Teatri di vita: a Bologna due settimane col botto

di Silva Napoli

Vieni, c’è un teatro nel bosco a Bologna, si potrebbe dire parafrasando una nota melodia da telefono bianchi, ma Teatri di Vita, seppure nascosto, alla vista da un ponte trafficato, uno scalo ferroviario, un boschetto di pianura umido e crepuscolare, è in realtà un luogo molto vivacemente internazionale, dotato di uno spirito guida irriverente, colto e caparbio incastonato nel cuore di Borgo Panigale, distretto operaio di Bologna ovest, tanto da essere titolare di una fermata d’autobus di linea.

Teatri di Vita ha un aspetto nord europeo, luminoso e spazioso, con ampio spazio da “polleggio” ed è da moltissimi anni un luogo di produzione e un luogo di visioni strutturato dal punto di vista legale-amministrativo come cooperativa. Era situato nel cuore pulsante del Pratello e ha mantenuto come studio e spazio espositivo quella gloriosa sede, ma accettò in tempi non sospetti, questa collocazione anomala e coraggiosa, che lo ha reso poi, a tutti gli effetti, un vero pioniere nel campo del controverso rapporto cultura-periferie.

I Dioscuri di questa impresa a tutto campo, vera macchina da guerra quando si tratta di lavorare, probabilmente l’unico spazio teatrale cittadino in grado di stare aperto anche in agosto, sono da sempre Stefano Casi e Andrea Adriatico, due figure eclettiche, capaci di reinventarsi di continuo, diverse come il giorno e la notte, ma proprio per questo complementari e necessarie all’economia del tutto, che comprende uno staff efficiente come una falange armata, a geometria variabile e formazione continua sulle competenze.

Potrei dilungarmi per ore a scrivere delle peculiarità, della mission, del ruolo esplorativo di questo che è si, un teatro-teatro, ma anche un luogo di attraversamenti e curiosità, di musica e cinema di qualità, di rassegne in lingua originale, ma è soprattutto un posto del cuore, cresciuto con i suoi fondatori e con chi è stato loro intorno grazie, tra le tante, a due caratteristiche dominanti: la tematizzazione e la cura del pubblico.

A Teatri di Vita, nulla avviene per caso, tutto, anche nelle programmazioni più brevi, nei nomi meno conosciuti, nelle risorse che possono essere anche loro a geometria variabile nella quantità e provenienza è sapientemente dotato di involucro, confezionato in atmosfera protettiva, pensato e studiato come un filo di discorso mai interrotto anche nelle fasi più ostiche, tra se e sé, per ricordarsi sempre chi si è, da dove si viene, quali valori non sono negoziabili, ma anche e soprattutto in dialogo costante con il proprio pubblico, che si vuole sempre motivato e coinvolto, ma cui non si fa mai l’occhiolino.

Non c’è un finto gioco di ruolo o una demagogia dello spettacolo a Teatri di Vita, piuttosto un riconoscimento della reciproca relazione di necessità tra chi fa e propone e chi riceve e rilancia, esercitata da un lato con tormento, estasi barocca, felicità creativa, furore sapientemente imbrigliato da un cuore di architetto per quanto riguarda Andrea che mette in scena passioni e disincanti, dirige gli attori con senso di unicità, dall’altro con l’understatement, il puntiglio, il rigore indefettibile dello studioso mitigati da un’indole amabile e umanamente curiosa di Stefano.

Pertanto i titoli di stagione e mezza stagione più azzeccati e degni di un copy, gli slogan programmatici più intriganti, come “Il teatro che guarda dove altri non vedono”, il premio allo spettatore più assiduo, la riffa dell’Epifania per regalare biglietti e abbonamenti, li trovate solo qui, insieme ad una passione per i diritti civili che esula dalle questioni di genere pur cosi centrali nella sua vocazione nella sua storia, ma che si spinge oltre verso tutte le diversità etniche, sociali, linguistiche, generazionali.

Del resto non potrebbe essere altrimenti con due numi tutelari quali Tondelli e Pasolini posti a custodia delle due sale in dotazione. Potete star certi che la collocazione appartata non impedisce ai Teatri di star bene attenti a ciò che accade in città, cosi da ospitare, iniziativa veramente unica nel suo genere, tutti i candidati più in vista delle varie tornate elettorali, cui vengono sottoposti a turno, ogni settimana, in antecedenza al voto, vari quesiti in forma anonima sempre da parte dagli spettatori-cittadini, allenati all’incontro e alla partecipazione anche nel post replica della domenica pomeriggio.

