Non è populismo, si chiama altra politica (una terza via tra establishment e demagoghi)

di Giacomo Russo Spena

La battaglia è, innanzitutto, semantica. La tesi di Pierfranco Pellizzetti, saggista ed autore del libro “Il conflitto populista” (138pp, Ombre corte), parte dallo stravolgimento di significato del lemma “populismo”, etichetta ormai utilizzata per espellere dal discorso pubblico le posizioni di chiunque osi criticare i diktat delle oligarchie economico-finanziarie. Peggio ancora, si definiscono “populisti” leader come Trump, Putin, Salvini, Le Pen, Orban e Grillo. Mentre, per Pellizzetti, tali personaggi non sarebbero altro che abili demagoghi sotto mentite spoglie. “Il populismo di destra – si legge nel libro – è soltanto una trappola semantica per dirottare l’energia dei più a vantaggio dei pochi, a favore di interessi e obiettivi anti-popolari”. Come? “Con le politiche della paura e con la mutazione del concetto stesso di sicurezza, da security (il proprio ruolo sociale) a safety (incolumità fisica)”.

Una volta puntualizzato come i demagoghi rappresentino l’altra faccia della tecnocrazia e un cambiamento fittizio – più nominale che reale – il populismo, spogliato dalle storture mainstream, rimarebbe termine nobile per individuare gli outsiders, il 99 per cento, in contrapposizione all’elite dominante, l’1 per cento. Il “populismo” sarebbe parola da rivalutare e far coincidere con l’Altra Politica. O, più semplicemente, una mera tecnica per costruire quell’alternativa ad oggi mancante.

I punti salienti si possono sintetizzare con la costruzione di un “noi” identitario (basso) contro un “loro” (alto), l’ostilità all’establishment, la personalizzazione della politica, la mobilitazione mediatica, la semplificazione del messaggio e, ovviamente, l’appello al popolo. Prendendo in prestito le tesi dei noti mentori del “populismo di sinistra” Ernesto Laclau e Chantal Mouffe, il popolo non è definito come referente politico ma è fondamentale la “costruzione di una volontà collettiva capace di determinare una nuova formazione egemonica che ristabilisca l’articolazione tra liberalismo e democrazia”. A differenza di quanto si dica, l’obiettivo è restaurare la democrazia, per rafforzarla ed estenderla, in un’era in cui il Sistema appare sempre più autoritario e dominato dalla finanza globale.

Il libro, nei primi capitoli, registra in tal senso un prezioso excursus storico per spiegare come si è giunti all’odierno Ancien Regime. Dalla fine degli anni Settanta – dopo i Gloriosi Trenta che avevano visto la crescita dell’Europa con politiche keynesiane, di sviluppo e di giustizia sociale – inizia una controffensiva neoliberista con la cessazione del gold standard e la stagflazione. Una controffensiva capeggiata da Ronald Reagan e Margaret Thatcher che ha portato ad un pensiero unico egemone nella società. Il dogma dell’austerity. Vengono messi al bando principi come la solidarietà, l’eguaglianza e la redistribuzione delle ricchezze.

Lo slogan dominante è stato “Tina-There is no alternative”. Ciò ha portato alla fine delle socialdemocrazie europee che, negli anni, hanno via via abbandonato le ragioni della sinistra – sposando le larghe intese seguendo la logica dell’estremismo di centro – assumendo come proprio il paradigma della “terza via” di Tony Blair. Quella dei socialdemocratici è stata una mutazione genetica dovuta sia a errori soggettivi che alla insufficiente analisi e comprensione nel “mare in subbuglio di quel capitalismo in via di mutazione”, per parafrasare lo storico Eric Hobsbawm, finendo per screditare – a livello nominale – il termine “sinistra”.

