Venezuela: alla ricerca di una terza via per evitare la catastrofe

di Maurizio Matteuzzi

Quale sarà e di chi sarà la prossima mossa? A due mesi dalla auto-etero proclamazione del carneade Juan Guaidó, avventurosamente lanciato il 23 gennaio scorso alla “presidenza della repubblica” dall’amministrazione Trump, lo scenario in Venezuela sembra essere passato da una guerra di movimento, con tensione alle stelle e rischi continui di rottura irrimediabile, a una guerra di trincea, in cui né i due presidenti (meglio: i due Venezuela) né i rispettivi protagonisti e comprimari esterni sanno bene cosa fare.

Ma questa apparente inerzia non può durare a lungo. Ed è tutto da capire a chi gioverà. Forse a nessuno dei due e tutto finirà in una catastrofe. Forse a Nicolás Maduro, presidente pessimo ma costituzionale, che può dire, a ragione, di avere il pieno controllo del paese e di avere sventato due o tre tentativi di golpe (l’auto-etero proclamazione; la messinscena, smascherata dall’insospettabile New York Times, degli “aiuti umanitari” bloccati al confine con la Colombia; l’ “attacco cibernetico”, verosimile e probabile se non proprio certo, che ha provocato il drammatico black-out del paese per una settimana).

O forse a Juan Guaidó, “l’auto-proclamato” (che va in giro per il paese a vendere la sua “Operación Libertad” annunciando che “molto presto” dopo la cacciata “dell’usurpatore” andrà a occupare l’ ufficio presidenziale nel palazzo di Miraflores; che entra ed esce dal Venezuela senza che nessuno lo fermi o lo arresti, e chissà che un po’ non ci speri) in ansiosa attesa che il cappio delle sanzioni messo dagli USA intorno al collo di Maduro, prima l’embargo finanziario dal ‘17, poi l’embargo commerciale dal gennaio scorso, poi quello petrolifero (praticamente l’unica fonte di valuta) annunciato per le fine di aprile, possa essere la stretta finale per arrivare a un regime change come dio e la storia comandano.

In attesa degli sviluppi, ad oggi una cosa si può dire e va detta: il golpe, per ora, è fallito e chi si aspettava o voleva far credere che bastasse un qualsiasi “auto-proclamato” – pescato nel ben noto pollaio dell’USAID – o qualche spinta – come gli aiuti “umanitari” a una popolazione stremata dalla penuria e esasperata dall’iperinflazione di un milione per cento – perché quel che resta del regime chavista (anche se non molto) si squagliasse come neve al sole, ha dovuto ricredersi.

Il regime ha tenuto sia sul piano militare (nonostante i ripetuti appelli alla diserzione e alle promesse di amnistia) sia su quello sociale. L'”emergenza” alimentare e sanitaria, che ha spinto più di 3 milioni di venezuelani a emigrare, è stata fronteggiata da un lato con i CLAP, i comitati locali per l’approvvigionamento e la produzione, che hanno rifornito più di 6 milioni di famiglie praticamente a costo zero, e dall’altro grazie ai servizi dei 20 mila medici cubani da anni impegnati nei quartieri popolari in cambio del petrolio all’Avana (ci sono state denunce, documentate anche questa volta del New York Times, di prestazioni alimentari e mediche condizionate dall’appartenenza politica, ma questo in un clima di guerra civile strisciante è quasi inevitabile).

Trump e la sua banda impresentabile – il vicepresidente Pence, il segretario di stato Pompeo, il consigliere per la sicurezza nazionale Bolton e il titolare del dossier Venezuela Abrams, un uomo che per il suo passato più propriamente dovrebbe sedere sul banco degli imputati davanti alla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità – oltre che assatanati mostrano anche un certo grado di stupidità: un tempo (vedi Cile, Argentina, Uruguay, Brasile, Santo Domingo, Haiti, Honduras…) prima di avviare il golpe si compravano i militari, dopo di che all’ora x diventava tutto più facile. In Venezuela hanno lanciato allo sbaraglio un poverocristo senza prima lavorarsi i militari bolivariani. Anzi sicuramente l’hanno fatto ma senza successo e l’alleanza nazionalista nel sacro nome del Libertador Bolívar (oltre che ideologica anche di interessi se si vuole, vista la massiccia presenza di militari, come a Cuba, nei gangli vitali dell’economia e della politica) ha tenuto, almeno finora.

Se è vero che il golpe è fallito – va ribadito: per ora -, è altrettanto certo che i Trump’s boys si sono spinti troppo avanti per potersi fermare o tornare indietro. La partita venezuelana è per il petrolio e le altre immense ricchezze di quell’Eldorado ma è anche una partita geo-strategica: il completamento del giro a destra dell’America latina, il rinnovato isolamento di Cuba, la riesumazione della Dottrina Monroe, l’allontanamento di Russia e Cina dal “cortile di casa”.

