La bolla sovranista è bucata ma il progetto europeo è latitante

di Ida Dominijanni

C’è ancora un giudice ad Agrigento, e c’è ancora uno stato di diritto che limita il potere di chi si considera unto dal popolo. In un clima assai cambiato – nel governo e nel paese – dai tempi della Diciotti, la vicenda della Sea Watch impedisce al capo della Lega di lucrare voti sulla carne viva di 47 migranti e alza lo scontro fra il ministro dell’interno, i suoi alleati, la magistratura e, virtualmente, altri poteri dello stato. Solo due giorni dopo la manifestazione che a Milano avrebbe dovuto consacrarlo come l’uomo di punta del sovranismo europeo, Matteo Salvini si ritrova nell’angolo. Se questa repentina inversione della sua resistibile ascesa, che già sembra accomunare il suo destino a quello di altri leader mediaticamente gonfiati, si rifletterà del tutto o in parte nel voto di domenica non è dato ovviamente saperlo. Ma il voto non è l’unico termometro della politica: ci sono segnali che non si esprimono in numeri ma contano lo stesso.

È il caso delle pratiche di resistenza, opposizione e contestazione alle bravate del ministro con il mitra che si sono moltiplicate nelle ultime due settimane a tutte le latitudini dello Stivale, da sud a nord, dai margini al centro. Esse dicono con chiarezza che la narrativa populista-sovranista che ha sorretto la conquista del governo da parte dell’alleanza giallo-verde ha perso la sua capacità di incantamento: si è bucata, come una bolla. Questa narrativa (peraltro non del tutto univoca, perché populismo e sovranismo non sono la stessa cosa anche se nell’Italia dell’ultimo anno si sono tenuti per mano) si basava su alcuni assunti, tanto semplici quanto falsi.

Primo, che esista un popolo unitario e compatto nelle sue frustrazioni, nei suoi bisogni di riscatto, nei suoi desideri di rivalsa, e che sia esaustivamente rappresentato da chi parla in suo nome. Secondo, che questo popolo sia animato da un sacro furore contro le cosiddette élite, politiche e culturali, garanti del cosiddetto sistema. Terzo, che a definire l’identità del popolo sia una rivendicazione di sovranità sul suo territorio e sui suoi confini contro l’invasione dello straniero, e che questa rivendicazione lo unifichi dall’estremo nord all’estremo sud del paese su base nazionalista. Infine, e non ultimo, che i presunti rappresentanti del popolo abbiano conquistato il monopolio di un’infallibile comunicazione politica, attraverso un uso imbattibile dei social network.

Sono bastate due settimane di mobilitazione autorganizzata perché ciascuno di questi assunti andasse in frantumi. Riavvolgiamo il nastro dei luoghi e dei fatti: a Casal Bruciato il “popolo delle periferie” che si voleva compattamente sollevato contro una famiglia rom si è rivelato in larghissima parte solidale con quella famiglia e ostile a chi voleva cacciarla. A Catanzaro, dove è partita la “balconite” che ha poi contagiato tutta l’Italia, il “popolo del sud” ha dimostrato che non ci sarà nessuna annessione trionfale del Mezzogiorno al sovranismo nazional-secessionista della Lega. Alla Sapienza di Roma, e grazie alla mobilitazione degli studenti perfettamente orchestrata, l’incontro tra Mimmo Lucano e l’intera istituzione universitaria ha dimostrato che il rapporto tra “popolo” ed “élite” può assumere la forma di una salda alleanza politica e valoriale contro la barbarie di ritorno, e non quella della rivolta degli umori “di pancia” contro l’ipocrisia del “politicamente corretto” che ci è stata contrabbandata per mesi. E un messaggio analogo viene dalla mobilitazione in corso contro l’inaudita e inaccettabile sospensione dall’insegnamento di Rosa Maria Dell’Aria.

Infine la piazza di sabato 18 maggio a Milano. Dove, contro-cortei e contro-balconi a parte, Salvini ha fatto tutto da solo, ribaltando l’annunciata apoteosi europea del sovranismo made in Italy nello show down di tutte le sue contraddizioni: tra l’antico secessionismo e il novello nazionalismo della Lega; tra il suo costitutivo antieuropeismo e i suoi recenti propositi di cambiare l’Europa “da dentro”; tra l’appello al cuore di Maria e l’attacco a papa Francesco potenziato dagli elogi per Ratzinger e Wojtyła; tra l’immagine dei partiti fratelli uniti nella lotta contro “i burocrati di Bruxelles” e il triste crollo del modello austriaco. Quello che resta del sovranismo è un catalogo del tradizionalismo più reazionario, che un giorno riscopre l’armamentario fascista e il giorno dopo rispolvera quello teo-con, con il cinismo post-ideologico come unico criterio e con la fobia per la “sostituzione etnica” come unica stella polare.

A poco più di un anno dall’insediamento del governo giallo-verde in Italia c’è dunque da registrare non soltanto i suoi fallimenti programmatici, legislativi e amministrativi, ma anche il collasso della sua narrativa e della sua retorica (nonché dei mezzi dispiegati per diffonderle, visto il potere di contrasto e di contagio dimostrato dalle pratiche suddette). Si è aperto lo spazio per proporre una narrativa altra, che risponda in termini alternativi alla sintomatologia sociale fin qui blandita dal discorso populista-sovranista. La scadenza elettorale europea sarebbe stata la contingenza ideale per farlo, uscendo dalla sceneggiatura del battibecco quotidiano tra Di Maio e Salvini e prendendo di petto i torti e le ragioni della polemica antieuropeista, che di quel discorso è il nucleo originario.

Questo articolo è stato pubblicato da Internazionale il 21 maggio 2019

Autore dell'articolo: Amministratore

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