“Via Libia” non è mai una strada innocente

di Wu Ming 1

L’Italia detiene molti primati. Una frase che può avere diverse interpretazioni: in effetti, lo Stato italiano tiene in carcere molti esseri umani, che con scimmie e proscimmie fanno parte dell’ordine dei primati. Ma qui per primati intendiamo le primazìe: le volte che un italiano è stato il primo a compiere un’impresa o scoprire qualcosa, o gli ambiti e settori dove l’Italia “primeggia”. […] A noi, qui, interessa una terza categoria: quella dei primati veri ma mai ricordati, e perciò sconosciuti alla grande maggioranza degli italiani. L’Italia ha compiuto il primo bombardamento aereo della storia. Lo ha fatto nei pressi di Tripoli, durante la guerra di Libia, l’1 novembre del 1911. Nel 2011 abbiamo festeggiato il centenario con un remake, partecipando ai bombardamenti Nato contro la Libia.

L’Italia è stata la prima potenza coloniale a innalzare un “muro della vergogna” nel mondo arabo. Ben prima del muro israeliano, o delle barriere di Ceuta. Anche quest’impresa l’abbiamo fatta in Libia, per la precisione nella sua regione orientale, la Cirenaica. […] Nel 1930, a quasi vent’anni dall’invasione, l’Italia occupa quasi solo le città costiere, mentre nell’entroterra, soprattutto in Cirenaica, si scontra con durissime resistenze. I partigiani senussiti, guidati dall’anziano insegnante ‘Omar al-Mukhtar, sono l’incubo del governatore Pietro Badoglio e del vicegovernatore Rodolfo Graziani. ‘Omar ha più di settant’anni e combatte l’Italia fin dalla prima invasione della Libia. La sua abilità strategica, la conoscenza del territorio e l’appoggio della popolazione consentono alle bande armate beduine, i duar, di ridicolizzare il nemico con tattiche mordi-e-fuggi.

In cerca della soluzione finale al problema della resistenza, Badoglio e Graziani danno l’ordine di deportare quasi tutta la popolazione civile a centinaia di chilometri di distanza, in sedici campi di concentramento allestiti in fretta e furia. Il fine è isolare i partigiani. Migliaia di persone – donne, vecchi, bambini – muoiono già durante le marce forzate nel deserto. Ancora di più creperanno nei campi, di malattie, di fame, di botte.

Gli storici – quelli veri – concorderanno nel definirlo un genocidio. Del resto, in un dispaccio a Graziani, Badoglio lo ha scritto chiaro e tondo (corsivo nostro): “Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla fino alla fine, anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica”. Ieri e oggi, i campi di concentramento in Libia sono una vera fissazione italiana. Ma nemmeno i campi bastano: per non farsi accerchiare, e per rifornirsi di viveri e armi, i partigiani sconfinano più volte in Egitto. Graziani ordina di chiudere il confine: da lì non deve passare più niente.

Si innalzerà una barriera di reticolati, alta un metro e sessanta, larga dieci metri e lunga 270 chilometri. Ecco un’altra fissazione italiana: le “grandi opere”. I lavori partono nell’aprile 1931. Alcune cifre, per capire la scala dell’operazione: 50 milioni di metri di filo spinato; 2000 tonnellate di cemento; 270 milioni di paletti di ferro; 2500 libici presi dai campi e messi ai lavori forzati nel deserto, sorvegliati da oltre mille soldati. Alla fine d’agosto, il confine con l’Egitto è sigillato. […] L’11 settembre, ‘Omar al-Mukhtar viene ferito e fatto prigioniero nei dintorni di Slonta. Lo portano a Bengasi in catene. Una celebre foto lo mostra circondato da pezzi grossi italiani, militari e civili, tronfi e panzuti secondo il dettame “omo de panza, omo de sostanza”. Il processo si tiene pochi giorni dopo, nel Palazzo littorio della città, ed è una farsa. Dura appena tre ore, perché il verdetto è già deciso. Per dare l’esempio, il vecchio comandante viene impiccato nel campo di concentramento di Soluch, di fronte a trentamila internati.

La sera del 27 settembre 2015, nel giardino pubblico Lorenzo Giusti di Bologna, gli attori della Compagnia Fantasma mettono in scena la cattura e il processo di ‘Omar, mentre il volto del vecchio guerrigliero campeggia su spille e T-shirt vendute per finanziare la serata. È il primo grande evento targato RIC, Resistenze in Cirenaica. Il giardino è gremito e il ricordo di un grande comandante partigiano – perché questo fu ‘Omar – culmina in una lunga ovazione. Si era mai sentito un applauso di italiani omaggiare il “leone del deserto”, terrore delle nostre truppe in Libia? Per giunta, in un rione della prima periferia bolognese chiamato “Cirenaica”. Come altro definirla, se non giustizia poetica? Lo spettacolo conclude una lunga giornata di mobilitazione nel rione. Un serpente di centinaia di persone ne ha affollato le strade, ascoltando dieci ore di musica, canti e storie. […]

Nella tappa più significativa si è ribattezzata “dal basso” via Libia, una delle arterie della periferia orientale di Bologna, coprendo le targhe ufficiali con altre fatte stampare ad hoc. […] Molti si accorgono solo in quel momento che “via Libia” non è un nome neutro né innocente. Le nuove targhe vengono rimosse il giorno dopo, ma il nome di via Libia non è più dato per scontato, e presto segue un nuovo intervento, stavolta nottetempo. Non si copre il nome ufficiale ma, grazie a un adesivo, si aggiunge l’informazione “Luogo di crimini del colonialismo italiano”.

Questo articolo è stato pubblicato dal Fatto Quotidiano il 12 marzo 2019 ed è un estratto dell’articolo apparso su Linus

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