Eppure le conseguenze di queste politiche erano lapalissiane. Non soltanto la fine del sogno europeista – l’UE ha imboccato un vicolo cieco ed è ad un passo dall’implosione – ma anche lo svuotamento della democrazia, con annessa perdita della sovranità popolare, e l’aumento esponenziale delle diseguaglianze. E poi hanno prodotto la crisi delle imprese, la disoccupazione crescente, il peggioramento delle condizioni degli occupati residuali e la riduzione delle protezioni sociali. Un Sistema al collasso dove il lavoro è stato assassinato a vantaggio esclusivo del capitale: il lavoro ha totalmente perso la sua centralità in una logica di guerra di classe dall’alto verso il basso, come ammesso dallo stesso miliardario Warren Buffett.

Ma se l’irradiamento economico, politico, culturale e mediatico del mondo anglossassone, epicentro del Novecento, è entrato in declino, la riorganizzazione capitalistica – Pellizzetti menziona gli studi di Giovanni Arrighi sulla fine dell’egemonia americana e sui nuovi cicli di accumulazione capitalistica – avrebbe così conscientemente provveduto a cancellare dalla scena le sue storiche controparti, a cominciare dal lavoro organizzato.

Oltre a ridefinire il concetto di populismo, l’autore fornisce spunti di riflessioni per costruire l’alternativa al Sistema dominante. Per contrastare la deriva post democratica che affligge le nostre società sarebbe necessario riscoprire la natura agonistica della democrazia stessa. Per questo, come dice, l’economista Thomas Piketty: “Se si vuole riprendere davvero il controllo del capitalismo, non esiste altra scelta se non quella di scommettere fino in fondo sulla democrazia”. Quest’ultima è indissociabile dal conflitto, anche aspro, tra alternative politiche chiaramente distinguibili, in assenza delle quali essa risulta fatalmente svuotata. Nel libro vengono riportate le parole di Albert Otto Hirschman: “Sono i conflitti a produrre quei preziosi legami che mantengono unite le società democratiche moderne […] L’idea che il conflitto possa svolgere un ruolo costruttivo nei rapporti sociali ha una lunga storia”. Il conflitto sociale inteso come sale della democrazia. Dall’autore viene definito anche il luogo ideale per esercitarlo: la città.

Gli spazi urbani sono sempre più terreno fertile per le scorribande dell’establishment e hanno, strada facendo, l’idea di bene comune e di coacervo di diritti di cittadinanza. Oggi, infatti, le città sono obiettivo prioritario degli investimenti finanziari di carattere speculativo, che generano dinamiche di gentrificazione molto difficili da contenere per i poteri dei governi locali.

Negli anni Sessanta Henri Lefebvre ha coniato il termine di “diritto alla città” per esprimere il fatto che debba tornare alla gente nonostante la sua trasformazione in spazio di speculazione finanziaria e di generazione di profitti. Lefebvre propugna che siano i cittadini i protagonisti di una città che loro stessi hanno costruito. Allora ecco il bisogno di ridisegnare le periferie urbane creando condizioni indispensabili di inclusione sociale, intervenendo sul verde, sui servizi e sulla vivibilità. Le città intese come elemento di rottura e discontinuità, possono sperimentare con nuovi strumenti di co-partecipazione e co-gestione anche nuove forme di accoglienza per i migranti. Agorà dove il cittadino è parte attiva e non singolarità passiva di fronte a scelte calate dall’alto. L’errore più grande sarebbe quello di considerare il territorio urbano come un semplice distretto elettorale e non come il motore del cambiamento. La città definita, da Pellizzetti, come luogo ideale per il conflitto.

Nel libro si fa l’esempio di Ada Colau, l’alcaldessa di Barcellona che ha costruito una (nuova) sinistra senza nominarla. Si rispolverano, inoltre, il concetto di egemonia – di gramsciana memoria – ma anche figure di riferimento come Gaetano Salvemini e Luigi Einaudi perché, scrive Pellizzetti, dall’attuale status quo se ne può uscire soltanto “riconoscendo al conflitto populista il ruolo positivo di battistrada nel lungo cammino che ancora ci attende, per evitare lo scivolamento nella barriere dell’oscurantismo autoritario grazie alla riaffermazione dell’ideale democratico”.

Questo articolo è stato pubblicato da Micromega Online il 3 maggio 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *