidenti nel grande romance, questo si autentico e non fake, che lo lega a Raissa. Ci sono tanti sentimenti in questa chiacchierata ormai quasi a ruota libera, tutto sommato più positivi di quelli che si vedono qui nei vari film a sfondo familiare e dunque Herzog non si fa pregare, ormai come uno di famiglia per chiosare che ha potuto comprendere come certi accordi anche semplicemente sulla gestione estiva delle sale cinematografiche o sui contratti teatrali a Roma, a Firenze, altrove nel Belpaese, non andrebbero facilmente a buon fine come in Bologna.

La volontà di partecipare del cittadino che incrocia la disposizione dell’Amministrazione sono il segreto della irripetibile atmosfera bolognese. A questo punto, persino la volontà curiosa di entrare nelle segrete stanze di uomini fondamentali nella storia maiuscola contemporanea che inizialmente anima gran parte degli astanti, con l’intento carpire ciò che si cela oltre l’ufficialità, si arrende alla narrazione non più soltanto di uno dei gioielli della fascia Bio toB, quel film vincitore di progetto che prendendo a pretesto il concerto dello Stato sociale in piazza ripercorre il recente passato nostrano intonando un peana al fascino di una signora città non più vecchia, ma solamente diversamente giovane forse per sempre, bensi di un progetto appunto urbanistico e gestionale.

Il pop up village, in realtà per ora è un abbozzo, anche se è davvero piacevole vedere il perimetro antistante il cinema Medica in gestione I wonder-Biografilm per altri 20 anni, come da contratto appena stipulato, trasformato in un catino bollente di braccia e gambe per un intenso seppur breve dj set del gruppo iconico della bolognesità x.zero e liberato dalle automobili che ivi abitualmente sostano.

Grande apericena collettivo per una comunità che passa anche attraverso qualche trauma, chissà quanto digerito, dal tressette allo spritz con invidiabile sincretismo e questa irriducibile voglia di stare bene e difendere una modalità. Tutto in questa epopea cinematografica bolognese canonizzata anche all’interno dell’efficace docufilm di Santamaria, ennesimo e grato bolognese acquisito di talento, parla di virtuose generose eccezioni della serie le dimensioni contano qualche volta:cosi lo schermo indiviso della grande scommessa pop up è il più grande in Italia e anche la sala ha una capienza da qualche spavento, ma la sera della proiezione è tutto pieno e viene anche la giuria internazionale.

Sappiamo tutti che la fortuna aiuta gli audaci specie se incontrano l’esigenza diffusa di lucidare i blasoni di famiglia, cosi Romeo disvela v un disegno molto complesso che vede oltre alla attesissima riapertura del cinema Modernissimo, quella del cinema Fulgor, di liberty memoria e dotazione di ben tre schermi, collegati con il pop up natalizio all’Oratorio S Filippo Neri. Una futuribile triangolazione, che per ora vede l’accordo, grazie a quanto pare ad una speciale legge di salvaguardia storico-vintage tipica di una città cosi speciale, di rendere diversi cinema e in particolare il Medica ristorato da un condizionamento assai oneroso per la nuova gestione, particolarissime forme di arene estive al chiuso con programmazione ad hoc e funzione salvagente in caso di rovesci atmosferici su eventi esclusivi per le vere arene e il mitico Cinema in Piazza; insomma si parla sempre di sinergie versus concorrenze e ingegni privati in grado di armonizzarsi con il paesaggio amministrativo-politico.

Un restyling ad opera di uno studio di architetti specializzati in eventi urbani, trasforma dunque via Montegrappa nel sogno di una piazza dove si sosta perché i film potrebbero anche cominciare a mezzanotte, magari dopo aver assistito ad un evento culturale nel cortile di Palazzo, inedito come contenitore estivo, ma molto promettente sulla carta, soprattutto perché spalleggiato da quel re Enzo jazzistico che ci fa fare le ore piccole e richiama una Bologna anni ’60 un po’ Pupi Avati che non conosceva degrado ma solo voglia di fare cose tra la via Emilia e il West. Il festival intanto prosegue con i suoi confronti più che competizioni e ci riserva ancora omaggi a celebri registi cileni o a famosi attori francesi come Fabrice Lucchini con corollari musicali di tutto rispetto oltre a quelli del Bio parco: tutto fa cartellone estate bolognese e se Bologna è città Unesco della Musica evidentemente ambisce ora anche a ritagliarsi una fisionomia cinematografica contemporanea di mercato in qualche modo top di gamma, che vada oltre il celebratissimo e preziosissimo lavoro di restauro pellicole.

Una filosofia pop, progressista, si potrebbe dire, se non fosse diventato un termine quasi esoterico nella temperie odierna. È un dibattito storico tuttora aperto quello sul modello emiliano, che si nutre alternativamente delle suggestioni dell’isola felice o di quelle del fortino assediato. Noi intanto ci prepariamo ad un bilancio prossimo finale di questa quindicesima edizione, che se si confermasse come ultima o penultima a firma Romeo, evidentemente andrebbe considerata anche sul fervore di esperienze germinali che sembra caratterizzarla.

Autore dell'articolo: Amministratore

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