Arrivano i ribelli per il clima: cos’è Extinction Rebellion e perché ne sentiremo parlare

di Emanuele Tanzilli

Fondato in Inghilterra da una costola di Rising Up!, movimento sociale di contrasto alle disuguaglianze civili, politiche ed economiche, Extinction Rebellion può considerarsi l’opera di due scienziati, Roger Hallam e Gail Bradbrook. Nel curriculum del primo un dottorato di ricerca al King’s College di Londra, vent’anni da agricoltore biologico e, soprattutto, un arresto per blocco del traffico stradale nel 2017. La seconda, oltre a essere stata ricercatrice di biologia molecolare, ha sviluppato diversi progetti sociali e gestisce la piattaforma Citizens Online sull’inclusione digitale. Entrambi hanno condotto studi approfonditi sulle proteste di massa dal 1900 a oggi con un fine preciso: individuarne le costanti, isolare i fattori di successo e di fallimento per implementarli nel contesto attuale.

Viene in questo modo stilata una “dichiarazione di ribellione”, un manifesto d’intenti articolato lungo le varie declinazioni dell’emergenza che riguarda clima ed ecosistemi – annientamento della biodiversità, acidificazione degli oceani, desertificazione, carestie, siccità. «Nel momento in cui la forma democratica che ci siamo dati non è più in grado di garantire la tutela dei cittadini, ai cittadini non resta altro che rompere il patto sociale. La disobbedienza non è un’opzione, è una necessità», ci racconta Marco Carraro, uno dei coordinatori nazionali di Extinction Rebellion. «Abbiamo tre richieste per i Governi di tutto il mondo: dire la verità e dichiarare l’emergenza ecologica e climatica; portare allo zero netto le emissioni di CO2 entro il 2025; costituire assemblee popolari di cittadini per decidere le misure da adottare. La ribellione serve per costringere i Governi a prendere in esame le nostre istanze».

Non solo Fridays For Future, dunque. Laddove il movimento ispirato da Greta Thunberg ha mobilitato principalmente studenti e ragazzi, portando in piazza oltre un milione e mezzo di persone lo scorso 15 marzo allo sciopero globale per il clima, l’organizzazione orizzontale e trasversale di Extinction Rebellion non ha una fascia anagrafica di riferimento, ed è partecipata da giovani, adulti e anziani alla stessa maniera. «Se proprio vogliamo trovare una differenza, possiamo dire che Extinction Rebellion è un movimento anti-sistema, poiché mette in discussione le basi fondative della società e del modello economico in cui viviamo, cosa che Greta ancora non fa pur essendo senz’altro d’accordo con questa visione».

A rendere davvero innovativi gli schemi e i modelli comportamentali di Extinction Rebellion, tuttavia, è la commistione sinergica di matematica e sociologia nella pianificazione di un metodo d’azione scientifico. Per realizzarlo, i suoi fondatori hanno attinto a piene mani dalle esperienze più significative di protesta di massa dell’ultimo secolo: dal sogno di Martin Luther King e del Civil Rights Movement alla Swarāj ottenuta in India dal movimento anticoloniale di Gandhi. Più di recente, Bradbrook e Hallam hanno focalizzato i propri studi su Occupy, movimento di protesta economico e sociale che ha ottenuto grande risalto mediatico a partire dal settembre 2011 con l’occupazione di Wall Street, e su 350.org, che ambisce a porre fine all’era delle fonti fossili ed è noto al pubblico per il sit-in alla Casa Bianca contro la costruzione dell’oleodotto Keystone XL, che portò a oltre 1200 arresti.

È nato così “l’algoritmo della ribellione”, la formula magica che, a detta dei due, è in grado di fare la differenza tra un successo e un fallimento. Attraverso l’utilizzo mirato della disobbedienza civile, e tramite la nonviolenza, è possibile costringere le istituzioni a intervenire con una probabilità molto maggiore rispetto alle manifestazioni violente: il 53% contro il 25%. Ma c’è dell’altro. «Per cambiare le cose radicalmente basta coinvolgere il 3,5% della popolazione», spiega Carraro. «Calcolato sul totale della popolazione attiva in un Paese come l’Italia, vuol dire che un milione di persone fortemente determinate riuscirebbero a smuovere il resto dell’opinione pubblica. E se il movimento sindacale, nei periodi migliori, ha portato in piazza anche tre milioni di persone crediamo sia possibile, su una tematica così ampia e trasversale come il clima, arrivare a quella cifra. Stiamo affrontando l’ora più buia e il nostro compito è farlo capire alle persone, fargli ascoltare l’allarme».

Le prime dimostrazioni concrete si sono avute a Londra durante la scorsa settimana. Migliaia di manifestanti hanno bloccato per giorni alcuni punti strategici della città, fra cui Piccadilly Circus e il Waterloo Bridge, causando disordini e disagi e paralizzando il traffico. Come riportato da The Guardian, alcuni degli attivisti hanno candidamente ammesso di essere lì con il preciso intento di farsi arrestare. Qualcuno si è incollato all’ingresso del London Stock Exchange, altri si sono arrampicati su un treno nel distretto di Canary Wharf. Al termine delle proteste, gli arresti complessivi sono stati quasi mille, proprio quanti l’algoritmo ne riteneva necessari.

Anche l’Italia sta imparando a conoscere Extinction Rebellion: basti prendere a titolo di esempio il die-in inscenato al centro commerciale City Life di Milano, durante lo scorso febbraio, e quello più recente messo in atto a Roma, in piazza di Spagna. Ma c’è da attendersi di più. Per il prossimo 24 maggio, quando si svolgerà il secondo sciopero globale per il clima, è in preparazione qualcosa di memorabile. «Naturalmente non posso scendere nei dettagli, ma il movimento in Italia sta crescendo», è la chiosa di Carraro. «La settimana scorsa abbiamo avuto 150 nuove adesioni, sull’onda di quanto accaduto in Inghilterra, e stiamo continuando con azioni mass-mediatiche per far conoscere il movimento. Possiamo dunque aspettarci qualcosa di simile a quanto visto finora, ma su scala più ampia».

Nonostante l’alone di mistero, quel che sembra certo è che siamo solo all’inizio di una mobilitazione lunga, tenace e destinata a far discutere. E la fatidica battaglia per scongiurare il breakdown del clima può contare su un alleato in più, se è vero che persino Banksy ha deciso di sposare la causa e dedicare al movimento il suo ultimo murale nei pressi del Marble Arch a Londra. Vi è raffigurata una ragazzina che regge il simbolo di Extinction Rebellion, affiancata da un messaggio molto chiaro, “Da questo momento la disperazione finisce e iniziano le strategie”. Suona quasi come un avvertimento, e ha tutti i presupposti per esserlo, come a voler parafrasare attraverso le immagini uno degli slogan più celebri dei movimenti ambientalisti: respect existence or expect resistance.

Questo articolo è stato pubblicato da Inchiesta Online il 7 maggio 2019 riprendendolo da LiberoPensiero.eu

Autore dell'articolo: Amministratore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *