Venezuela: è vero, è tornata la dottrina Monroe

di Maurizio Matteuzzi

Non è finita. Il secondo o terzo o quarto tentativo di golpe, il 30 aprile in Venezuela, si è risolto in un fallimento clamoroso, ai limiti del grottesco. Dopo la auto-etero-proclamazione del carneade Juan Guaidó in gennaio, il tentativo di “sfondamento umanitario” ai confini con la Colombia in febbraio, il micidiale blackout elettrico in marzo, ecco l’annuncio urbi et orbi della conquista dell’aeroporto di La Carlota e della sospirata sollevazione dei militari alla fine di aprile. Tutti respinti o falliti. Un golpe al mese, o un lungo golpe in slow motion.

Guaidó, improvvidamente riconosciuto come “presidente legittimo” dagli USA della banda Trump-Pence-Pompeo-Bolton-Abrams, dalla maggior parte dei regimi di destra dell’America Latina, dalla Spagna socialista di Pedro Sánchez e dall’Unione Europea, si prova a dire che “la Operación Libertad” lanciata il 30 aprile “non è stata un fallimento ma un passo importante nel cammino per ristabilire lo stato di diritto in Venezuela”; che è l’inizio “della fase finale” per cacciare dal palazzo di Miraflores “l’usurpatore” Nicolás Maduro, “chiaramente sempre più debole, più solo, senza più appoggio internazionale”, e soprattutto “senza più l’appoggio delle forze armate”.

In realtà, nonostante i gli appelli, i tentativi, le promesse di amnistia, gli allettanti incentivi materiali offerti per disertare, finora “l’unione civico-militare” forgiata a suo tempo da Hugo Chávez – ex colonnello dei parà – ha tenuto. Forse per affinità ideologica bolivariana e anti-imperialista, forse per la posizione tuttora privilegiata degli uomini in divisa; forse, più prosaicamente, per il loro coinvolgimento nei traffici e narco-traffici se fossero vere le accuse.

Le forze armate – a parte qualche defezione limitata – sembrano avere il controllo della situazione e Maduro è aggrappato a loro ma anche – va detto – alle masse popolari che nonostante tutto sembrano ancora reattive di fronte al rischio del crollo di quanto resta della “rivoluzione bolivariana”.

Tuttavia il nuovo golpe è stato troppo pacchiano per non suscitare degli interrogativi. L’unico risultato tangibile, al momento, è stata la liberazione dagli arresti domiciliari di Leopoldo López, il leader del partito Voluntad Popular, lo stesso di Guaidó, condannato a 14 anni per il suo ruolo nelle violenze del 2014 e golpista di vecchia data: figlio di una famiglia della nomenclatura pre-chavista, prese parte attiva al breve golpe del 2002 contro Chávez. Ora ha cercato “ospitalità” (non asilo) prima nell’ambasciata cilena poi in quella spagnola (una gatta da pelare per Sánchez).

Era López l’obiettivo del golpe? Doveva essere lui l’uomo degli americani al posto di un Guaidó sempre più inattendibile? Lui l’uomo della riconquista della democrazia, golpista dichiarato, leader di un piccolo partito (14 seggi sui 112 dell’opposizione nell’Assemblea Nazionale di 167 deputati) noto per essere il più violento e di destra nella galassia della trentina di partititi anti-chavisti? Si susseguono rumors, voci, ipotesi, ricostruzioni che assomigliano a un romanzo di Le Carré e che probabilmente non potranno mai essere confermate o smentite.

Incontri segreti fra López e il generale Vladimir Padrino, il potente ministro della difesa? Lo stesso Padrino, il capo della Guardia Nazionale Rafael Hernández, il presidente della Corte Suprema Maikel Moreno, il capo del controspionaggio militare Iván Hernández Dala, il capo del Sebin (i servizi segreti) Manuel Figuera (quello che ha liberato López e poi è scappato) tutti d’accordo con gli americani per cacciare Maduro? I cubani che informano di strani movimenti Diodsado Cabello, numero due del regime? Maduro pronto a salire su un aereo per l’esilio a Santo Domingo e letteralmente tirato giù dai russi?

Interrogativi senza risposta. Una cosa è certa: non è finita qui. Maduro è appeso ai militari venezuelani e deve sperare che i russi (e i cinesi) non cedano alla tracotanza di Trump. E riescano in qualche modo a contrarrestare sia le ipotesi di un intervento militare diretto (che il patriota Guaidó ha detto di non poter escludere di richiedere prima o poi) o indiretto (la Reuters ha riferito di un piano di Erik Prince, il fondatore della famigerata Blackwater, per mettere in piedi un esercito di mercenari latino-americani, 4000-5000 uomini, per restaurare la democrazia in Venezuela) sia il brutale strangolamento economico del Venezuela attraverso le sanzioni USA ( con tanti saluti all’ONU che ha appena ricordato che le sanzioni contro Venezuela, Cuba e Iran “violano i diritti umani”).

Di sicuro non finisce qui. Nessuna delle critiche a Maduro e al suo regime, che a volte anche noi di sinistra cerchiamo di occultare, possono in ogni caso giustificare la guerra economica che il Venezuela chavista subisce da 20 anni e la sistematica politica golpista del settore ultrà dell’opposizione con l’ appoggio per nulla occulto e arrogante da parte degli USA. Come ha detto John Bolton: “The Monroe Doctrine si back”.

Autore dell'articolo: Amministratore

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