Matera 2019: Landini mette finalmente i piedi nel piatto di Europa, Sud, cultura e lavoro

di Michele Fumagallo

La due giorni sindacale a Matera (6 e 7 maggio) è stata indubbiamente un avvenimento dei tempi migliori del sindacato confederale. Una cosa inimmaginabile soltanto pochi mesi fa. E il merito è indubbiamente di Maurizio Landini, da qualche mese eletto segretario generale della Cgil.

In questa sed non mi interessa dire la mia sul sindacato confederale. Diciamo, semplificando, che il mio è un giudizio generale radicalmente critico che sposa molte tesi della sinistra di classe quando ha capacità egemoniche non quando è prigioniera di logiche minoritarie e chiusure settarie.

Invece è importante rimarcare che la scelta di Matera stavolta non è stata strumentale ad altri discorsi buoni per tutte le occasioni o per tutti i luoghi. Matera è stata scelta perché è in questo momento il posto in cui convergono e si intrecciano, inestricabilmente direi, lavoro, cultura, Europa e Mezzogiorno. E Landini, nella sua relazione, ha reso il tutto in modo appassionato e in gran parte condivisibile. Naturalmente vale il detto del saggio: “Se son rose fioriranno”. E se non lo sono peggio per il sindacato. E peggio per noi.

Ma sentiamo Maurizio Landini: “Abbiamo deciso di dedicare queste due giornate ad una discussione pubblica sull’Europa, il lavoro, la cultura. E la facciamo qui a Matera, capitale europea della cultura per il 2019, perché qui in modo emblematico si evidenziano tutti i i problemi che penalizzano il Mezzogiorno e che ne fanno una grande questione nazionale. Senza il rilancio del Mezzogiorno a partire da una infrastrutturazione sociale e materiale, non c’è sviluppo né per l’Italia né per l’Europa”.

Bene, sembra facile dirlo ma non lo è. Né in Italia né nella (flebile) europea Matera. Ancora: “Proprio perché affermiamo che c’è bisogno di Europa, con altrettanta chiarezza, diciamo che per difendere il grande progetto di un’Europa unita c’è bisogno di cambiarla profondamente. Di cambiarla a partire dai diritti del lavoro e della sua qualità, dalla piena e buona occupazione alternativa alla dilagante precarietà, dall’aumento dei salari, dalla tutela di sicurezza sociale. Far vivere l’Europa vuole dire battersi per una sua riforma. E ci deve essere uno scatto di tutto il mondo del lavoro perché se dovessero prevalere i diversi nazionalismi ciò significherebbe per lungo tempo compromettere la possibilità di dare vita ad un’Europa dei diritti, ad un’Europa sociale. L’Europa che vogliamo è quella del multilateralismo della solidarietà, dell’inclusione”.

E mettendo il dito nella piaga delle istituzioni europee che non funzionano, ha proseguito: “C’è bisogno di un processo politico che rafforzi il controllo democratico ed il potere del Parlamento Europeo a partire dall’iniziativa legislativa e non il diritto di veto dei Governi Nazionali. C’è bisogno di superare la logica dell’austerità che ha prodotto il fiscal compact. C’è bisogno di riformare le Istituzioni Economiche a partire dalla BCE affinché acquisiscano anche l’obiettivo della piena e buona occupazione fino a completare l’unione bancaria.

Cambiare l’Europa per farla vivere e dargli una prospettiva. Questo è il nostro impegno. Assistiamo oggi ad un proliferare di rivendicazioni nazionalistiche in materia di lavoro; a trattamenti contrattuali diversi a seconda della nazionalità di origine anche nello stesso territorio; a pratiche di dumping sociale; a spinte autoritarie e illiberali in molti paesi. E ciò è anche il frutto di un limite profondo con il quale e sul quale ha preso corpo il processo di costruzione europea. Si è operato per l’unificazione del mercato; si è realizzata la moneta unica.

Ciò che è venuto meno è un governo unitario dei processi economici e sociali che nei fatti ha finito per favorire la competizione/concorrenza tra gli Stati che compongono l’Europa anziché produrre una reale e necessaria armonizzazione delle regole dei diritti e delle condizioni di vita”.

Si potrebbe continuare a lungo con le idee di Landini sull’Europa: dall’estensione dei diritti e non dal loro restringimento, da un nuovo welfare e non dall’abbattimento di quello passato, insomma dal rilancio delle peculiarità tipiche della storia più avanzata d’Europa e non dalla loro liquidazione.

Il segretario della Cgil ha proseguito passando al problema della cultura e delle sue potenzialità: “Proprio nel campo della cultura e dell’innovazione non si può agire soltanto dal lato dell’offerta, insistendo con la politica degli incentivi a pioggia o lasciando libero spazio alle sponsorizzazioni. C’è bisogno di attivare una domanda pubblica della quale la cultura e la ricerca possono esserne una componente fondamentale. Quando si parla di politiche pubbliche, di domanda pubblica, non ci si riferisce solo alle risorse, ma significa anche creare un nuovo sistema di convenienza entro il quale orientare investimenti e opportunità. Una classe dirigente consapevole investirebbe molto in questo ambito. Perché qui c’è tanto lavoro potenziale, in particolare per le giovani generazioni. Ma non solo: cultura e sapere, cultura e conoscenza, sono importanti non solo per una crescita economica e un lavoro di qualità. Sono fondamentali anche per ricostruire una capacità e uno spirito critico in una società che ha oramai banalizzato i messaggi, prodotto passività, ridotto la capacità di interpretare la realtà che ci circonda; ed è qui che lievita il timore verso il futuro, la rivalsa verso i più deboli. Ecco, la centralità della cultura può offrire occasioni di lavoro ma è decisiva per dare nuovamente gli strumenti per capire il mondo dove operiamo e ricostruire così un nuovo impegno civile… La cultura è ricca di potenzialità spesso inespresse”.

Non c’è spazio per sottolineare la complessità delle proposte del segretario della Cgil. Ma ciò che va rimarcato è il suo impegno per un’Europa sociale, per un’Europa come unico spazio dell’avvenire: “L’Europa per storia, per la sua importanza geopolitica (una popolazione di 500 milioni di persone), per il modello sociale che l’ha contraddistinta, può essere il soggetto in grado di avviare una fase nuova”.

Difesa del lavoro come dignità della persona e non una cosa che “si usa quando serve e si butta quando non serve”, del sindacato internazionale ed europeo, di un piano di investimenti pubblici e privati, della centralità del Mezzogiorno, del ruolo fondamentale (anche per la cultura) delle donne.

Maurizio Landini può così concludere: “Contrastare le divisioni e le diseguaglianze, unire il paese in un’Europa dei diritti e del lavoro. Questo è l’impegno che oggi prendiamo. E abbiamo chiamato il mondo della cultura perché del valore del lavoro bisogna tornare a parlare; perché è necessario che il mondo della cultura torni ad essere protagonista per una battaglia per i diritti. E perché riteniamo che la cultura sia l’antidoto migliore per contrastare quel senso di smarrimento, incertezza, quel senso di ansia e di timore verso il futuro che oggi pervade tanta parte dei paesi europei. Un paese senza memoria non ha futuro”.

Autore dell'articolo: Amministratore

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