E basta un colpo d’occhio per vedere quanto sia composito il pubblico dei Teatri, oltre che folto ad ogni rappresentazione, perché se qui vengono organizzate piccole personali e festival estivi dedicate alle più svariate nazionalità anche extraeuropee, è vero che i Teatri praticano scambi e sinergie e ospitalità con diverse rassegne cittadine, che fanno base altrove.

Dette per amor di completezza queste cose sul funzionamento dei Teatri di Vita, per entrare nel vivo delle rappresentazioni, basterà esemplificare con le ultimissime programmazioni. Quella appena chiusa nella settimana trascorsa con un omaggio che si è in parte allargato al cinema Orione. Omaggio veramente doppio, al magistero artistico di Stefano Randisi ed Enzo Vetrano, sodalizio formatosi alla grande scuola dell’attore-autore del compianto Leo da un lato, nonché alla poesia linguisticamente scandalosa del drammaturgo-sarto palermitano Franco Scaldati espressa in due emblematiche creazioni ‘quali Ombre folli e Totò e Vicè.

Cosi, il pubblico ha potuto commuoversi e anche grottescamente divertirsi per questi ritratti a punta fina di io rovesciati, diversi e marginali, resi in qualche modo sacri da questo impasto dialettale particolarissimo che è la cifra di Scaldati, purtroppo morto prematuramente pochi anni fa. Scomparso dopo una intensa quanto misconosciuta attività pedagogica svolta tra i sottoproletari, si sarebbe detto un tempo, abitanti di quei vicoli cosi cari anche all’ispirazione di Emma Dante, ma non sparito dalla nostra memoria collettiva, grazie alla bellissima opera documentaria di uno dei cineasti più eterodossi e controversi della scena italiana quale Franco Maresco, un devoto, si potrebbe dire, del culto di Scaldati.

Questo fine settimana, ci riserva un’altra autentica esperienza, imperdibile a mio avviso:mi sto riferendo ad uno degli ultimi lavori della poliedrica Irene Serini, straordinaria attrice autrice, a sua volta così maga della trasformazione da aver voluto titolare questo studio Abracadabra, incantesimi di Mario Mieli. Attenzione, che non sono incantesimi da, naturalmente, tanto per chiarire che non si sarà propriamente spettatori, ma persone coinvolte in una situazione di spiazzamento ai confini della magia.

I motivi di coincidenza, convergenza ed interesse con i Teatri, sono qui parecchi, considerando che si sta ultimando la post produzione del film di Andrea Adriatico dedicato appunto a Mieli e che Serini per questa che è una autentica produzione indipendente in progress e che è il numero due di una possibile serie di studi che potrebbero arrivare anche all’esoterico numero otto senza per questo completare in senso stretto il lavoro, gode di una vera e propria residenza da qualche giorno nella tranquillità verde dei Teatri, dopo che ci sono già state nel 2018, un paio di tappe milanesi, di cui una proprio all’Outoff, palco caro a Mieli stesso.

Raggiungo volentieri al telefono Serini, un’artista che davvero vorrei più spesso a Bologna e che in qualche modo è emblema di un sistema di circuitazione veramente non semplice per le produzioni fuori dagli stabili. Prima ancora che di affrontare un discorso su Mario Mieli, lo scomodo e discusso pensatore, agitatore e fondatore del FUORI, viene naturale di chiedere a Serini, che si definisce triestina basagliana, come mai nei suoi lavori più personali, sia cosi forte l’elemento biopic e di ricreazione anche fisica dei personaggi fino ai limiti dell’istrionismo. E sto pensando naturalmente a Moana Pozzi e Andy Warhol.

“In realtà sono tutte cose diverse!, mi risponde. “Moana, sì, volevo effettivamente farlo io, Andy Warhol invece mi è stato chiesto, ho provato a studiarlo e mi ci sono trovata bene, Mario Mieli è una scrittura-collaborazione con il giornalista Maurizio Guagnetti che lo produce. Hanno in comune di essere personaggi che si prendono grandi libertà e le rivendicano apertamente e, aggiungo io, in questo andirivieni di identità e giochi di specchi, costituiscono una tentazione irresistibile per una sorta di performer Arlecchino4.0 quale Serini”.