“Un nuovo giorno sta per cominciare in America Latina. In Venezuela e nell’emisfero occidentale il socialismo sta morendo”, ha twittato Trump il 18 febbraio scorso, pochi giorni dopo l’incoronazione di Guaidó. La posta in palio è grossa e i rischi anche.

Rischi di una guerra civile, rischi di un intervento militare esterno. Che Guaidó “non scarta”. Che fa tremare anche i nuovi regimi di destra dell’America Latina e quelli europei penosamente succubi. Cina e Russia, con investimenti e prestiti pesantissimi in Venezuela (non meno di 20 miliardi di dollari a testa), finora tengono botta non solo in Consiglio di Sicurezza e non certo per affinità ideologica.

L’ha ribadito anche martedì scorso il viceministro degli esteri russo Sergei Rybakov che a Roma ha avuto un faccia a faccia di due ore con Elliot Abrams: colloqui “franchi e difficili” (come si usa dire in termini diplomatici quando il disaccordo è totale), Maduro unico presidente legittimo, attenti alle “nostre priorità”, non fate sciocchezze. (Per l’occasione Abrams ha incontrato anche Pietro Benassi, il consigliere diplomatico del premier italiano Conte, per esortarlo a finirla con la fronda alimentata dai Cinquestelle rispetto al riconoscimento pieno di Guaidó, “l’unico punto di disaccordo con l’Italia”, e a rientrare nei ranghi dietro gli altri paesi della UE.)

Nelle stesse ore a Caracas era arrivato l’ex premier socialista spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero che dal 2015 tenta senza successo il ruolo di “facilitatore” di un negoziato fra chavisti e anti-chavisti (forse per verificare se davvero tutta l’opposizione è con Guaidó) e presto dovrebbe arrivare anche Michelle Bachelet, ex-presidente socialista del Cile e presidente della Commissione ONU per i diritti umani (buona mossa). A fine mese è fissata a Quito, in Ecuador, la riunione del Gruppo di Contatto avviato da Messico e Uruguay nel tentativo di frenare la deriva di destra dei molti paesi latino-americani riuniti nel Gruppo di Lima. Defilato ma attento papa Francesco che forse vorrebbe fare di più ma è frenato dallo storico anti-chavismo dei vescovi venezuelani.

Dialogo? Negoziati? Non sembra l’aria. In attesa della prossima mossa, sperando che nessuno sbagli i calcoli. Maduro è pessimo, Guaidó è un burattino manovrato da Trump. C’è una terza via, un terzo uomo che non sia né Maduro né Guaidó, capace di evitare la catastrofe e salvare il Venezuela che fu di Hugo Chávez? Per ora non si vede. Quindi al momento c’è solo cosa da dire forte e chiaro: “Hands off Venezuela”.

Autore dell'articolo: Amministratore

1 commento su “Venezuela: alla ricerca di una terza via per evitare la catastrofe

    Gianni Sartori

    (23 Marzo 2019 - 20:26)

    MORIRE PER IL KURDISTAN: AYTEN, ZULKUF, UGUR…

    (Gianni Sartori)

    Per il momento sono tre. Ma, continuando con il clima che avviluppa la tragica vicenda (sono ormai migliaia i curdi in sciopero della fame) esiste il fondato timore che la lista sia desinata ad allungarsi.

    La notizia è del 23 marzo. Ayten Becet (di 24 anni, in prigione da sei) si è data volontariamente la morte nel carcere di Gezbe per protestare contro l’isolamento imposto a Ocalan.

    Le autorità turche hanno già provveduto a portar fuori dalla prigione il corpo della prigioniera politica trasportandolo in una località sconosciuta dove, presumibilmente, verrà sepolta di nascosto. Il regime infatti vuole assolutamente evitare che ai funerali possano presenziare migliaia, decine di migliaia di curdi per esprimere solidarietà ai prigionieri e severa condanna per lo Stato turco che assiste impassibile al mortale stillicidio.

    Del resto è quanto è accaduto anche dopo la recente morte di un altro prigioniero (ancora un suicidio di protesta per lo stesso motivo: fine dell’isolamento e liberazione dei prigionieri politici), Zulkuf Gezen. Anche i suoi funerali (già si preannunciavano ampie mobilitazioni) si sono svolti privatamente e vi hanno potuto partecipare solo pochi familiari.

    Come dicevo, al momento sono già tre i militanti curdi deceduti per aver messo in pratica il suicidio di protesta dall’inizio dello sciopero della fame. Infatti il 22 marzo è deceduto anche Ugur Sakar che il 20 febbraio si era immolato con il fuoco davanti al tribunale di Krefeld, in Germania.

    Ugur, attivista curdo di 43 anni, è deceduto in una clinica di Duisburg – dopo un mese di agonia – per le gravi ustioni riportate.

    Oltre che per l’isolamento imposto al fondatore del PKK, intendeva protestare per la repressione subita dal movimento curdo in Germania e per l’indifferenza – sorda e cieca – sinora dimostrata dall’opinione pubblica.

    Gianni Sartori

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