La democrazia è contare le teste e non romperle

di Guido Calogero

È stato detto che la democrazia è il sistema di contare le teste invece che di romperle. Vediamo che cosa implica questa definizione dall’aspetto bizzarro. Anzitutto, per rompere o per contare le teste ci vuole qualcuno che le rompa o le conti. Ogni atto di questo genere è un atto di una determinata persona.

Ecco dunque un primo punto, che è bene ricordare anche se può sembrare inutile il farlo. La democrazia, e in genere la politica, non è una cosa che stia per conto proprio, come una stella o come un pezzo di pane. La democrazia è una maniera di comportarsi, un modo di agire di Caio o di Tizio o di Sempronio rispetto a Sempronio o a Tizio o a Caio o al loro gruppo riunito.

Non c’è la democrazia o la non-democrazia, c’è l’uomo che agisce più o meno democraticamente. La domanda “Che cosa è la democrazia?” si risolve perciò in quest’altra domanda: “Che cosa debbo fare per essere un buon democratico?”. “Tu devi – si risponderà – non rompere le teste degli altri, ma contarle”. Però, siccome non capita tutti i giorni di rompere le teste degli altri, e nemmeno di essere sul punto di farlo o con la tentazione di farlo, bisognerà capire qual è il senso più generale di questo consiglio, espresso in termini così immaginosi.

Ora, se è raro che noi sentiamo proprio il desiderio di eliminare a colpi di bastone il fatto che un’altra persona si opponga con la sua volontà alla nostra volontà, è molto meno raro, invece, che noi ci sentiamo comunque spinti a non tener conto di quella sua volontà, a fare in modo che essa non ostacoli per nulla il raggiungimento dei nostri fini. Istintivamente, noi siamo dei sopraffattori. Istintivamente, noi siamo come i bambini, che devono fare un certo sforzo per capire che non debbono mangiarsi tutta la torta se ci sono altri bambini che ne desiderano un po’ anche loro. E tanto più ci allontaniamo dalla barbarie della fanciullezza, tanto più cessiamo di essere piccoli cuccioli di una specie di animali un po’ più intelligenti degli altri e diventiamo uomini, uomini civili, quanto più comprendiamo che c’è una altrui volontà, quanto più cerchiamo di tenerne conto.

Questo è dunque, intanto, l’atteggiamento fondamentale dello spirito democratico: il tener conto degli altri. Per che motivo io ne tenga conto, è un’altra questione, è una grossa questione di filosofia o di morale o di religione o comunque si voglia dire; e si potrà anche rispondere che la persona veramente civile, l’uomo davvero buono e onesto e disinteressato, è quello che non ha bisogno di nessun altro motivo per sentirsi indotto a tener conto della volontà altrui, giacché sente di doverlo fare per se stesso, perché è una cosa che va fatta e basta. In ogni modo derivi questo mio atteggiamento di considerazione e di rispetto della volontà altrui dal fatto che io lo sento doveroso senz’altro, oppure da quello che lo ritengo dettato da certi ragionamenti teorici o suggerito da ragioni di convenienza pratica o ordinato da precetti e comandamenti religiosi, quel che caratterizza lo spirito democratico è che questo atteggiamento abbia luogo. Al di sotto di questo atteggiamento possono stare le sue varie giustificazioni teoriche: ma la democrazia comincia col suo manifestarsi.

L’unità della democrazia è l’unità degli uomini che, per qualunque motivo, sentono questo dovere di capirsi a vicenda, e di tenere reciprocamente conto delle proprie opinioni e delle proprie preferenze. Ma come si tiene conto della volontà degli altri? Anzitutto, ascoltandoli. Prima ancora che nella bocca, la democrazia sta nelle orecchie. La vera democrazia non è il paese degli oratori, è il paese degli ascoltatori. Naturalmente, perché qualcuno ascolti, bisogna bene che qualcuno parli: ma certe volte si capisce anche senza che gli altri parlino, e non per nulla si sente fastidio per i chiacchieroni e reverenza per i taciturni attenti. La democrazia è dunque, in primo luogo, colloquio. E qui vediamo subito che gli uomini di scarso senso democratico son già coloro che tendono a sopraffare gli altri nella conversazione, che non stanno a sentire quello che gli altri dicono, che tagliano loro la parola prima che essi abbiano finito di esporre il loro pensiero.

La realtà è che la democrazia vera consiste tanto nel diritto di parlare, quanto nel dovere di lasciar parlare gli altri. È un dovere tanto più delicato, in quanto molto spesso le persone più riflessive, e quindi più capaci di dir qualcosa di utile, sono anche le più riguardose e le meno disposte a compiere un atto di forza per inserirsi nell’eloquenza dell’interlocutore e strappargli la parola. Così i mediocri verbosi riescono spesso a sopraffare gl’intelligenti timidi. Ma naturalmente questo non va inteso come una specie di giustificazione per i timidi. Chi è timido deve imparare a non esserlo, non foss’altro per abituare l’interlocutore a moderare la sua invadenza, allo stesso modo che si ha il dovere di far valere i propri diritti per non avvezzar male i prepotenti. E d’altra parte bisogna anche evitare quella che potrebbe dirsi la pigrizia oratoria, o l’astensionismo dell’opinione: cioè l’atteggiamento di chi s’interessa sì alle opinioni altrui ma non fa nessuno sforzo per pensare con la propria testa e prendere la responsabilità delle sue idee e contribuire con esse al miglioramento delle idee comuni. A certe persone lo spirito democratico ordina di parlare un po’ di meno, a certe altre consiglia di parlare un po’ di più. C’è una scuola anche in questo, per raggiungere quell’equilibrio del colloquio, quell’armonico contemperamento fra intervento proprio e cordiale attenzione per l’intervento altrui, che è, per così dire, la cellula elementarissima della democrazia.

Prima regola quindi: parlare solo se si ha veramente qualcosa da dire, cioè qualcosa che possa efficacemente contribuire al dibattito e non soltanto soddisfare l’ambizione dell’oratore desideroso di esservi intervenuto.

Seconda regola: contenere il proprio intervento in quei limiti di tempo, per cui si possa presumere che anche gli altri partecipanti al dibattito abbiano la stessa possibilità d’intervento.

Terza regola: cercar d’esprimere il proprio punto di vista non solo in forma chiara e concisa, ma anche con quella compiutezza che possa rendere meno necessario e prevedibile un secondo intervento nella discussione.

Quarta regola: rinunciare senz’altro a parlare tutte le volte in cui il proprio punto di vista sia stato già adeguatamente espresso da un precedente oratore, o tutt’al più limitarsi a dichiarare il proprio consenso con esso.

L’osservanza di queste regole presuppone naturalmente non solo la buona volontà di rispettarle, ma anche una certa capacità personale, che è dovere democratico cercare di accrescere con l’esercizio.

Questo articolo è stato pubblicato dal Fatto Quotidiano il 27 aprile 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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