“Con Mieli il gioco del travestimento è più sottile, perché io non divento lui. Io sarò una sorta di medium che lo evoca, una sorta di alter ego naif, funzionale a svolgere una sorta di pedagogia del Mieli pensiero, tanto citato nei suoi aspetti più scabrosi, quanto poco realmente conosciuto nella sua pienezza quantomeno in Italia. In un certo senso l’aspetto biografico sarà indiziario ed io sarò diversa dall’immagine estrosa e femminilizzata che voleva dar lui di sé. Sarò una sorta di ‘omarino’, anche sempliciotto tanto l’uomo Mieli era complesso, colto, raffinato, sarcastico”.

Soprattutto lo spettacolo vuole spezzare una lancia in favore di Elementi di Critica omosessuale, come manuale, prontuario filosofico di liberazione, rivolto a tutti, alle aporie identitarie di cui tutti soffriamo. Certamente è un testo famoso, oggi in ristampa per Feltrinelli, ma considerato specialistico. Il titolo è fuorviante e fa si che oggi lo si trovi solo nelle biblioteche dei centri di documentazione LGBTQ, proprio quando nel bene e nel male, certi termini di discorso si stanno diffondendo nella società e sarebbe appropriato in molti scaffali differenti.

Il pubblico sarà in cerchio intorno a me perché è una configurazione che abbraccia e comprende ma anche consente di non delimitare in maniera rigida e richiama la condizione del rituale nonché quella degli opposti che si compenetrano.

Anche se nel pensiero di Mieli, cosi veramente avanti rispetto ai tempi i generi erano molto più di due e probabilmente nel suo caso personale tutti conviventi nello stesso chicchissimo e cangiante involucro. Del resto, nella sua breve e vorace parabola biografica c’è anche una diagnosi di schizofrenia condita di diverse pratiche psichiatriche, ma anche bypassata con l’uso abuso di sostanze psicotrope: una vita intensa e rapida come un presentimento, segnata da un esordio da enfant prodige precoce in tutto. Forse per questo, desideroso più o meno consapevolmente di arrivare in fretta, la dove il cerchio si chiude, appunto, dove tutto si scioglie si libera senza pesi da portarsi.

Se è vero che la fine illumina tutta un’esistenza, il suo brutale, indicibile suicidio a soli trent’anni, forse ci dice, nonostante le molte fortune e i molti talenti, quanto dovesse essere difficile essere Mario Mieli, dover crescere e magari invecchiare come tale, quando tutto in lui pur nella profonda intelligenza, nella affilata ironia e consapevolezza, parlava di qualcosa di acerbo, di bello perché irrisolto e irrisolvibile, tanto da lanciarci l’ultimo enigma, quello della sua morte, dopo essersi avvicinato ad alchimia ed esoterismo.

Cosi dopo sconfitte e scontenti e dissidi delle più varie rivoluzioni tentate con i mezzi più diversi di militanza, compresa quella performativa, dopo l’attivismo più sfrenato, Mieli, il puer aeternus, sempre incerto se uccidere il padre o conquistarne l’amore, ha chiuso gli occhi e come succede col pensiero magico, ha fatto sparire un mondo che non gli piaceva e a cui forse non piaceva, per consegnarsi a noi come sorta di pietra filosofale di paragone.

Serini, che si è documentata moltissimo per questo che si annuncia come uno dei suoi lavori più impegnativi, mi racconta che dalle testimonianze della sua cerchia più intima milanese che comprende figure come Milo de Angelis e Lia Cigarini, emerga soprattutto un poeta gentile eppure divorato da una consapevolezza che probabilmente non lasciava scampo, come le fitte chiose e note a margine dei suoi scritti anche più lirici, tuttora inediti, lasciano intendere. Bologna vide Mieli sul palco settantasettino contro la repressione in piazza 8 Agosto, salire a spodestare Dario Fo con una delle sue provocazioni, ma forse lui sapeva già che un ciclo si veniva chiudendo. Questo spettacolo sarà una evocazione di un’identità perduta o rimossa per tanta parte di noi. Sipario soltanto sabato alle ore 20 e domenica alle ore 17.

Autore dell'articolo: Amministratore

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